Due racconti – di Marta Campi

I sogni di Y

Y: donna 38 anni, assistente sociale, ha un carattere poco incline alla compassione.

Z: donna, 33 anni

A: figlia di Z, 6 anni e mezzo, spesso ruba le penne e le matite più colorate ai compagni di classe.

[Y trova la porta dell’int. 8, secondo piano, scala b, socchiusa, dopo un momento di esitazione decide di entrare]

L’appartamento era in uno stato di degrado totale. Sporcizia, vestiti, scarpe, fogli di giornale si mescolavano rovinosamente formando mucchietti sparsi lungo il perimetro di quello che era difficile definire un luogo abitativo. La rovina pioveva dalle tende ammuffite fino allo sgocciolare del rubinetto sui piatti. L’odore pungente di avanzi mai più toccati giunse diritto allo stomaco di Y, che si portò istintivamente una mano alla bocca. Per qualche istante sembrò che non ci fosse nessuno lì dentro. Invece no. Qualcuno era presente. Ma Y non era, e non fu in grado di oltrepassare quella violenta discarica di visioni perlustrative e scovarvi nascosti dolore, assenza, perdita…

Per caso, vide gettata a terra come un cadavere, Z, chiusa tra i suoi ricordi e un buco, esploso di eroina. Sopraffatta, Y desiderò la sospensione da quella parte di mondo che stra-volgeva ogni suo criterio di presenza. Fu un singolare chiacchiericcio, proveniente dalla stanza affianco, a distoglierla dai suoi audaci sogni di fuga. A. era seduta per terra, visibilmente denutrita e sporca; apriva e chiudeva la sua piccola bocca per cantare una sorta di litanìa a un pupazzo dall’orecchio strappato, che teneva stretto tra le mani in una morsa eccessiva per un semplice gioco. Quando Y entrò nella sua stanza, A. la fissò dritta negli occhi, inducendola a fermarsi: avvicinare “una” bambina improvvisamente le sembrò pericoloso. Fece un lungo sospiro, prese il cellulare, e chiamò il suo responsabile.

La ragazza-pitone

Ho iniziato a notare una ragazza qualche settimana fa, dalla vetrata del bar dove sono in prova. Ogni giorno la ritrovo alle 9.00 in punto, allo stesso incrocio. Anche ora è lì. Ferma al semaforo. Pronta per attraversare le strisce, bianco-evidenziate. Vestita con una gonnellina marrone bruciato, scarpette basse, giacca dal taglio maschile color senape e un grosso sciarpone verde che l’avvolge come un pitone, quasi, nascondendole parte del viso… Alcune persone le si fermano accanto, altre leggermente dietro. Ma Lei non si cura di nessuno, guarda fisso dall’altra parte della strada ed è come persa attorno a un fantomatico punto che punge il suo sguardo da giorni. Ma non appena il semaforo segnala il via libera ai pedoni, lei resta, lì, ferma, scavalcata dalla fretta dei passanti. Poi il suo viso si fa scuro e inizia indietreggiare, spaesata, come se fosse in preda a un’agitazione sommessa… Nel bar, le solite ordinazioni, io cerco di soddisfare tutti il più rapidamente possibile, per non perdere quello che sta diventando, giorno dopo giorno, un’ossessione. Stavolta, però, quando mi sono voltata all’incrocio, a far da piantone, solo un ragazzo magrolino con uno zainetto rosso, stracolmo, pendente sulla spalla sinistra. Così sotto gli occhi furiosi del mio capo e quelli interdetti dei miei clienti ho piantato in asso tutti e sono uscita fuori, per strada. Avanti e indietro i miei occhi persi lungo il suo percorso fisso. È come sparita, di nuovo. Sicuramente ha già girato l’angolo, il secondo dopo il semaforo, quello più lontano dalla mia traiettoria, per intenderci. E ogni volta che accade, ogni volta che la perdo mi sento, per assurdo, in uno stato di abbandono…

Dall’interno del locale una voce più che alterata mi ricorda le nuove ordinazioni, tre caffé al tavolo, di cui uno al vetro e due macchiati caldi. Li faccio, desiderando di avere al collo un pitone per sciarpa.

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