di Ezio Tarantino
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Analisi e rimedi (continua)
Rimedi! Fosse facile. Ma bisogna pur cominciare a parlarne.
E come farlo se non partendo dalla parola tabù per eccellenza? Celibato.
Per Enzo Bianchi è un falso problema. Per il papa è un valore “sacro”, una “autentica profezia evangelica” (anche se, occorre ricordarlo, è obbligatorio solo a partire dal Concilio di Trento), ma per il Cardinal Martini lo si può ripensare. Hans Kung, in un’accorata lettera ai Vescovi ha indicato chiaramente, fra altre soluzioni più “semplici”, anche quella di cominciare, dal basso, con atti concreti, a corrodere questo tabù dalle radici profondissime. Che non sia un cammino facile è chiaro. E pieno di insidie collaterali (come dimostra anche un recente caso avvenuto nella Chiesa anglicana negli Stati Uniti, dove una donna dichiaratamente lesbica è stata ordinata Vescovo: non è un fatto che si può liquidare con giubilo o sconcerto a seconda di come la si pensi, perché coinvolge il sentire di migliaia, milioni di persone dalle quali non si può pretendere che accettino serenamente di dover prendere atto che tutto sta cambiando e così rapidamente senza che si sia fatto un percorso di avvicinamento avveduto, magari lento, non discriminatorio di nessun punto di vista).
Recentemente, nella sua rubrica sul magazine D di Repubblica, Umberto Galimberti, dopo aver ricordato alcune prese di posizione piuttosto controverse, per non dire liberali, anche da parte di San Paolo (che raccomandava un sano matrimonio a chi fosse preda di un incoercibile impulso sessuale) scrive una cosa molto chiara: “se la sessualità è una pulsione “naturale”, e il celibato, comunque lo giustifichino gli artifici teologici, non è conforme a natura, là dove non si segue la natura, inevitabilmente fioriscono perversioni e comportamenti contro natura.”
L’altra parola tabù è: donna. L’apertura del sacerdozio alle donne non potrebbe portare aria nuova, fresca, illuminata e illuminante? Non depurerebbe l’asfissia dei seminari maschili dove ogni sogno può diventare peccato, dove ogni desiderio represso può scatenare ossessioni? In una parola: dove la monocultura maschile toglie la libertà della purezza, invece che preservarla (io credo di sì).
Nella sua rubrica sul Domenicale del Sole 24 Ore Riccardo Chiaberge ha ricordato, qualche settimana fa, suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, una suora che ha dedicato tutta la vita agli ultimi, in particolare nelle bidonville del Cairo.
Dal libro di memorie che Suor Emmauelle, morta centenaria nel 2008, ha scritto e che Jaca Book ha tradotto, Confessioni di una religiosa, “emerge “, scrive Chiaberge, “l’autoritratto senza veli di una femminilità indomabile, una variante più sanguigna e sbarazzina di Madre Teresa. Madeleine cammina fin da ragazza sulle braci della sensualità, si innamora di un professore, prova attrazione per l’altro sesso e confessa di masturbarsi ancora in tarda età. «Questa sconcertante esperienza – scrive – mi ha fatto capire e, in un certo senso, condividere i drammi suscitati nel mondo da quel torrente che la maggior parte degli uomini non riesce a fermare. La mia indulgenza spesso stupisce la gente. Io resto tuttavia persuasa che quelli che vengono definiti “i peccati della carne” siano i meno gravi agli occhi di Dio». Nella bidonville, la suora francese vive per vent’anni in mezzo a torme di bambini seminudi, e nessuno di loro subisce da lei altro che il tocco della grazia: vaccini, medicinali, scuole. Aiuta le donne a liberarsi dalla schiavitù dei mariti-padroni, a non farsi mettere incinte ogni dodici mesi. Non scaglia anatemi contro gli anticoncezionali, ma più che pillole, cerca di procurare loro un lavoro che le renda indipendenti”.
Nessuno subisce altro che il tocco della grazia.
Nel capitolo dei rimedi, non si può evitare di parlare del rimedio evangelico per eccellenza. Il più difficile, il più ostico.
Il perdono
Il papa ha detto che “il perdono non sostituisce la giustizia”, eppure come si fa a pensare di regolare i conti definitivamente se non si affronta anche il nodo del recupero del peccatore all’interno della comunità?
Il perdono è il punto di arrivo del cammino dell’amore, ma non lo si può imporre, né regalare, né spiegare. Il perdono è un mistero personale, che riguarda la vittima e il carnefice, il loro terribile rapporto inscindibile. E che ovviamente riguarda il rapporto fra il colpevole e Dio.
Ciascun peccatore è un uomo e come tale ha dentro di sé il crisma della divinità. Ciascuno di noi è “migliore di quello che ha fatto” (come mi ha insegnato il Padre gesuita che ha formato la mia fede, raccontando la sua esperienza nelle carceri).
Che senso avrebbe tuttavia per la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori? E come può la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori senza far pesare questo atto di dignità estrema sulla comunità ferita? E a chi si rivolge il Papa quando invita tutti i cattolici “sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati”, a capire che “poter far penitenza è grazia” e “come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perchè è rinnovamento, è opera della Misericordia divina”? Parla della Chiesa come Casa di Dio, cioè di tutti i fedeli? O della Chiesa come istituzione?
Ma io umilmente domando: come possono i fedeli (che sono essi stessi, in prima persona, Chiesa, ma a loro volta traditi) accomunarsi nella richiesta del perdono, se la Chiesa come organizzazione non ha prima chiesto loro di essere perdonata per essere ricorsa per così tanto tempo, nel trattare i casi dei suoi ministri traditori, alla silenziosa oscurità del segreto? E dunque è lecito domandarsi se la chiamata in correità riguarda gli abusi sessuali o anche il modo con cui sono stati trattati. E la richiesta del perdono include il peccatore come persona, o ci si accontenterebbe di un generico attestato di fiducia nell’istituzione? Si chiede, insomma, di continuare a credere nella Chiesa immutabile, o si porta in garanzia la promessa di un cambiamento?
