Flinn il cantastorie guardava la strada
davanti alla locanda del mio villaggio.
“Perché guardi?”, chiedevano i bambini.
“Perché guardare è il gioco degli dèi
e fu il compito invidiato agli eroi
ogni notte prima di ogni battaglia.
Perché chi guarda è il custode, bambini che correte,
e la strada è il suo bastione”, rispondeva Flinn.
Splendeva il sole, bruciava l’estate
e davanti alla locanda del mio villaggio
sempre il cantastorie Flinn guardava la strada,
i capelli come il fuoco, gli occhi come il lago.
“Perché guardi?”, chiedevano le ragazze.
“Perché il tempo passa e voi non lo sapete:
un giorno siete vergini, poi fidanzate e mogli,
madri e vedove, e poi polvere, un giorno.
Perché il tempo finisce, ragazze che danzate,
come finisce la strada”, rispondeva Flinn.
L’autunno avanzava in una strage di foglie
e davanti alla locanda del mio villaggio
sempre il cantastorie Flinn guardava la strada,
stretto nel tabarro mentre il vento infuriava.
“Perché guardi”, gli chiedeva il prete.
“Perché Nostro Signore venne lungo una strada,
e nella destra teneva la Parola,
nella sinistra impugnava la Spada.
Perché la strada è una spada, mio buon prete,
e ogni passo taglia come una lama”, rispondeva Flinn.
Cadeva la neve, scendeva l’inverno
e davanti alla locanda del mio villaggio
sempre il cantastorie Flinn guardava la strada,
incurante del gelo, ignaro della tempesta.
“Perché guardi?”, chiedevano i gendarmi.
“Perché ci sono leggi che non furono scritte:
che l’uomo non si perda, né si consumi il cuore
camminando su sentieri sconosciuti a questa terra.
Perché la strada è un tesoro, gendarmi della notte,
ma non c’è forziere per contenerla”, rispondeva Flinn.
Un giglio nel prato, tornava primavera
e davanti alla locanda del mio villaggio
sempre il cantastorie Flinn guardava la strada,
cedendo appena al sonno che consola.
“Perché guardi?”, chiedeva in sogno l’amore della sua vita.
“Perché per questa strada ti allontanasti da me
e per questa strada presto a me ritornerai,
e voglio essere il primo a riconoscere il tuo scialle.
Perché la strada è il tuo monile, amore della mia vita,
è l’anello che domani ti donerò”, rispondeva Flinn.
Davanti alla locanda del mio villaggio
Flinn il cantastorie ancora guarda la strada.

Perché guardare è il gioco degli dèi, ma che bella, Ale, immagino sia tua, giusto? Ci sono echi di tanti echi lontani….
Sì, è mia: sta dentro un racconto, abbastanza lungo, di cui rappresenta il centro emotivo. Ma anche nel racconto si fa finta che questa sia la traduzione da un originale perduto.
Ovviamente il bel testo in versi fa venir voglia di leggere quello in prosa.
Grazie e ciao,
Roberto
Molto bella l’immagine del giglio nel prato.
insomma, Flinn il profeta contastorie…
una risposta per ogni domanda 🙂
m’inchino!
c.
mi è piaciuto molto, il racconto in versi fluisce come un fiume. complimenti alessandro.
Ho conosciuto il cantastorie Flinn, qualche tempo fa. Ero seduto sul molo della baia di Gera Lario e l’ho visto riflesso nell’acqua del lago. Perché quelli che guardano nella stessa direzione prima o poi finiscono per incontrarsi, in qualche modo. Lui però non mi stava guardando. Guardava la strada, che correva lunga e diritta, allontanandosi dal villaggio. In quel momento un’automobile gli passò accanto, riempiendolo di polvere. Fu allora che mi accorsi dei cambiamenti avvenuti intorno a me, negli anni che avevo trascorso sul molo ad osservare il tempo che scorre, come gli dei, sorridendo del gioco degli uomini e di quello delle stagioni. Sulla banchina vidi una coppia con un passeggino e in lui riconobbi un amico d’infanzia. Quel giorno mi alzai e andai a bussare alla fabbrica di scarpe. Ora ho un lavoro e una donna. Mangio due volte al giorno e sto molto meglio, credo.
Io ho conosciuto Odiug Sepoc, invece. Siamo diventati amici.