Notte di luna

di Antonio Sparzani

Da quando un certo mio cugino mi suggerì discretamente ma con una certa autorevolezza — io avevo appena superato la maturità ed ero stato un entusiasta e vorace lettore di Remarque — di leggere Gadda, eseguii prontamente e prontamente mi innamorai del nuovo autore, desiderando immediatamente leggere tutto quello che aveva scritto. Non dico di aver portato a termine questo compito alla lettera, tuttavia da allora ho molto cercato di portarmi avanti su quella strada. Oggi voglio parlare di questo:

    Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffiro, nel cielo; come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo. Quello che, se poseremo, ancora vigilerà.

Con questa visionaria apertura comincia Notte di luna, il primo dei disegni milanesi che compongono l’Adalgisa (prima edizione 1944), disegni scritti e arabescati da Carlo Emilio Gadda (1893-1973). Questo inizio mi ha sempre affascinato come tutte le cose che non capisco completamente nelle quali però sospetto un meraviglioso segreto. L’ingegnere Carlo Emilio è presente anche nei suoi testi più letterariamente impegnati, i cantieri e i sibilanti congegni lo affascinano. Ma, leggendo questo come tanti altri scritti suoi mi convinco sempre che nella sua scrittura lo sfondo continuo ma mai opprimente di una “coscienza scientifica” nitida e discreta, si fonde senza sforzo con la sua prosa continuamente poetica. Del resto Carlo Emilio si decise a iscriversi ad ingegneria, malgrado le chiare propensioni letterarie, terminato il milanese liceo classico Parini, perché la morte del padre Francesco aveva lasciato la famiglia in condizioni economiche piuttosto precarie e la madre ungherese Adele Lehr Gadda così pretese.
Ecco il seguito:

    I battiti della vita sembra che uno sgomento li travolga come in una corsa precìpite. Ci ha detersi la carità della sera: e dove alcuno aspetta moviamo: perché nostra ventura abbia corso, e nessuno la impedirà. Perché poi avremo a riposare.

Degli scritti gaddiani che io abbia letto, Notte di luna è uno dei più liberi, dei più fantastici, non c’è storia, personaggi, intricate o lineari vicende, è un continuo volare su un filo che acrobaticamente si regge solo su quello che in quel momento descrive:

    E gli arbusti, poi, e gli alberi giovani, che ancora sono compagni delle erbe e ne aspirano da presso il malioso profumo: e le erbe folte e i cespi con turgidi fiori e tutti gli steli frammisti dell’arborea semenza riprendevano ancora quel pensiero che i grandi avevano inizialmente proposto.

Perfino echi dannunziani appaiono qua e là, ma nulla importa, Gadda si lascia trasportare da sensazioni e pensieri che in ogni istante gli appaiono con folgorante chiarezza:

    Alcune foglie sembravano maioliche d’un giardino dell’oriente sognato e le dolci, vane stelle vi si specchiavano a rimirarsi. Nell’olezzo e nel carneo pallore di talune corolle era un desiderio un po’ malinconico e strano, un turbamento, inavvertito dapprima, che si faceva poi ansia, brama cupa: dirompeva in un male violento, selvaggio E allora questo male attutiva ogni memoria; e ne straniava dalla idea.

La fatica del vivere gli è presente, ma sembra che in questa notte di luna, la fatica si lasci scavalcare da una fantasticheria incessante:

    Accade che troppo stanchi, o perduti in un’ansia, riguardiamo ai segni lontani della notte. Dei secoli sono germinate le torri. Angeli diàfani, formazioni opalescenti della luce lunare, esalavano dai vertici dei pioppi, congiunte le mani, per recare a Dio le orazioni della sera. Ma adesso staccavano soli, senza messaggio, derelitto il loro approdo terreno come vela d’Alvise che sciolga vanamente al ritorno, a risuperare l’inutilità.

