Brigante

di Pasquale Giannino

Il casolare è là, come sempre. È disabitato, eppure mi appare ancora nitida l’immagine di zio Giovanni, seduto su una sedia di paglia dinanzi all’uscio. Era un contadino, come gli altri abitanti della contrada, ma aveva uno stile e un portamento da signore. Anzitutto il tono della voce, sobrio e pacato. Poi il modo di vestire: le scarpe lucide, il cappello sulle ventitré, il panciotto, l’orologio da tasca… Ma il suo dono più grande era la capacità di raccontare: aneddoti sulla guerra in Africa, sul periodo da manovale in Svizzera, sulle vicende paesane della sua gioventù. In effetti, chi può raccontare la storia meglio di uno che l’ha vissuta? E lui, contadino con la terza elementare, ricordi personali ne aveva davvero tanti: dalla prima guerra mondiale al grande esodo che dissanguò la Calabria negli anni Cinquanta e Sessanta, fino alla rivincita di molte famiglie umili come la sua, che consentirono ai figli di studiare, costruirsi una bella casa e vivere una vita migliore.

In realtà, quelle storie erano così ricche di particolari che lasciavano qualche dubbio sulla loro autenticità: o zio Giovanni aveva una memoria prodigiosa oppure ci metteva del suo. In ogni caso, poco importa se quegli aneddoti fossero veri o di fantasia: io e uno stuolo di altri ragazzini lo ascoltavamo a bocca aperta per delle ore. Se ne andò in punta di piedi, sotto la canicola d’agosto.

Il casolare è là e mi pare di vederlo ancora, seduto sulla sedia di paglia.

“Ragazzi, oggi vi racconto la storia di un brigante. Sapete chi sono i briganti?”

“Sì,” rispose Nicolino “ce lo ha spiegato oggi la maestra: sono dei banditi che vivono in montagna e a volte scendono a valle per rubare le pecore.”

“Beh, in verità il protagonista non è un bandito. E neanche un brigante. Il fatto successe quand’ero fanciullo, me lo ricordo bene. I briganti erano spariti da un pezzo, esistevano solo nei racconti degli anziani.”

“Allora perché dici che è la storia di un brigante?” osservò stizzito Nicolino.

“Aspetta, fra un po’ capirai. Francesco Giannuzzi proveniva da una famiglia molto in vista: suo padre, don Antonio, era il farmacista del paese e sua madre, donna Maria, faceva la maestra di scuola. Era un giovane di bella presenza e amava divertirsi: battute di caccia, serate danzanti… e soprattutto donne, la sua grande passione. Naturalmente non era come oggi… A quei tempi le ragazze non restavano mai sole, venivano sempre accompagnate da qualche familiare.”

“Allora, come faceva Francesco ad avere tutte quelle donne?” domandò incuriosito Nicolino.

“Le cercava tra le famiglie contadine. Ed erano tutte sposate!”

“Sposate?” chiedemmo in coro.

“Proprio così. In effetti questa è una storia un po’ piccante, ma siete ormai abbastanza maturi… Dicevo, le cercava tra le giovani mogli di contadini: mentre i mariti sudavano nei campi, lui se la spassava…”

“Bel furbacchione!” osservò ancora Nicolino.

“Già, ci sapeva proprio fare… Carmela era una giovane bruna molto prosperosa. Suo padre le aveva impartito un’educazione rigidissima. La si poteva incontrare domenica mattina, mentre andava a sentir messa. Ma era inavvicinabile: i suoi cinque fratelli, a turno, la scortavano per tutto il percorso. All’epoca dei fatti che sto per raccontarvi, era sposata da appena un anno con Federico, un bracciante che lavorava di gran lena e veniva spesso ingaggiato da don Antonio, perché si occupasse dei suoi terreni.”

“Come si erano conosciuti?” chiese Nicolino.

