La storia lega indissolubilmente città e democrazia. Non è un caso che “polis” sia il nome della città primigenia e che l’”agorà”, il luogo della dibattito e della decisione, fosse il suo centro. Non a caso Carlo Cattaneo definiva “non città”, ma “pompose Babilonie” gli insediamenti delle tirannidi asiatiche. Non a caso il grande risveglio che ha ingioiellato di città storiche tutte le nostre regioni è associato alla lotta per l’autonomia dei “borghi” dai domini dei Signori. E non a caso la responsabilità della pianificazione urbanistica è nelle mani delle istituzioni della Repubblica. Sia l’una che l’altra, città e democrazia, mutano nel tempo. Dalla democrazia oligarchica, la democrazia dei pochi, siamo giunti, attraverso un percorso faticoso e ancora incompiuto alla democrazia di tutti. Oggi tutti i cittadini hanno diritto a eleggere i propri rappresentanti nei luoghi ove si decide.Nella nostra democrazia le decisioni le prende chi rappresenta la maggioranza. Una maggioranza che può avere varie ampiezze: può essere unanime, assoluta, relativa. In quest’ultimo caso essa è costituita dalla porzione dei cittadini più ampia tra quelle nelle quali si è suddiviso il corpo elettorale. È il caso della maggioranza di oggi: il raggruppamento che fa capo all’attuale premier rappresenta il 47 % dei voti validi e il 34 % degli elettori: meno della metà dei primi, un terzo del “popolo”.Il maggiore contributo alla democrazia dei nostri tempi lo ha dato il pensiero liberale, un paio di secoli fa. I pensatori che hanno costruito le basi e i principi della democrazia hanno compreso subito che in essa il principio della maggioranza poteva condurre a effetti letali. L’influenza di un eletto o i suoi poteri occulti potevano trasformarlo in demagogo, capace di conquistare i cittadini sulla base non della ragione ma dell’emozione, magari sollecitata dall’istigazione ai sentimenti più bassi.Dalla democrazia alla tirannide il passo non è lungo: “La democrazia finisce subito se cade sotto la tirannia della maggioranza” ha scritto Alexander Hamilton, un politico ed economista statunitense vissuto alla fine del XVIII secolo. E della democrazia fa parte integrante il principio della possibilità di ricambio dei gruppi dirigenti: questo è impedito se la maggioranza spegne le voci alternative o impedisce loro di raggiungere le orecchie di tutti. Proprio per queste ragioni la nostra democrazia (nella quale da noi si ha tanta fiducia da pensare di esportarla con le armi) è stata costruita con un attento sistema di contrappesi, che bilanciano quello della maggioranza con altri principi.Frenano la tendenza alla “tirannia della maggioranza” due principi: il diritto delle minoranze e la separazione dei poteri. Il primo comporta la garanzia che ogni gruppo d’interesse (sociale, economico, culturale) abbia la possibilità di essere rappresentato là dove si conosce e si dibatte per decidere, potendosi esprimere con la stessa libertà consentita alla maggioranza. Il secondo principio consiste nella rigorosa autonomia di ciascuno dei tre poteri fondamentali: legiferare(parlamento), applicare le leggi (governo), giudicare (magistratura).Ciascuna di queste tre istanze ha eguale autorità rispetto alle altre. Sostenere che una di esse primeggia significa proporre una tesi eversiva della democrazia. Eppure, è quello che è avvenuto negli ultimi giorni, quando gran parte dei politici, e degli stessi giornalisti, che hanno scritto o parlato sul “conflitto” tra capo del governo e massima istanza della magistratura, hanno accreditato la tesi che solo chi è direttamente eletto dal popolo ha il potere di decidere, e se gli altri ostacolano la sua decisione sono rei di tradimento e vanno ricondotti all’ordine.Un urbanista non avrebbe il compito di richiamare questi concetti, ad altri spetterebbe di farlo. Ma un urbanista – come ogni cittadino consapevole – sa che se essi vengono travisati, e i principi che li esprimono violati, per la città, luogo della società, non c’è speranza.