Un Gadda che si prende una vacanza da quella sua costante ricerca “di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento”, come suggerisce Calvino nella quinta e ultima delle sue Lezioni americane (Garzanti, Milano, 1991, pp. 103-04), o forse che racconta garbugli e gomitoli diversi dal solito, sempre però con quella sua inimitabile curiosità per gli anfratti e i minuti dettagli della realtà:

    Che fine sentire, che dolce immaginare sospinge i possessori dei giardini misteriosi a popolarne di sogni viventi il cupo profumo! Una mormorazione religiosa accompagna l’alitare della notte: e certo un pensiero, e molti altri, verranno nella mente dei possessori. E accolgono, talora, degli ospiti: che, viaggiati i mari, corsi i lontani paesi, vogliono conoscere indugio in questo, e bere questo caldo, questo profondo respiro.
    In quell’ora i cavalli erano stanchi. La via ferrata, solido manufatto, tagliava dirittamente la piana e le rotaie rilucevano come argentate in un presagio lunare: poi entravano sotto il fòrnice nero, assai ben fatto e in colmo un po’ affumato, nel monte. Nessun treno si udiva a correre, come sogliono, rotolando nel buio. Il casello era tutto chiuso: le barre a contrappeso levate, dimentiche del loro ufficio, in un ozio.

Sentite come il linguaggio, quand’è necessario, possiede la precisione tecnica richiesta (“le barre a contrappeso”), ma senza perdere un attimo l’ispirazione lirica cui qui davvero Gadda si abbandona senza ritegno. Anche quando parla di persone, esse sono sempre parte di un paesaggio ideale, di un paese fantastico, forse quella civitas solis che Gadda sostiene “l’ideal ducato dei miei sogni”, quello del suo “complicato campanellismo” (in Come i nomi i titoli dei libri: dipende da chi li porta, in Saggi, giornali, favole I, a c. di Dante Isella, Garzanti, Milano 1991, p. 1121): e infine è la chiusa del disegno:

    Passano donne e ragazze: e talora per alcuna si volgono gli uomini o ragazzotti e mormorano tra loro quello che pensano o che gli sembra di dover desiderare: camminano e ridono: incespica, nel voltarsi, il più ardito. Talora qualcuno ha uno sguardo, che una fanciulla sommessamente raccoglie: e allora quello, pure andando, si porta nell’animo come una speranza e una dolcezza consolatrice, dopo le stanche ore. Un’automobile in corsa lo ha sopravvanzato quasi proietto, sfiorandone la camminante persona. Lo assorda e l’impolvera: egli non ci fa caso. Gli animi pazienti e forti, quandoché presi da un’affezione subitanea o in un repentino sconturbamento de’ sensi, ignorano l’impolveratura della strada, la ràbida lacerazione delle sirene. Il passo di costoro ignorava lo scatto e la grassa caduta della rana, su dalle zanelle dentro la polvere, e l’altre deboli occorrenze, a ogni modo, onde potesse notarsi di qualche curiosità o fastidio il loro eguale cammino.

Sempre attònito dopo queste letture, non mi resta che ripetere che tornare a leggere questi classici del Novecento riserva ancora sorprese splendenti: è una bella cosa autorizzarsi a farlo, ogni tanto.

12 pensieri su “Notte di luna

  1. riccardo ferrazzi

    Caro Sparz, quelli che tu chiami echi dannunziani a me paiono la tesi alla quale Gadda si oppone antiteticamente (e, spesso, in modo chiaramente parodistico). Perfino la riscoperta dei dialetti nel Pasticciaccio mi sa di parodia delle Novelle della Pescara. Non pretendo di sostenere che il mio giudizio sia norma e regola, ma sono convinto che senza D’Annunzio non ci sarebbe stato Gadda.
    Con tutto ciò (che attiene unicamente alla definizione del suo stile), resta altissima l’ammirazione e vorrei dire quasi la devozione per quel capolavoro che è La cognizione del dolore.

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  2. Giovanni Nuscis

    Grazie, Antonio.
    “…nella sua scrittura lo sfondo continuo ma mai opprimente di una “coscienza scientifica” nitida e discreta, si fonde senza sforzo con la sua prosa continuamente poetica…”
    Un Gadda che non conoscevo. Condivido il tuo consiglio in chiusa.