“C’era un’usanza rimasta in voga fino a pochi anni fa. Il pretendente chiedeva a un suo amico di fare da mediatore. Questi si recava presso la casa della ragazza e ne parlava col padre: era soltanto lui che decideva. Se il giovane gli appariva onesto, laborioso e senza troppi vizi – eccetto qualche bicchiere la sera con gli amici – mandava a dire ai suoi genitori che sarebbe stato lieto di accoglierli. Così, le famiglie si incontravano a casa della ragazza e discutevano sulla dote. Solo dopo aver trovato un accordo, si fissava la data del fidanzamento ufficiale.”

“Com’era complicato!” osservò Nicolino.

“Già, oggi è molto più semplice… Ma ritorniamo al nostro racconto. Dicevo, Federico lavorava spesso nei terreni di don Antonio. Francesco aveva seguito negli studi le orme del padre, ma se la prendeva comoda: sapeva che, prima o poi, la farmacia sarebbe stata sua. Così, anche se gli mancavano parecchi esami, restava sovente dietro al bancone e, in paese, tutti lo chiamavano dottore. Un gelido mattino di novembre, Federico si svegliò con un forte mal di testa. Disse alla moglie con un filo di voce: ‘Cara, penso di avere una febbre da cavallo. Vai tu ad avvisare don Antonio che oggi debbo restare a casa?’.

‘Va bene,’ rispose Carmela ‘cerca di non prendere freddo.’

La giovane donna si recò in farmacia: c’era Francesco.

‘Vorrei parlare con don Antonio’ disse timidamente, lo sguardo rivolto verso il basso.

‘Mio padre è fuori sede, dica pure a me’ rispose l’uomo con un ampio sorriso.

‘Si tratta di mio marito, è a letto con la febbre e oggi non può andare al lavoro. Forse neanche domani.’

‘Così giovane ed è già sposata?’

‘Da un mese appena.’

Fu così che si conobbero. Carmela continuò a recarsi in farmacia per alcuni giorni, ad acquistare le medicine. Dopo una settimana Federico ritornò a lavorare nei campi. ‘Riguardati, cerca di non affaticarti troppo’ gli disse la moglie. Il contadino prese lo zaino con il pranzo: un mezzo pane incavato, imbottito di patate e peperoni in quantità; una bottiglia di vino rosso per asciugare il sudore. La baciò e andò via. Poco dopo Carmela sentì bussare alla porta. Aprì, vide Francesco con un mazzo di fiori… Da allora si incontrarono ogni giorno: ci sapeva proprio fare… Una volta, però, gli andò male. Giacevano insieme, il sole era ancora alto. D’un tratto, si udì un forte scalpitio di zoccoli.

‘Cos’è questo rumore?’ chiese Francesco visibilmente preoccupato.

‘Tranquillo, caro, non può essere lui: non tornerà prima di sera.’

E invece era proprio Federico. Quel maledetto giorno voleva fare una sorpresa a sua moglie, per festeggiare il primo anniversario di matrimonio… Quando entrò in camera, rimase per un attimo senza parole. Poi iniziò a urlare come un folle. Estrasse l’accetta che portava sotto la giacca e si diresse verso il rivale: ‘Ti ammazzo, bastardo!’.

Non fece in tempo ad aggiungere altro. Francesco, che si era prontamente avvicinato ai suoi abiti, gli puntò contro la pistola e sparò: un unico colpo in faccia. Il povero bracciante stramazzò esanime. Carmela, con le mani tra i capelli: ‘Cos’hai fatto? Me lo hai ammazzato come un cane!’.

E si gettò sul corpo del marito. L’omicida, frastornato, si rivestì in fretta e scappò via. Nessuno seppe mai con esattezza dove andò a rifugiarsi e chi lo protesse. Carmela ebbe un figlio dopo alcuni mesi: moro con gli occhi verdi, come Francesco. Crebbe sano e robusto e da grande studiò medicina. Si dice che suo padre scendesse di notte dai monti, per offrirgli provviste e denaro. In paese, da allora, tutti lo chiamarono brigante.”

Zio Giovanni se ne andò in punta di piedi, un torrido mattino d’agosto. Gli altri contadini apparivano stanchi e taciturni, i volti solcati come la scorza degli alberi. Nessuno riusciva più a rapire la mia fantasia… Sono passati tanti anni e mi trovo di nuovo qui, dinanzi al casolare. Una leggera brezza lambisce le fronde degli ulivi, in pochi attimi spazza via tutto il veleno che mi porto dentro. E mi pare di vederlo ancora, seduto su una sedia di paglia, coi suoi modi sobri e uno stile da gran signore, mentre ascolto ammaliato le sue storie senza tempo.