La forte sensazione è che la tutela del segreto, ribadita fino al documento del 2001, sia stata proprio la chiave per scappare dalle responsabilità, non di proteggere le vittime. Che sia il modo omertoso di ricomporre il guasto fra le quattro mura domestiche.
Ed è anche il modo per non risolvere nella dimensione del perdono il dramma del peccatore e della vittima.
La Chiesa come organizzazione non può unilateralmente perdonare il colpevole. Questo non sarebbe mai accettato dalle vittime e dalla comunità tutta.
Si tratterebbe di una risposta di casta, di una chiusura corporativa. E soprattutto, non sarebbe vero perdono.
Dunque è una doppia fuga. Dalle vittime, in primo luogo, cui non si dà soddisfazione affrontando a viso aperto il dramma, mettendosi anche in discussione; e dal peccatore, solo apparentemente protetto, in realtà nascosto, e abbandonato alla sua viltà. Cooptato nel sistema di protezione tipico di una grande organizzazione che non vuole che le mele marce infettino la maggioranza e finisce così per dar loro, in realtà, un ipocrita asilo politico.
Ho cominciato da qui. E qui finisco. La colpa del segreto, al di là delle responsabilità individuali, è per me se non pari a quella commessa dai preti traditori, almeno collaterale. Ha costituito il fondamento della perdita di fiducia da parte dei fedeli; ha negato la speranza di un rinnovamento comunitario e ha cercato, in definitiva, di cancellare il peccato con un sobrio, suadente, impalpabile “sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”.
Scoprire che troppo spesso i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, assegnati in un’altra parrocchia sperando che non sarebbero incappati più nei loro tragici errori, è un segno di viltà su cui non si può passare con leggerezza. Lo ha detto il papa: il perdono non sostituisce la giustizia. Ma la giustizia richiede anche una revisione profonda dei propri comportamenti per essere autentica, e strumento di redenzione. E se è giusto che la Chiesa si faccia carico del peggiore dei peccatori promuovendone la parte migliore (che c’è, c’è sempre), e se in questo caso (e solo in questo) è necessario che lo faccia nel silenzio di un colloquio intimo, personale, tutto questo non può avvenire se non dopo che il peccatore sia stato definitivamente, irrevocabilmente e pubblicamente messo nella condizione di non fare altro male.
E questo non è successo.
Epilogo – Gesti profetici
Qualche domenica fa nella mia parrocchia si è celebrato il battesimo di M., una bambina peruviana di 4 anni, adottata. Il parroco ha lasciato che la bambina durante la cerimonia facesse quello che le pareva. E lei si è andata a sedere accanto a lui (che, abbiamo saputo dopo, aveva conosciuto e frequentato lungo tutta la settimana precedente, durante la quale il parroco e la famiglia si erano visti più volte in preparazione del Battesimo). Quando lui si alzava lei lo seguiva, lo teneva abbracciata alla tunica, all’altezza del ginocchio. Lo guardava dal basso, riconoscente, e poi saltellava a piedi uniti, sorridendo ai suoi genitori, seduti al primo banco.
Una volta versata l’acqua sulla testa, e quindi formalmente battezzata, ripresa la normale celebrazione, la bambina, sempre saltellando e correndo è andata a mettersi a sedere dove stava prima, nel posto accanto a quello del sacerdote (in quel momento in piedi davanti all’altare). Don G. l’ha richiamata con un sorriso, e le ha fatto cenno che se voleva poteva mettersi seduta al suo posto: “Ora ti ci puoi mettere”, le ha detto.
Lei allora è scesa con un saltino dal suo posto e si è accomodata in quello centrale, quello del celebrante, felice, sorridente, con le gambe penzoloni.
Era una regina bambina, una sacerdotessa, una piccola profeta.
Fine

Il coraggio di perdonare
Intervista di Laura Cattaneo a don Mario Torregrossa tratta dal mensile “Vincere” (ed.04/2004)
Mi è capitato di rileggere il numero di Zeus del 1996, rivista del quartiere in cui vivo, che riportava la notizia dell’attentato a Don Mario Torregrossa, il parroco con cui ho passato forse gli anni più importanti per la mia formazione. C’è un articolo di Paolo Migani, uno “storico” della Chiesa di San Carlo da Sezze (Acilia, Roma).
“24 novembre 1996…mattina…domenica. Squilla il telefono:…un pazzo è entrato in chiesa e ha dato fuoco a Domma… Il silenzio, lo sgomento, la corsa al S. Eugenio. E’ una mummia insanguinata dietro a un vetro. Lui non se lo ricorda, ma ci ha chiesto di metterci in cerchio e di recitare un Padre Nostro, dopodiché ci ha benedetti. Nonostante tutto pensava ancora a noi. Come può un amore così vasto non farci sperare nel miracolo? E il miracolo c’è stato. (…) 13 settembre 1997, eccolo di nuovo fra noi, fra i ragazzi del “Centro di Formazione Giovanile Madonna di Loreto – Casa della Pace”, Centro per il quale ha speso una vita, ragazzi per i quali darebbe la vita. È vero, sta su una sedia a rotelle, ha la faccia piena di pomata cicatrizzante, è dimagrito 2000 chili, parla piano e piange ad ogni respiro di commozione, ma è qui, è tornato. Dio quanto abbiamo aspettato questo momento.”