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  3. lucypestifera

    sembra, da qualche anno, che nessuno, veramente nessuno, sarebbe potuto “essere” senza attraversare d’annunzio. non sono d’accordo, ma non è importante se io lo sono o meno. quello che importa è che sparzani ammette con semplicità lo stupore che si prova alla lettura di gadda e alla scoperta di sempre nuove pieghe nel suo immenso discorso. niente di più vero: io mi commuovo!
    chiediamoci quanti ne ha generati lui di scrittori del novecento! e sono ancora i più densi, i più corposi, quelli da leggere e rileggere. io credo che il fondo poetico sussista anche nelle pagine più apparentemente prosastiche e prosaiche: lo sguardo è quello del fanciullino pascoli, o di un gozzano ironico/malinconico. se gadda sembra d’annunzio è perché si ispira alla prosa del seicento, cosa da cui non è esente nemmeno il d’annunzio gabriele, ma scavalcandolo, il grande plagiario, il gran trombone.

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  4. Anna Maria

    La mia gratitudine a Sparz, per la sua proposta di lettura e per la preziosa considerazione conclusiva, indissolubilmente legata a ciò che la precede. La farò mia.

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  5. sparz

    grazie dei vostri commenti, che del resto per Gadda non posson che essere positivi. Sulla questione di quelli che ho chiamato “echi dannunziani” — e lo so che la sola parola fa drizzare molte attenzioni — non volevo dire nulla di più, volevo semmai mettere in rilievo il fatto che trovare echi dannunziani in Gadda mi sembra molto infrequente, e qui però sì, leggendo turgidi fiori e tutti gli steli frammisti dell’arborea semenza non può non venire in mente tutto Alcyone. Se ho capito bene quello che sostieni tu, Riccardo, che sei però un po’ ellittico, ti rispondo che io sarei più cauto nell’interpretare tanto Gadda come antitesi cosciente a d’Annunzio, almeno nel senso che nella scrittura sua sono in verità presenti, e con maggior peso, tanti grandi della letteratura italiana che la presenza del poeta di Pescara mi pare minoritaria. E d’altra parte condivido l’invito di Lucy, che continuo a sostenere non sia poi tanto pestifera, a guardare Gadda a sua volta come padre di tanti e tanti scrittori dell’Italia del secondo Novecento.

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  6. Giorgio

    Grazie, Antonello, bella lettura, che mette in rilievo ottimamente come in Gadda sia grande il quadro d’insieme e grande anche il dettaglio.

    E come succede in tanti grandi scrittori, in lui ci sono cose che richiamano altri grandi scrittori: nei brani che hai proposto ad esempio c’è qualcosa che mi richiama Leopardi, o Manzoni…

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  7. riccardo ferrazzi

    Antonello, ci mancherebbe: certo Gadda ha presente l’intera letteratura italiana. Ma come classificare il suo stile, il suo lessico? Basta, come fa Lucy, richiamare G.B. Marino? Oh no: lo stile di Gadda è molto più maturo. Negli anni 30 tutta la cultura italiana si divideva tra La pioggia nel pineto e Fontana malata. O D’Annunzio o antidannunzio. Lo stile era diventato un’ossessione. Imitare o differenziarsi? Sem Benelli (ingiustamente dimenticato) riusciva a fare ottime cose senza distaccarsi dal dannunzianesimo. Palazzeschi se ne andava per la sua strada sognante. Gadda, più lombardo, intriso di odio/amore per Milano/Pastrufazio, doveva rivoltare lo stile aulico in un pastiche aulico/plebeo. Doveva parodiare il Mostro Sacro. Doveva porsi in antitesi. Geniale, certo, ma segnato dal dannunzianesimo nella sua intima struttura.
    Quanto agli esiti artistici, insisto, la vera vena di scrittore, la vera grandezza di Gadda, salta fuori nella Cognizione. (Ma, ovviamente, questa non è che la mia opinione).
    Ciao Antonello, è bello rileggerti.

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  8. lucypestifera

    no, non “basta”. gadda è inesauribile: dicevo solo che il teorema per cui d’annunzio è dappertutto (o con lui o contro di lui) nella lirica, soprattutto, del novecento mi convince sempre meno: anzi mi stucca. è facile accostare per somiglianze o differenze un autore a d’annunzio poiché questi ha battuto tutte le strade, non ne ha lasciata una intatta e ha proceduto per stratificazioni successive non mollando mai nessuna delle sue maniere: nemmeno nel notturno riesce a lasciare andare del tutto quel gabrieledannunzio che lui stesso dice di odiare. è stato un compendio vivente di tutta la letteratura italiana e, in parte, europea. ma si poteva, credo, essere anche altro: indipendentemente da lui o in dipendenza d’altri.

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