Viedellapovertà 1

Mi bastava ciò che guadagnavo. Le spese, certo: un mutuo consistente, le pesanti bollette di luce, gas, telefono; e quelle impreviste, visite o cure mediche a pagamento, un conguaglio da pagare, un regalo, e via dicendo. Ma ci scappavano sempre i libri, le riviste, una serata al cinema.
Poi la separazione, lo stare insieme diversamente, coi figli; l’abbandono di una casa col mutuo ancora da pagare, la rinuncia agli arredi comuni, alla propria auto, alle proprie cose; e una nuova casa in affitto, altri arredi, utensili e oggetti necessari da comprare; e un cumulo di vecchie e nuove bollette.
Secondo l’Istat, è povero chi dispone di una somma inferiore a c. 600 euro al mese per i consumi. Ma chi ne guadagna mille in più, ma deve pagare parte di un vecchio mutuo, il mantenimento dei figli, l’affitto di un nuovo appartamento con uno spazio anche per loro, col condominio e le immancabili spese, come può definirsi, restandogli poco più di duecento euro al mese per mangiare (lui e i figli) e per qualunque altro acquisto e imprevisto?
Qualcuno subito dirà: peggio per chi mette su famiglia e poi, come sempre più spesso accade, si separa; peggio per chi ha avuto l’ardire di acquistare una casa per non farsi strozzare una vita intera da un affitto, destabilizzare da uno sfratto. Cosa conta se ha studiato molti anni, se ha superato un concorso pubblico selettivo, se ricopre un ruolo di responsabilità, se lavora da più di vent’anni senza avere mai avuto un riconoscimento di carriera, un miglioramento economico, se non nella risibile misura prevista dai contratti collettivi?
Sono però sereno, e grato di essere vivo e con le cose essenziali; grato, soprattutto, agli amici e ai parenti, per gli aiuti inaspettati e salvifici (ancora per quanto?). Ogni considerazione e lamentela personale si ferma qui, pensando ai molti, moltissimi che stanno peggio; a tutti coloro che non hanno proprio nulla, né un lavoro né una casa disperando per l’uno e per l’altra; ai tanti giovani con qualità e competenze da poter ricoprire, degnamente, qualunque incarico pubblico o privato, quanto e più di chi attualmente lavora. Tacere ed arrangiarsi, allora, come molti fanno, ripetendosi di continuo che la povertà è ben altro, che si tratta soltanto di un periodo difficile per te e per tutti, che poi passa, che l’importante è conservare un lavoro, specie se garantito, di questi tempi? Le cadute e le ossa rotte restano, però, cadute ed ossa rotte, sulla strada della vita, e piuttosto che tacere, per pudore o inopportunità, prima di parlare di fatalità o di inavvedutezza, sarebbe giusto che chi di dovere inizi seriamente a riparare buche e fossi lungo tutte le strade affinché nessuno possa più caderci, restando in terra, magari, senza potersi più risollevare.

16 pensieri su “Viedellapovertà 1

  1. Gena

    Tacere e arrangiarsi sono diventate quasi delle regole di chi per dignità non osa neppure chiedere.
    Un saluto

    Giovanna

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  2. robertorossitesta

    Caro Giovanni,
    la tua scelta di parlare sul blog di quanto ti è accaduto dapprima mi ha sconcertato; poi ho fatto la semplice riflessione, basata come sai sull’esperienza diretta, che il silenzio di sicuro non serve a nulla, soprattutto se, come te, si abbia particolarmente a cuore la dimensione pubblica degli eventi.
    Non che la comunità possa accollarsi le conseguenze di certe scelte dei suoi membri, anche se sappiamo bene che spesso si tratta di scelte solo di nome; ma almeno “chi di dovere” ha appunto il dovere di provvedere a buche e fossi, affinché le cadute, nei grandi numeri inevitabili, non debbano risultare necessariamente mortali.
    Con affetto,
    Roberto

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  3. Giovanni Nuscis

    Grazie Giovanna, Roberto e Fabrizio. Una vicenda paradigmatica, al di là degli aspetti personali, che conferma ciò che in fondo si sapeva o s’intuiva sugli effetti della crisi e la misura del coinvolgimento, imponendo di ripensare una politica sociale ed economica che nessuno escluda, con le doverose priorità ed eccezioni.
    Un abbraccio.
    Giovanni

