
FUMO
di Nadia Agustoni
Riempito il sacco di vento e saliti i gradini tre alla volta fin sul tetto, appena giunto, colsi due o tre stelle e lanciai in aria il vento che ricadeva ovunque. Avevo una foglia in ogni tasca e pensavo all’autunno, alla notte che sembrava uno scudo, al tempo che scivolava piatto tra vita e vita mentre mi cresceva il cuore come un pensiero che cresce troppo e avevo paura di ascoltare: chissà se ero un principe o un bambino e chissà se mi ero perduto in un cielo di puntini più chiari e magari stavo per scoprire che non esistevo, che tutto questo non era il mondo e io sognavo senza un altro sogno che mi svegliasse.
Magari, ma lo immaginavo, il mondo era altrove, in un cielo più calmo dove c’erano dei pianeti rossi e gialli e corde tese o liane come nella giungla e le tigri mi guardavano con occhi fondi e non leggevo uno sguardo, ma un pozzo, una grotta dove il sacrificio era per compiersi o compiuto: capivo di dover scappare, ma correvo solo nei pensieri che erano a pezzetti come carta e letterine dimenticate. Tutto l’affetto di cui ero capace lo avevo stretto nel pugno e una balbuzie inspiegabile era lì a dirmi che il cuore batteva ed ero solo. Vedevo crescere le stelle fredde.
E arrivarono i briganti, sette neri briganti, e presero il sacco senza il vento e mi chiesero dov’era mai il vento che li cercava sempre e li chiamava dai monti. Non rispondevo perché la lingua dietro i denti non faceva più parole, ma bolle d’aria e loro pensarono foschi che avevo mangiato tanto vento e il vento ero io. Tolsero di tasca sette coltelli e i sette briganti brigarono per uccidermi e stavo contando i passi fino al cornicione per saltare quando un tuono aprì la notte in due e tornarono le correnti, il vento c’era di nuovo e loro dissero come un coro: “eccolo!” e si lanciarono sugli alberi a inseguirlo e le stelle mi ridevano dietro e anche le nuvole perché capivano che ero salvo e i miei sogni facevano patatum per svegliarmi e un sacco di carbone era giù in cucina e sarebbe uscito fumo dal camino. Nel fumo nascevano altre forme e in mezzo al cielo c’erano segnali che poi ripensavo in parole: c’era un alfabeto là in alto, una lavagna al contrario, chiara, dove con il nero fumo si scrivevano le cose.

Tenerissima…V.
“patatum”: che bella!
Vi ringrazio.
eh si! “Patatum” …
Bravissima, intensa, commovente Nadia! Grazie
Mariella
Un racconto davvero degno di Folon: brava!
Un saluto,
Roberto
Grazie e un saluto.
con Nadia
si respira
e si trattiene il respiro
insieme
,\\’
tagliente incisivo come una stella
bravissima
c.
Cari amici, un saluto a voi e grazie.
Nella poesia di Nadia Agustoni si diserba il cuore adulto.
Si tu ascolti, viene il murmuro puro dell’infanzia.
Leggendo, si prova un cuore nuovo e familiare.