Le parole di Paolo mi convincono che forse, dopo tutto questo tempo, è arrivato il momento di andare a trovare Don Mario. E’ da vigliacchi, lo so, ma non avevo mai trovato il coraggio di farlo. Mi faceva troppo male vederlo così sofferente, così diverso da come mi faceva più comodo ricordarlo. Sono passati 7 anni, e con immenso stupore (ma in fondo da lui me lo aspettavo…) ritrovo il Domma di una volta…o forse più forte… “Ho quasi 60 anni, e dopo i 50 mi sono trovato in questa condizione. Allora fu una notizia che fece il giro del mondo, e me ne sono accorto a San Pietro, quando mi si sono avvicinati preti di tutte le nazionalità. Mi conoscevano tutti. Quando sono tornato in parrocchia ho avuto difficoltà ad entrare, per quanta gente si era radunata.” Ha un filo di voce, il nostro Parroco, ma è imponente come lo ricordavo, anche dalla sua piccola carrozzina elettrica. “La mia vita è cambiata solo fisicamente. Tutta la parrocchia si è attrezzata, posso arrivare ovunque. Vivo senza pensare alla mia condizione, spesso me ne scordo. Non sono abituato a pensarmi seduto, prendo troppi impegni. Chi mi sta accanto spesso mi sgrida, deve ricordarmi di riposare. Quando arrivano le crisi di diabete, di cui ho sempre sofferto devono portarmi di forza a letto. E’ l’unica cura che mi serva a qualcosa. I medici non se lo sanno spiegare, ma è vero.” Mi rendo conto, guardandolo e ascoltandolo, della sua fragilità fisica e della sua grandezza spirituale. Continuano ad entrare giovani e meno giovani, per un saluto o per una chiacchierata. E’ ancora il punto di riferimento per tutti. “Non ho neanche una parte del corpo che non sia stata danneggiata. Tu hai sette strati di pelle. Io ne ho uno, quasi due in alcuni punti. Se mi si tocca con troppa forza, se mi si abbraccia o bacia con particolare affetto, soffro. C’è voluto un anno di fisioterapia intensiva per tornare a stare seduto, ormai ero abituato a stare sdraiato. Al S.Lucia sono stati eccezionali.” Ormai la gente sa di trovarlo ogni giorno in Chiesa, e si preoccupa se non lo vede. “Se molli tu, molliamo tutti…” gli dicevano anche in ospedale, ed era una responsabilità troppo grande…Quando entrano, il gesto successivo al segno della croce, è girarsi verso l’angolo dove sanno di trovarlo. Il colpevole di tutto ciò, un geometra ventottenne, esce proprio in questo periodo da Rebibbia. “Spero di non vederlo, ne avrei paura. L’ho incontrato solo in tribunale, dove l’ho perdonato. Questa cosa lo ha turbato molto…” Chiedo a Domma se è riuscito a dare un senso a ciò che gli è accaduto e alla sua nuova condizione. “Quando succedono cose del genere, e ne esci vivo, hanno un grande significato. Da quando sono tornato, dalla mattina alla sera passo il mio tempo confessando. Questo è stato il cambiamento più clamoroso, più tangibile. E sai perché? Perché io ho perdonato…”
Non si capisce proprio se gli errori e le distorsioni qui scritte siano dovute a ignoranza o pregiudizio della fede e della Chiesa. Sono così tante che ci vorrebbe un articolo lungo doppio per correggerle.
Ma cerchiamo di essere sintetici.
1. Celibato = tabù
Falso; Nella chiesa cattolica romana ci sono preti sposati di rito orientale; in quella di rito latino il celibato è richiesto come norma, ma sono possibili delle eccezioni. Il fondamento evangelico è in Mt 19,12 e la Tradizione di sempre.
2. Il Concilio di Trento rende “ordinariamente richiesto”, non obbligatorio il celibato. Non è un dogma, ma una disposizione. Radicata comunque nel vangelo e nella Tradizione.
3. è in grado di documentare seriamente e non a chiacchiere questo “sentire di migliaia, milioni di persone” di cui parla? e poi su quali fondamenti evangelici si baserebbe che il governo della chiesa dovrebbe avvenire sulla base del “sentire dei fedeli”?
4. A proposito di S. Paolo (probabilmente ci si riferisce a 1Cor 7,9) bisognerebbe aprire gli occhi e la mente e leggere tutto il capitolo 7: è troppo comodo e manipolatorio riferirsi a un versetto che fa comodo all’autore e citarlo per quello che ci piace: si chiama manipolazione della Parola di Dio (violazione secondo comandamento). Ad esempio nel versetto precedente 8 dice “Ai celibi e alle vedove, però, dico che è bene per loro che se ne stiano come sto anch’io.” quindi ribadisce il valore del celibato. E inoltre il versetto 17: “Del resto, ciascuno continui a vivere nella condizione assegnatagli dal Signore, nella quale si trovava quando Dio lo chiamò. Così ordino in tutte le chiese.” quindi se al sacerdozio si accedere è una vocazione in stato celibatario, è viene ribadito il rimanere in questo stato. Se leggiamo davvero tutto San Paolo ci accogiamo che dice esattamente il contrario di quello che si vuole far credere qui.
5. la sua affermazione “….non è conforme a natura, là dove non si segue la natura, inevitabilmente fioriscono perversioni e comportamenti contro natura” non ha fondamento scientifico. E’ in grado di esibire prove scientifiche a supporto di questa tesi?