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  4. natàlia castaldi

    Caro Giovanni, bisogna proprio parlarne e ad alta voce.
    Oggi ho ricevuto dal mio capo – lavoro a provvigioni, senza stipendio fisso – la lieta novella che a settembre la mia busta paga sarà di euro 86,07 lorde, circa 50,00 nette.
    Ovviamente sono andata a chiedere spiegazioni e lui, candidamente, ha detto che essendo cambiata la tipologia delle pratiche a me affidate, la lavorazione darà i suoi frutti nel tempo.
    Ora, posto che “godo” di contratto a progetto e sono comunque “invitata” a prestare regolare presenza in ufficio per almeno 6 ore al giorno, sabati inclusi, con solo una settimana di ferie all’anno (non per contratto ma per gentile concessione della “cooperativa” di cui sono dovuta diventare “socia” per lavorare, versando la quota societaria di euro 100 al mio “arruolamento”, due anni or sono), godendo peraltro di contributi pensionistici minimi detratti dalla mia stessa busta paga che mi equipara ad una “libero profssionista”, mi chiedo: ma in che – pardon – MERDA di società viviamo?
    Insonne preparo lettera di dimissioni e prevedo di scriverci su un libro.

    buona notte
    natàlia

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  5. jolanda catalano

    Caro giovanni, cari tutti,
    la nostra incivile società non è affatto pronta e disposta ad “emergenze” del genere.
    Tutti o quasi pronti a inneggiare a un o stupido ponte sullo stretto che non serve a nessuno,
    e qui spero natàlia potrà darne conferma. Ma in quanto a farsi carico di problemi oggettivi che riguardano una coppia che si separa, c’è davvero da rabbrividire. Ne sto facendo ancora le spese, visto che la “spesa” è sempre più difficile da fare.
    La separazione, purtroppo, spesso è vista come una colpa da espiare, ma non è così. A volte è “necessaria” come l’aria, un’aria sempre più inquinata che nessuno o quasi ha voglia di rendere più salubre.

    Altro che romanzo,Natàlia, oggi potremmo scrivere un’opera omnia a tante mani, poichè un problema tira l’altro e tutto si concatena in questa miseria di umanità e di diritti smarriti.

    mi fermo perchè, anche se dispongo della vita, resto comunque molto arrabbiata, e sul comportamento dei parenti….lasciamo stare………

    un bacio per tutti
    jolanda

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  6. Giocatore d'Azzardo

    Giovanni, divorziare costa, troppo, e sta ridiventando una pratica da ricchi. C’è indubbiamente qualcosa che non funziona. Hai fatto bene a parlarne e a scoperchiare la pentola di una delle tante situazioni critiche di cui i media non parlano, perché non “tira”, e chi è coinvolto spesso non ne parla per pudore. Per quel che può valere, hai tutta la mia solidarietà. Concordo con Fabrizio: parlarne è il primo passo necessario.

    La situazione stipendi, ribadita da Natalia, è uno degli altri argomenti critici, anche se troppo complesso da affrontare, in modo non strutturato, in un singolo commento. Una sola considerazione: il pareto dei ricchi straricchi e di quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, si è sempre più spostato a favore dei primi. E’ una guerra non dichiarata che ha già un vincitore annunciato e c’è qualcosa (molto) che non va, anche in questo caso, e nessun governo sembra accorgersene.
    Per quanto riguarda le cooperative e la storia dei soci lavoratori, beh, ha già detto tutto Natalia. Aggiungo solo una nota di “colore” (l’ultima volta che l’ho fatto mi hanno acusato di cazzeggio): sapevate che la COOP ha una sua banca a Ginevra? Appena dietro il lungolago, nella zona storica, quella più cara, quella delle finanziarie. Sicuramente la utilizzerà solo per operazioni speculative “etiche”; altri motivi, per avere una banca a Ginevra, non ne vedo. Ah, senza pudore l’hanno chiamata banca COOP 😀

    Blackjack.

    PS: sono solo due le “società” italiane che hanno un banca di PROPRIETA’ in Svizzera: FIAT e COOP. Ho messo società fra apici perché non ho mai considerato le cooperative “società”, dovrebbero essere qualcosa di diverso…

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  7. Giovanni Nuscis

    Cara Natàlia, senza voler ridurre la complessità delle cose a poche battute, dico solo che situazioni scandalose come quella che descrivi altro non sono che la (ben prevedibile) ricaduta di scelte politiche rispecchianti una certa idea del mondo e dell’umano destino, fuori dalle ideologie, ormai, ma ben dentro le logiche di quelle oscure o palesi committenze che decidono i governi riducendoli, prima, riducendoli, poi, a meri cavalli di troia dei loro interessi di casta. Dato il contesto, si gioca al ribasso, ridimensionando compensi ai lavoratori, per vincere un appalto e poter così sopravvivere come soggetti economici, o per incrementare i guadagni dei vertici societari. Garantire un’abitazione a chi non ce l’ha o non può (più) pagarsela, e dei pasti, ogni giorno (magari, in un ridisegnato contesto comunitario, di quartiere, di condominio…) vuol dire depotenziare gli effetti della crisi riducendo drasticamente il ventaglio di spese, ogni mese, per singoli e famiglie. Soluzioni del genere renderebbero meno drammatico il problema del lavoro che, proprio in una simile prospettiva (costruzione, acquisizione o adattamento di abitazioni pubbliche, e creazione di filiere per garantire pasti ai bisognosi), potrebbe incrementarne l’offerta.
    Un caro saluto
    Giovanni