3 pensieri su “Brigante

  1. Pasquale Giannino

    Questo racconto è apparso sulla rivista Calabria Sconosciuta. Lo dedico a Saverio Strati, ultimo grande esponente del neorealismo letterario che a ottantacinque anni vive in condizioni di indigenza. Il “sistema” è cinico e spietato. E non importa se tu sia un umile operaio, oppure uno scrittore che ha dato lustro alla cultura del Novecento. A un certo punto ti dicono che non servi più e ti gettano via. Come un scarpa vecchia. L’auspicio è che gli venga riconosciuto il vitalizio della legge Bacchelli.

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  2. jolanda catalano

    Pasquale, è proprio bello avere avuto da ragazzi qualcuno che sapeva raccontare storie, vere o presunte che fossero. La fantasia del narratore si trasferiva sull’uditorio che rimaneva incantato e si proiettava in un mondo spesso sconosciuto, come un viaggio senza una meta precisa.

    A casa mia era mio padre quello che ci riuniva per raccontare storie e favole e quando si trovava a corto di materiale, faceva appello alla sua straordinaria fantasia e alla sua mimica che non finiva mai di stupirci.

    Ed adesso…mi sembra di vederli…zio Giovanni…mio padre…e quanti come loro hanno saputo dare con semplicità un patrimonio d’amore e di parole che ancora, a distanza, ci scaldano il cuore.

    Grazie davvero, grazie per averlo dedicato a Saverio Strati che ho scoperto, mi pare, con Tibi e Tascia, che ho molto apprezzato soprattutto ne L’uomo in fondo al pozzo, un libro che dovrebbe essere riproposto, viste le tematiche diciamo così…editoriali che lo pervadono.

    un abbraccio
    jolanda

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  3. Pasquale Giannino

    Riporto uno stralcio della lettera che Saverio Strati ha inviato a Il quotidiano della Calabria per ricordare chi e’ e qual e’ stato il suo contributo alla cultura del Novecento:

    ‘Il libro “La Marchesina” ebbe il premio opera prima Villa San Giovanni. Alla “Marchesina” seguì il primo romanzo “La Teda”, 1957; alla “Teda” seguì il romanzo “Tibi e Tascia” che ricevette a Losanna il premio internazionale Vaillon, 1960. Ho sposato una ragazza svizzera e ho vissuto in quel paese per sei anni. Da questa esperienza è nato il romanzo “Noi lazzaroni” che affronta il grave tema dell’emigrazione. Il romanzo vinse il Premio Napoli. Nel 1972 tornato in Italia la voglia di scrivere è aumentata. Ho scritto “Il nodo”, ho messo in ordine racconti, apparsi col titolo “Gente in viaggio” con i quali vinsi il premio Sila. Negli anni 1975-76 scrissi “Il Selvaggio di Santa Venere” per il quale vinsi il Supercampiello, nel 1977. A questo libro assai complesso seguirono altri romanzi e altri premi. Il romanzo “I cari parenti” ricevette il premio Città di Enna; “La conca degli aranci” vinse il premio Cirò; “L’uomo in fondo al pozzo” ebbe il premio città di Catanzaro e il premio città di Caserta. Nel 1991 la Mondadori rifiutò, non so perché, di pubblicare “Melina” già in bozza e respinse l’ultimo mio romanzo “Tutta una vita” che è rimasto inedito’.

    Cara Jolanda, la figura di zio Giovanni e’ ispirata a quella di mio nonno Pasquale. In effetti grazie ai suoi racconti ho potuto assaporare quelle storie “vere” dal sapore antico che alimentano oggi la mia vena creativa. La storia di Brigante l’ho inventata di sana pianta.

    Ringrazio Fabrizio per avermi dato la possibilita’ di ricordare questo grande dimenticato e denunciare la grave ingiustizia che lo ha colpito, fra l’indifferenza generale.

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