La Chiesa lo sa bene e sono bene informati, perché la cosa gli interessa non poco: l’accademia Pontificia delle Scienze serve proprio a questo; Sono stati fatti ormai molti convegni, anche in Vaticano, cui sono stati invitati esperti da tutto il mondo (e non erano cattolici!) da cui è emerso che non esiste assolutamente alcuna correlazione fra celibato e certe perversioni. Se mai è vero il contrario: sono gli atteggiamenti di perversione che possono spingere persone poco mature affettivamente a ricercare (coscientemente o no) l’abito sacerdotale per tutta una serie di ragioni (insicurezze, ricerca di altre relazioni perverse in un ambiente “discreto”, possibilità di non destare sospetti in merito al proprio celibato…etc…). Il vero dramma infatti è proprio questo: la scarsa o assente capacità della Chiesa di fare “da filtro” nell’accettazione delle vocazioni sacerdotali e nel saper distinguere le vere ragioni che spingono una persona ad entrare nel sacerdozio.
7. il sacerdozio femminile non ha fondamento evangelico. Il sacerdote è maschio perché: (1) il Figlio si incarna in un maschio, Gesù di Nazareth (2) sceglie apostoli tutti maschi (3) Lo Spirito Santo continua a vivifiacare la chiesa con ordinazioni esclusivamente maschili fin dagli “Atti degli Apostoli” in tutte le chiese occidentali e orientali. (4) il sacerdozio solo maschile esprime, in realtà, una profonda libertà della donna che per servire Dio nella vocazione non è sottoposta ne a una gerarchia ne a una obbedienza legata al ministero, perché non ha ministero: ministero=servizio. Ma ha una vocazione diversa in quanto donna.
8. E’ profondamente sbagliato vedere nella negazione al sacerdozio femminile una privazione di un “diritto”, perché il sacerdozio non è un “diritto” come non lo è nessun sacramento, è invece un ministero ordinato. Purtroppo siamo abituati a pensare sacerdote/vescovo=potere quindi negare questo alle donne significa negar loro il potere: l’errore è proprio questo concepire il sacerdozio come forma di potere, quando invece secondo le parole di Cristo è ben altro.
8. L’apertura del sacerdozio femminile sarebbe certamente un impedimento insormontabile nel dialogo ecumenico con i fratelli ortodossi
9. su Suor Emmauelle: dubito che abbia detto davvero queste cose; lei ha letto i suoi libri oppure riporta il pensiero di altri? comunque se è così questa suora sbaglia profondamente: ovviamente questo non gli impedisce di esercitare la carità autentica (e ci mancherebbe!). Vedo strumentalizzati i belli atti di carità di questa suora come a dire “vedete… la così detta purezza non serve per esercitare la carità”. Ma questo non significa nulla, perché il senso della purezza ha un significato ben più alto: che come dice Cristo, solo chi è chiamato dal Padre può capire. Non mi sorpende che esperienze come quella di Suor Emmauelle vengano sbandierate ai quattro venti proprio in modo manipolatorio: il fatto che Suor Emmauelle sia così caritatevole la renderebbe esente dal peccato e al di sopra di tutto?
10. Che senso avrebbe tuttavia per la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori?
risposta: rispettare il comandamento di Cristo di perdonare i peccati.
11.E come può la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori senza far pesare questo atto di dignità estrema sulla comunità ferita?
risposta: rispettare il comandamento di Cristo di perdonare i peccati.
12. Parla della Chiesa come Casa di Dio, cioè di tutti i fedeli? O della Chiesa come istituzione?
risposta: buona la prima; quindi tutte le domande che seguono non hanno fondamento: tra l’altro tutti quelli errori sono stati ammessi apertamente.
13. La forte sensazione è che la tutela del segreto, ribadita fino al documento del 2001,
risposta: falso. il documento del 2001 si riferiva al segreto canonico, che non vuol dire niente affato “insabbiamento” come si continua ostinatamente a ripetere. In molti hanno smontato e rismontato questa assurda tesi fin dal 2007: ma per chi proprio non vuole vederlo, non c’è niente da fare: continuerà a ripetere la sua fede cieca e dogmatica.
14. Ed è anche il modo per non risolvere nella dimensione del perdono il dramma del peccatore e della vittima.
risposta: davvero pensa che la Chiesa o qualcun altro possa risolvere magicamente questi problemi? Mi pare illusorio.
15. La Chiesa come organizzazione non può unilateralmente perdonare il colpevole.
risposta: la Chiesa ha il dovere, per comandamento di Cristo, di perdonare i peccati.
16. Questo non sarebbe mai accettato dalle vittime e dalla comunità tutta.
risposta: vuol dire che non credono nel perdono dei peccati: che ci stanno dunque a fare nella chiesa? Ma qui c’è un errore di fondo molto grave di come viene inteso il “perdono dei peccati”. Il “perdono del peccato” non è finalizzato (come qui sembra dirsi) a dare giustizia ad altri, ma a consentire all’anima del peccatore di salvarsi: non è forse questo quello che vuole Dio?
17. Si tratterebbe di una risposta di casta, di una chiusura corporativa.
risposta: lo vada a dire a Cristo
18. Lei parla di “Ha costituito il fondamento della perdita di fiducia da parte dei fedeli”. Mi pare che in portogallo il Papa sia stato accolto con grande calore; anche il 18 maggio in piazza S. Pietro. Questa “perdita” c’è in realtà, ma per ragioni ben diverse.
19. Scoprire che troppo spesso i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, assegnati in un’altra parrocchia sperando che non sarebbero incappati più nei loro tragici errori, è un segno di viltà su cui non si può passare con leggerezza.
risposta: mi pare che su questo concordiamo tutti; anche il Papa e lo ha ribadito più volte.