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  8. Giovanni Nuscis

    Vi ringrazio Jolanda e Blackjack per i vostri interventi che confermano, mi sembra, la percezione di una distanza intollerabile tra i bisogni reali dei singoli e le risposte politiche che sappiamo; invece di costruire e potenziare si smantella, si dismette, secondo logiche di cassa e di clientela; e il ponte di Messina ne è un esempio calzante.
    Giovanni

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  9. MARLENE

    Caro Giovanni.Lieta di conoscerti e di apprezzare la tua chiarità di pensiero.Non me la sento di esprimere giudizi superficiali.Ma semplicemente ti dico che la fiducia non è sempre malriposta e tu con il tuo percorso di vita ne sei una dimostrazione lampante!!Grazie per l’esempio che mi hai dato.E gongolo perchè a noi sardi viene sempre o quasi incollata l’ etchetta di Cupi ed Ombrosi.Tu non sei nè l’uno nè l’altro.E’ la tua vita.Ne hai raccontato un brano, sta alla sensibilità di chi ascolta interpretare al meglio la tua onesta spontaneità e scelta.Grazie davvero tante.Ad essercene,persone come te..Un abbraccio e a nos intender luego!Marlene

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  10. pasquale vitagliano

    Bello questo post, Natàlia.
    Le tue “dimissioni” mi ricordano le mie. Di tanto tempo fa, avevo 25 anni. Decisi così come te che il “posto”, il luogo, il lavoro tanto sognato, tanto ambito, sin da ragazzino, non era, non poteva essere il mio.
    Si è sempre sull’orlo delle “dimissioni” da qualcosa, da qualcuno. Ma in fondo, comunque, finché vivi, finché hai forza, finché hai fede, “c’è sempre un’altra vita”.

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  11. Giovanni Nuscis

    @Pasquale. I nostri sogni, come i nostri bisogni, sono spesso scritti in un fluido che scorre. Ma la loro forza e urgenza si fa spesso coagulo, e non si può, in ogni caso, non tenerne conto, diventa questione di vita o di morte. La fiducia è d’obbligo, come lo sono la capacità di rinuncia e l’azzardo, talvolta.

    @Marlene. Contento di conoscerti, davvero, cara Marlene: neppure tu mi sembri, però, cupa e ombrosa:) Grazie di cuore per quanto dici, a presto

    @Natàlia. Colgo in te la forza, la coerenza e la determinazione proprie di chi sa accettare e vincere le sfide. Considera l’esperienza conclusasi, e le sue ragioni, come una necessità, un segno di doveroso cambiamento, nel tuo cammino; il vuoto creatosi, si riempirà presto di nuove cose.

    Vi abbraccio.

    Giovanni

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  12. MARLENE

    Ciao Joao!Ti chiamo in questo modo perchè arrivo fresca come una rosa( cioè Nina Maroccolo!!!)da un incontro maravhilloso.Quello con GUINGA.Lui è “semplicemente” è.Si potrebbe fare apologia e raccontare in poche “note” brasiliane il suo profilo.Ma ti racconto che abbiamo curato oggi la sua Masterclass.Ieri ha raccontato in un concerto al Tearo Civico di Cagliari un pò delle sue cose.Ad un certo punto quasi pensando a voce alta dice in un italiano stentato e cantinelante:” C’è una canzone italiana che adoro vorrei cantarla con voi.E’ SENZA FINE di Gino Paoli”.Io avevo il peperoncino non ti dico dove ..cioè dappertutto!Bueno:erano tutti zitti , muti come pesci e lui che cominciava con i primi accordi e con /La.la. la.la./La mia voce è uscita dal silenzio e dal buio ed ho cantato tra sconosciuti.In una poltroncina del Teatro Civico.Mi sentivo una leonessa nella Savana, col mio ruggito.Ho vinto la paura ed ho liberato un’emozione.Poi, l’ho incontrato (anche per ragioni di lavoro, non potevo fuggire)e lui molto semplicemente, e mi ripeto, ha detto:Maravillhosa. Questo per continuare, in una forma poco letteraria ma molto umana, a dire che a volte uscire dalla conchiglia è giusto.E gli incontri si vestono d’azzurro.Una lezione splendida data e condivisa con un musicista tra i più dotati al mondo:amico di Chico Buarque e nomi del Genere.Vai su GUINGA e scoprirai di più se vorrai.Chi è veramente grande esce allo scoperto ed è semplice.Come Guinga,come te.Finito, per oggi.Buon Ferragosto e buoni giorni Poeta. Un affettuoso ciao.Marlene

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