14 ottobre 2009
Da: Tiscali notizie

Io credo che quando una “cosa” comincia a sfumare e perdere la certezza della definizione ci sia bisogno di una svolta che definisca nuovamente il concetto di democrazia, in questo caso. Penso che questo inzio nuovo millennio stia chiedendo all’uomo di apportare dei cambiamenti guardando avanti e non indietro, molte cose sono cambiate e molti cambiamenti devono ancora essere accettati. “meglio la strada vecchia che quella nuova” è un concetto ampiamente superato. poteri e strapoteri, deliri di onnipotenza, “inciuci” di palazzo dovrebbero sollevare le piazze comunque la si pensi ammesso che esistano ancora concetti antichi di destra e sinistra. L’uomo è cambiato, i tempi sono cambiati, siamo di fronte a una rivoluzione unica che non si combatte con le armi e la sopraffazione ma con la mente e lo spirito. prima l’uomo toglie la testa da sotto la sabbia più vedrà prolungarsi la sua sopravvivenza, lo stato attuale può portare ad un inviluppo inutile e autosterminante. è in atto un cambiamento sarebbe ora di aprirgli le porte e le braccia e smettere di aver paura del futuro
bell’articolo, grazie Giovanni per averlo sottoposto alla mia attenzione.
un abbraccio
“legiferare(parlamento), applicare le leggi (governo), giudicare (magistratura).Ciascuna di queste tre istanze ha eguale autorità rispetto alle altre. Sostenere che una di esse primeggia significa proporre una tesi eversiva della democrazia.” A parte i recenti fatti, avrai letto che le reti del gran capo hanno pedinato il giudice milanese che ha condannato e disposto il risarcimento miliardario nel lodo Mondadori.
Quindi, cara Stella, si attagliano perfettamente le tue parole: “lo stato attuale può portare ad un inviluppo inutile e autosterminante”
Un caro saluto.
Giovanni
Dato che il termine democrazia in sé non ha connotazioni storiche determinate, in quanto la astratta democrazia si invera di volta in volta in precisi e determinati sistemi democratici (democrazia oligarchica, borghese, elettorale, partecipativa, comunitaria ecc.), oggi la nostra, quella che ci è toccata, è (sempre più) una democrazia del numero. E il numero in sé appartiene alla aritmetica, non all’etica. Vince il 50%+ 1, a prescindere dai valori o dai non-valori che questo numero incarna. Già agli illuministi, i padri della democrazia borghese,questo aspetto della democrazia non era estraneo. E un volto (il peggiore) della democrazia del numero lo si è visto nella Germania anni Trenta o in Italia sotto il fascismo.
Modesta proposta: ritornare alla democrazia dei cittadini, quella nata durante la Rivoluzione francese, perché una parte del suo programma politico non si è mai realizzato.
PS.: Malgrado gli ottimismi alla Pangloss, non credo che quello che abbiamo vissuto negli ultimi decenni sia il punto più alto della c.d. democrazia.
“non credo che quello che abbiamo vissuto negli ultimi decenni sia il punto più alto della c.d. democrazia.”
Condivido. Non vi è dubbio che questa forma-stato richieda dei correttivi. E’ un offesa all’intelligenza – proprio per lo spettacolo indegno di questi ultimi decenni e mesi – definirla “governo del popolo”, quando la sua “sovranità” (parola che fa sorridere) s’esaurisce nei due secondi necessari per segnare una croce su un simbolo, neppure più sui nomi, ormai. Il “popolo” è inerme e delegittimato, altro che sovrano! Non esistono nella nostra costituzione forme di revoca della fiducia conferita dai cittadini ai rappresentanti politici (singoli o in coalizione), né ipotesi di comportamento così grave da permetterlo. Nei cinque anni di mandato si può fare di tutto e di più, con la sola pena della non rielezione. Urge un nuovo contract social.