20. Bellina la storia della bimba. Ma quanta strumentalizzazione nel dire: “Era una regina bambina, una sacerdotessa, una piccola profeta.” Con il battesimo diventiamo tutti Proferti, Sacerdoti e Re, ma qui per “sacerdote” si intende “offrire sacrifici a Dio” con il proprio corpo (cioè quello che facevano gli antichi sacerdoti israeliti con le offerte sacrificali): in questo senso il “sacerdozio” è abolito da Cristo perché è Lui solo unico sacerdote e ci fa sacerdoti con il suo e il nostro corpo mediante l’Gesù-Eucarestia.
Il sacerdozio come lo intendiamo noi oggi è tutta un’altra cosa: viene infatti chiamato ministero, servizio, ed ha una incorporazione in Cristo che non ha nulla a che vedere con il sacerdozio del crisma battesimale. La chiesa parla non a caso distingue sacerdozio battesimale e ministeriale.
Grazie, Titti, per aver citato quella bellissima testimonianza!
Caro Ezio, in tutta sincerità, il problema di fondo – che a me pare evidente – risiede nel fatto che i vescovi (che sono, e rimarranno sempre, i successori degli apostoli), detengono – senza alcun dubbio – un notevole potere (seppure un “potere” di divina istituzione), e questa loro condizione incide, molto spesso, sul loro modo di pensare e sulle loro scelte, perché – è bene precisarlo – continuano a rimanere uomini deboli come noi. Per questo motivo, la soluzione ai problemi attuali della Chiesa – a mio modo di vedere – può generarsi molto più facilmente dal “basso”, come quasi sempre è accaduto nella bi-millenaria storia ecclesiastica. E, certamente, un Papa santo (come sono più che convinto sia il nostro Benedetto XVI) non può riuscire, da solo, a cambiare radicalmente le cose, se anche noi non collaboriamo con lui nel trasformare la vita delle comunità parrocchiali, a partire da noi stessi, dal nostro personale rapporto con Cristo risorto, con una più profonda intimità con la Parola di Dio (unitamente ad una partecipazione assidua all’Eucaristia), con una vita di preghiera – personale e comunitaria – che sia davvero illuminata dalla potenza dello Spirito Santo.
la chiesa cattolica di oggi ha bisogno di una riforma radicale del sacerdozio. La Pontifica commissione biblica ai tempi di Paolo Vi emise un documento in cui i biblisti cattolici nominati dalla santa Sede in quella commissione dichiaravano che non esitono motivi per non dare il sacerdozio alle done.. Fu paolo VI che non ebbe il coraggio di fare il passo e vietò la pubbliazione del documento c he tuttavia fu comunque reso pubblico da un sacerdote americano membro della commissione biblica. Paolo VI promulgò un documento “Inter insigniores” in cui poneva uno stop deciso alla linea favorevole al sacerdozio delle donne. Ma oggi si deve ritornare al problema. Ben 20 (venti) vescovi tedeschi hanno rivolto in passato la richiesta al Papa di ordinare uomini sposati al sacrdozio. Ancora un diniego o peggio silenzio. Eppure esistono preti sposati legittiamente nelle chiese cattoliche orientali. Il celibato non è un dogma , ma solo una norma giuridica che può essere facilissimamente abolita senza mutare nulla dal punto di vista dottrinale. ma l’antifemminiso cattolico è profondissimante radicato. ricordo di avere assistitito ad una penosa dicussione di saceroti professori universitari che si lamentavano delle prie segretarioe suore. Ebbeno non conosco un solo caso in cui ci sia una suora professre di università (e ce ne sono molte) che abbia un segretario prete. MASCHILISMO.
don Lelio Cantini commise abusi per circa 14 anni e don Maniago, vescovo lo definì prete vero che mi è stato e mi è di esempioCondividi
Repubblica — 03 maggio 2010 pagina 1 sezione: FIRENZE
CASO don Catini, le telecamere di Annozero a caccia del vicario Claudio Maniago, il vescovo ausiliario accusato dalle vittime di aver chiesto il silenzio su tutta la vicenda degli abusi sessuali. All’uscita della chiesa di Santa Caterina a Coverciano, dove si era recato per officiare il rito della cresima per una quindicina di ragazzi, il vescovo ausiliare è stato avvicinato dal giornalista Luca Rosini: «Nel 2004 le prime vittime di don Cantini sono venute da lei, perché non ha fatto nulla?» Oppure: «Direbbe di don Cantini che è un “prete vero” ancora oggi?» E ancora: «Riconosce adesso di aver sbagliatoe sente di dover chiedere scusa alle vittime?» Il vescovo Maniago non ha però risposto a nessuna delle domande: «Rivolgetevi al mio addetto stampa», ha soltanto detto salendo sulla sua Golfe salutando cortesemente. Il tentativoè continuato nel pomeriggio, davanti alla chiesa di San Barnaba, all’angolo tra via Panicale e via Guelfa. Ma il risultato è stato lo stesso, quasi il caso fosse ormai chiuso per don Maniago. Per le vittime dell’ex parroco della Regina della Pace, oggi ridotto allo stato laicale, a quarant’anni di distanza il caso è invece tuttora aperto: don Lelio Cantini commise abusi per circa quattordici anni e don Maniago, suo pupillo, nel giorno della sua nomina a vescovo lo definì «prete vero, che mi è stato e mi è di esempio». – MASSIMO VANNI
Per Fabrizio. Risponderò per punti, seguendo il suo ragionamento.
1. Che il celibato non sia per la chiesa cattolica un tabù mi pare davvero bizzarro. Di fatto, “non se ne può parlare”. Che non significa che poi ne se ne parli, significa che se fosse per il “governo” della Chiesa non se ne parlerebbe mai. Il celibato di fatto non è in discussione. Come conferma quello che dice lei. Se di una cosa non si può parlare è, di fatto, un tabù.
