3 febbraio 2020, Convegno Simon Weil, Barchessa di Mirano -Appunti –

di Annalisa Busato

Un leone rosso nella neve guarda

tre altissimi pioppi al centro

del prato, oggi bianco e splendente,

nel Giardino Romantico di Mirano.

Dicono che tu, Simon, scrivevi messaggi

affettuosi alle tue studenti “Piccola cara…”

educandole all’attenzione, a cogliere

il punto, il centro di ogni giardino.

Tu, Simon, musa vaticinante, pasionaria

difficile e distante, superba,

sapevi insegnare, ispirare, spronare

senza perdere la tenerezza.

Nella sala, messaggi bianchi alle pareti

e libri d’artista di una casa editrice

che ha scelto di chiamarsi “Eidos”.

Alle pareti, fogli unici, preziosi,

creati da mani di donna. Li guardo

mentre le dame sapienti ti evocano.

Tutto hai provato sulla tua pelle

pallida impavida ragazza: fabbrica, studio,

stanchezza, sventura, fame, lavoro.

“Unico mio conforto è la religione” dici sicura,

e tra tutti hai scelto il credo

degli schiavi, quello del dio crocifisso.

Ma ogni fede è l’unica vera (è nostalgia)

come per l’esiliato il suo paese è nostalgia

perché ogni amore è unico, è nostalgia.

*

Cantano le donne spagnole in processione,

esorcizzano la sorte maligna portando ceri

al mare. Indimenticabile viaggio nel caos

e nella bellezza, è comunque la vita,

processione cantante o senza audio.

E allora portiamoli, i nostri ceri, alle onde

e della nostra vita facciamo arte.

In una cifra di materia sorda l’artista stampa

la bellezza dell’universo: quello è il suo cero.

A noi un compito più arduo: provare

che in ogni cosa un punto esiste,

che merita attenzione e dà ispirazione.

Trovare l’oro tra i sassi, rivelarne il valore

e poi ripulirlo, farlo brillare per darlo in dono

al mare. Segnare, e di-segnare, oppure dire,

o scrivere, è atto gratuito, sacro spreco.

Ma è arte anche costruire una vita semplice

senza fuga epica, senza finzione estetica

Arte è lanciare un puro sguardo

oltre il corpo, oltre l’io.

Volere. Volare.

Forse sognare.

*

Pronuncio il tuo nome adagio, con inquietudine

S-I-M-O-N W-E-I-L-

S-I-M-O-N W-E-I-L

Ti ascolto. Leggo e rileggo

frasi che non comprendo mai del tutto

dove echeggia un significante

che emana senza fine, che figlia, partorisce

e si fa madre di idee e di pensiero.

Distesa per terra nel tuo studio, leggevi,

ti nutrivi. E scrivevi i tuoi diari

su quaderni solo tuoi, nati per non esser letti,

dialogo interiore, segreto, con l’Altro.

Una pagina tutta per te

uno spazio oltre lo schermo di carta

in cui cercare il sacro.

Ti vedo, fanciulla che studia

nella sua stanza, sola e felice

piccola santa anticonformista, prostrata

in preghiera. E dio si fa presente

a te, con la sua assenza.

Silenzio la sua parola, suo dono il vuoto

che lancia oltre, sempre più lontano

la tua anima. Più in là dell’esperienza mistica,

fino all’annullarsi felice dell’ego.

Senza l’ingombro dell’Io,

perfino i ricordi dell’infanzia sono perfetti e gravidi:

enigmi di vita adombrati in favola

rotoli di mistero, torah senza scrittura.

Il tuo scrivere, è meditare

è musica circoscritta di silenzio,

sosta nel luogo privilegiato della de-creazione

dove tu sei frutto che si sbuccia,

scorza che cade nel silenzio assoluto,

strappo esultante dell’anima

che slega per sempre il corpo

dal desiderio. Momento pieno, per te,

sublime, che orienta il tuo vivere.

Ma è già un non-vivere al mondo

così non mi stupisce il tuo passaggio

all’altro livello di esistenza

dove si può sostare liberi

nel silenzio divino.

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