3. (seguo la sua numerazione). La frase che lei riporta solo parzialmente è: “non è un fatto che si può liquidare con giubilo o sconcerto a seconda di come la si pensi, perché coinvolge il sentire di migliaia, milioni di persone dalle quali non si può pretendere che accettino serenamente di dover prendere atto che tutto sta cambiando e così rapidamente senza che si sia fatto un percorso di avvicinamento avveduto, magari lento, non discriminatorio di nessun punto di vista”. La rilegga, credo che non l’abbia capita bene. Il sentire di migliaia, milioni di persone si riferiva proprio a quella che io credo essere la maggioranza dei cattolici che non accetterebbe mai – come peraltro l’ha accettata con molta difficoltà, o non l’ha accettata affatto, la comunità anglicana americana – una situazione come quella descritta. Lo ripeto: dalle quali non si può pretendere che accettino un cambiamento di tale portata. E’ chiaro ora?
5-6-7-8. Raccolgo questi punti per confutare una sua lettura che li lega insieme: ho citato delle fonti, dichiarandole e linkandole. Non può attribuirmi e chiedermi conto di parole altrui che non ho volutamente commentato per sottoporle alla riflessione di chiunque abbia voglia di rifletterci sopra, una volta che abbia stabilito che valga la pena farlo. Quindi le sue domande tipo “E’ in grado di esibire prove scientifiche a supporto di questa tesi?” dovrebbe porle, ad esempio, a Galimberti, il cui pensiero ho riportato tal quale. E la domanda “o riporta il pensiero di altri?” mi sembra francamente oziosa, visto che l’avevo per l’appunto dichiarato senza ombra di dubbio. Che poi, a proposito di Suor Emmanuelle, Chiaberge si sia inventato di sana pianta un brano dal libro che presumo avesse fra le mani mi pare difficile. Se ne faccia una ragione.
Non mi addentrerò nelle questioni del sacerdozio femminile. Lei ha espresso una opinione. Io ne ho un’altra. Penso anche io che non abbia fondamento evangelico, ma ciò non significa che l’abbia “imposto” Gesù. non credo sia un dogma di fede, giusto? Esistono situazioni storiche e sociali che mutano negli anni e che rendono mutevoli anche i modi esterni con cui la Parola e i Sacramenti possono essere portati al popolo di Dio. E’ già avvenuto e avverrà. Vedremo.
Dal 10 in poi. Sulla questione del perdono temo che la vis polemica le abbia fatto velo all’intelligenza.
Ho scritto oppure no la frase “non si può evitare di parlare del rimedio evangelico per eccellenza. Il più difficile, il più ostico.”? Ostico non per un cristiano, ostico nell’accezione comune delle persone comuni. Se lei pensa che non lo sia non ho che da prenderne atto. O non è d’accordo con quanto ha detto il Papa?
Ho scritto oppure no la frase: “Ciascun peccatore è un uomo e come tale ha dentro di sé il crisma della divinità. Ciascuno di noi è “migliore di quello che ha fatto””?
Ho scritto oppure no la frase: “E se è giusto che la Chiesa si faccia carico del peggiore dei peccatori promuovendone la parte migliore (che c’è, c’è sempre)”?
Le ha lette queste frasi? E se le ha lette, le ha capite? E’ facile citare solo quelle che fanno comodo alla sua obiezione (cosa di cui aveva accusato Galimberti precedentemente).
Potrei non essermi espresso bene, questo va da sé. Allora le rispiego.
Il perdono, anche questo mi pare di averlo scritto, “è il punto di arrivo del cammino dell’amore, ma non lo si può imporre, né regalare, né spiegare. Il perdono è un mistero personale, che riguarda la vittima e il carnefice, il loro terribile rapporto inscindibile. E che ovviamente riguarda il rapporto fra il colpevole e Dio”.
Quello che volevo dire era molto semplice: prima vanno puniti nel modo più esemplare, questi traditori, possibilmente li cacciamo dalla Chiesa, e poi o nel segreto del rapporto personale peccatore-sacerdote o, se possibile (ma si renderà conto che è estremamente difficile data la natura del peccato di cui stiamo parlando) all’interno di un percorso comunitario, li si recupera. Non vogliamo dare loro una seconda chance? Certo, ma non mi pare che sia indispensabile che ce l’abbiano all’interno della Chiesa. Ci sono milioni di modi con cui possono testimoniare il loro ravvedimento. Io penso che per la comunità sia preferibile, estremamente preferibile che essi vengano allontanati. E penso che se questo non è avvenuto (ho cominciato questo lungo cammino raccontando un episodio di cui sono stato testimone) è un fatto che pesa, che costituisce una ferita aperta. Non per tutti, questo lo so, e me ne dispiaccio, ma che ci posso fare? Io faccio parte della Chiesa come lei e non ho “pregiudizi” come dice lei. Io ho detto di più: ho detto che l’omertà impedisce alla fin fine di perdonare veramente, e quindi priva il peccatore di ciò di cui anche il abietto dei peccatori ha il diritto di ricevere: è solo un modo per togliersi di torno il fastidio dello scandalo. Non c’è nessuna pietà, nessuna misericordia in questo atteggiamento. E’ solo vile e ipocrita.
Ultimo punto: perché sarebbe una strumentalizzazione descrivere la bambina per quello che era davvero? Non stia lì a fare lezioni dottrinali, si rilassi. La bambina era sacerdote re e profeta esattamente per i motivi e nelle modalità che dice lei, perché era appena stata battezzata, e allora? Era un’immagine profetica perché era la Purezza della Chiesa come vorremmo che fosse, non ho capito che senso – secondo lei – io avrei voluto dare all’immagine. Era bella e commovente. Sempre che si sia in grado di farsi sedurre dalla delicatezza di un sentimento. Io mi sono commosso. Il mio amato parroco, con il suo sorriso e la sua benevolenza ha colto, con quell’invito innocente e non premeditato né strumentalizzato (neppure da me, mi creda!) il segno della natura divina della bambina.
Nel complesso non ho trovato nella sua risposta una sola riga di amarezza, di condivisione di un dolore enorme. Un fatto peraltro piuttosto comune in tutte le risposte stizzite che mi è capitato di leggere in questi mesi: d’accordo, ci sono state delle pecore nere, noi abbiamo fatto tutto il possibile per emarginarle e punirle. Che volete di più? Ci siamo pentiti per loro e chiediamo scusa. Questa sarebbe la sua lettura dei fatti che ci sono stati raccontati e riferiti in numero drammaticamente crescente in queste ultime settimane?
La invidio, paradossalmente. Io faccio parte della Chiesa e non ne uscirò certo perché non sono d’accordo su questo e quell’altro aspetto; perché credo nelle verità di fede che mi sono state rivelate. Ma non per questo mi sono sentito di tacere di fronte alle notizie, alle storie che ci sono state rivelate soprattutto in queste ultime settimane e che non erano affatto sconosciute. Per me è stata una via Crucis. Per altri una indispettita, proterva, biliosa nuova crociata. Ognuno reagisce come può, secondo le proprie convinzioni.
Ezio
sono rimasto colpito da una cosa che dice fabrizio (in realtà, molte sono le cose che mi lasciano basito, però voglio argomentarne una, che secondo me è già troppo)-
non ha fondamento evangelico… un ministero ordinato… apostoli tutti maschi… vocazione diversa in quanto donna… impedimento al dialogo con i sacerdoti ortodossi (qua veramente ho riso una mezz’ora; e su, ‘nnamo un po’)…
io sono ateo. e sono estremamente, molto estremamtente, felice di esserlo.
ma francamente non lo capisco. cioè, perché le donne no? non c’è nessun altro motivo se non la “gerarchia” (lo sottolineo) dell’epoca.
perché si è così ciechi? io me lo domando. perché?
“non avveleniamo la dolcezza che ci resta”, diceva qualcuno.
non esiste un motivo, né ruolo né dogma, né sacrificio né legno che possa giustificare questa discriminazione assurda. l’unico motivo risiede nel maschilismo imperante dell’epoca ereditato fino a qui. e ribadisco: non me ne frega niente di chi dice messa, ma tant’è, questi so’ fatti. mica paroline lanciate dal balcone dell’angelus.
c’è un apocrifo, nicodemo, dice così (è Maria che parla):
“Chinati, croce, in modo che io possa abbracciare e baciare mio figlio, il frutto delle mie viscere, il germoglio del mio cuore che dopo che ho nutrito con questo seno non ho avuto la gioia di vedere adulto! … Ormai anch’io morirò con te!”.
ma quale potere? questo è dolore di madre, di donna, che una donna e solo può sopportare.
la Chiesa è ingiusta. la Chiesa andrebbe abolita. la Chiesa è un danno. è uno Stato dittatoriale, un abominio che abusa della paura della morte. che abusa della puara legittima di ogni essere umano di scomparire dopo un tot di anni.
e diciamolo, su: la Chiesa sta molto comoda, i peccati se li perdona da sola, che problema c’è?
certo, ovvio, un mio “INUTILE” pensiero. però, caro fabrizio, quello che conta è un giorno di pasqua con la gente rinnegata dalla società, il resto fa schifo, mercifica i sentimenti.
e lo sai anche tu.
il resto è barbara d’urso a pomeriggio cinque.
con permesso,
l.r. carrino
San Paolo – ispirato da Dio – risponde a ogni dubbio sul significato autentico del celibato, non soltanto nel sacerdozio, ma nella vita religiosa nel senso più ampio:
“[…] Io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! […] Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni (1 Corinzi 7,32-35).
Ma l’apostolo Paolo scrive anche: “Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare.” (1 Corinzi 7,8-9). E subito prima scrive: “Vorrei che tutti fossero [celibi] come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro.” (1 Cor 7,7).
La condizione ideale per un sacerdote è, dunque, il celibato, ma – qualora il numero dei sacerdoti nel mondo dovesse diminuire in modo rilevante – sarà il Papa con i vescovi a valutare se sia la scelta migliore quella di ammettere al sacerdozio uomini sposati. La mia personale opinione a riguardo è che sia possibile far convivere, nell’ordine sacerdotale, due “classi” di sacerdoti: uno di celibi, che dovrebbero mantenere la direttiva, anche a livello parrocchiale, nella vita della Chiesa; e una seconda classe di sacerdoti sposati, che svolgerebbe esclusivamente una funzione di supporto ai primi, senza alcuna retribuzione e senza alcun rimborso spese.
Sul sacerdozio delle donne, non vi è alcun elemento significativo, nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica, che possa essere reinterpretato – secondo la “cultura” odierna – nel senso di una sua ammissibilità. Personalmente, sono convinto sia molto più adatto l’uomo (rispetto alla donna) a svolgere il ministero sacerdotale, non perché la donna sia meno “capace”, ma perché la natura e le qualità che Dio le ha donato la rendono, di gran lunga, più portata per altri ministeri.
le donne amate da Gesù e rinnegate dalla Chiesa
misoginia e potere, antichi motivi che hanno tenuto le donne al margine di ogni società e che oggi reggono solo laddove ci si può nascondere dietro ad un è sempre stato così.
eppure Gesù stesso ha insegnato a non farsi schiavi della legge, a non pietrificarsi in tradizioni sterili che imbalsamano la vita.
Gesù tocca i malati, le donne “impure secondo la legge”, i morti, non ha paura di stravolgere la religione perché gli sta a cuore solo la fede e che l’essere umano viva conoscendo il volto del Padre attraverso il suo stare in mezzo a noi.
Maria è stata il primo sacerdote a dare un corpo a Cristo, piena di Spirito Santo, consacrata da Dio stesso senza mediazione di uomo/maschio, noi ci cibiamo del corpo di Cristo nato da donna nato sotto la legge per liberare coloro che erano sotto la legge perché non c’è Giudeo o Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio o femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù
se questo non è sufficiente per dimostrare che non esistono leggi irrevocabili, che non esiste una gerarchia ma che solo lo Spirito che soffia dove vuole è datore di vita, allora vuol dire che la legge ha vinto sulla grazia. ma allora, mi domando, che bisogno c’era che Gesù patisse la croce per noi?
Carissimo Marco,
questa frase di Paolo è forse una delle più infelici del Vangelo: “chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!”
In altri termini io sarei diviso tra l’amore per mia moglie e quello per Dio? e l’amore per mia moglie mi porterebbe a rimanere attaccato alle cose del mondo?
Ma ciò è semplicemente assurdo: io ho sperimentato nella mia vita, in oltre 30 anni ormai di rapporto con mia moglie, che il mio amore per lei cresceva nella misura in cui mi aprivo all’amore di Dio e viceversa.
Coniugandomi con Paola mi unisco con Dio, e coniugandomi con Dio divento sempre più capace di coniugarmi con Paola, e quindi con la terra, la storia, gli altri, attenuando le mie resistenze e le mie paure…
Non sembra inoltre che i non sposati siano sempre così intenti ad occuparsi soltanto delle cose di Dio….purtroppo….
E poi non si comprenderebbe perché Gesù Cristo avrebbe dovuto scegliere come primo papa proprio un uomo “diviso”, e cioè Pietro, che era sposato e che è sempre rimasto con sua moglie… se i gesti del Signore sono fondativi: scelse solo uomini, etc., allora questo gesto, di dare la guida della chiesa ad un uomo sposato, dovrebbe essere più profondamente meditato.
Molte, moltissime cose cambiano e cambieranno…alleluja!
lo Spirito fa nuove tutte le cose, a partire dalle nostre teste.
Ciao. Marco Guzzi
Caro Marco,
concordo con te, sottolineando che le parole di S.Paolo, pur essendo parte del nostro libro sacro, non sono “Vangelo”, come, certamente per un lapsus, hai scritto. S.Paolo ha scritto cose bellissime e fondanti, ma non è Gesù, e ciò che ha scritto dunque “non è Vangelo”.
Un caro saluto,
Ezio
Caro Ezio, “tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3,16). Anche quelle parole di san Paolo sono ispirate da Dio, e sono dunque “Vangelo”.
Caro Marco, san Paolo – con quella affermazione (“chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso”) – non intendeva certamente significare, in senso assoluto, che le persone sposate si dimentichino di Dio o lo pongano (in tutti i casi) in secondo piano. Ma che – nei fatti – era evidentemente molto frequente, al tempo dell’apostolo Paolo (come lo è anche oggi), la tendenza dei cristiani sposati a farsi distogliere notevolmente, nella loro crescita cristiana, dai problemi matrimoniali. Vi è, poi, un’altra questione, che caratterizza in modo particolare la vita odierna della Chiesa. Come ho già detto diverse volte, non vedo – in tutta onestà – nelle parrocchie (anche se non escludo affatto le eccezioni) un cammino di fede che aiuti davvero le persone a fare una scelta netta per Cristo, per riuscire a porre veramente in secondo piano tutto il resto. Per il solo fatto di aver affermato questo, sono stato definito un “dogmatico” e un “estremista cattolico”. Non è unicamente il Signore a dirci: “Chi non è con me è contro di me” (Matteo 12,30). È anche la logica a suggerirci che non ha alcun senso vivere una fede a metà (lasciata all’umore del momento), e a deciderci una volte per tutte – seppure gradualmente – per Cristo come unico centro della nostra vita. Dunque, l’assenza di un cammino di fede – che sia realmente convincente e coinvolgente a livello parrocchiale – porta diverse persone, addirittura, ad allontanarsi dall’unica Chiesa di Cristo. In questa situazione, introdurre il Matrimonio dei sacerdoti a tutti i livelli (quindi anche episcopale) sarebbe un grave errore, che non aiuterebbe certo la Chiesa a superare i problemi odierni.
Detto questo – sono d’accordo con te, Marco, che un cristiano – spiritualmente e affettivamente maturo – vive il legame con la moglie nella piena luce di Cristo; e quindi anche una forte e travolgente passione erotica tra marito e moglie (ed è anche questo un grande dono di Dio) non oscurerebbe certamente la centralità di Cristo nella loro vita. Ma questo è possibile se vi è stata una vera e profonda rinascita dall’alto (cfr. Giovanni 3,3), con il nutrimento essenziale che può derivare unicamente dalla lettura quotidiana della Parola di Dio, dalla partecipazione assidua all’Eucaristia e dal “parlare” frequentemente con il Signore (ossia pregare).
Un abbraccio fraterno
Marco
Giovanni gli disse: « Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri». Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlar male di me. Chi non è contro di noi è per noi » ~ (Mc 9,38-40)
ps
mi sbaglio o qui si fa del mobbing ai commenti delle donne???
ciao!
claudia
La mia opinione, Claudia, è che non vi sia il problema che tu hai ipotizzato, ma – plausibilmente – si può supporre vi sia, in alcune persone che intervengono su “Lpels”, un certo grado di difficoltà ad aprirsi a un punto di vista differente dal proprio, indipendentemente dal sesso dei loro interlocutori. Con l’aiuto della grazia di Dio è però possibile aiutarli a modificare in meglio il loro comportamento.