
(Immagine di Giovan Battista Mazzucco)
Da: “Terra bruciata di mezzo (tra Vespero e Lucifero)”, inedito.
Fra le crespe esitanti,
frizzi di tosse
sghimbesci di fumo a mezz’aria.
La notte ancora da dire
col pigro tramenio
delle creature aeree
che via via avvezzate
all’azzurro opaco
cabreranno stridule
alla cerca d’insetti
nel primo chiarore.
Doppio spettro
la filigrana scura
ci assorbe e impiglia alla sventura
se così è il paradosso
che avvolge il nostro interno
al riposto dove non è contrada
se non il patto da ovviare
col muto assenso della sete
a traghettare il tormento
nelle bocche distanti e vittime
dell’inerzia adagiata
sulle tende faloppate
se ragione d’essere
ci viene dalle falesie
rose di salgemma
Impegolata di vivide secanti
spunta dal basso gremita la fratta
e una frazione brucia d’un subito
pelle e ricordi,
evento presago
ma non nel frangente
che ci coglie recenti e inattesi,
finché gli astri
dilungati all’orizzonte
si fanno più albi
delle case qui attorno
Il plafond scipato in scrime
rughe a spizzichi
ritagli d’ombre
tessute avanti il sonno
e il rischio che la cengia
del covile restringa la scarsa
coscienza del tuo presente,
tanto il nostro passato s’arena
nelle mezze voci
sufflate fra i denti;
l’estreme astranzie scotolate
nella pastoia cilestra,
le ciglia piene d’angustia
addizioni della spesa quale memento
lo schermo acceso
e dimenticato,
le mattonelle di mezzorilievo
a rammentare che sempre
e poi sempre saranno oltre me
Anfratti di cucina
dove i tuoi parlari
furono scaldico diletto,
fabulæ inventate alle finestre
bratte di piovaschi
cumulati per anni
solo per indugiare al gioco
come metafisica dozzinale
ma fu misura dell’esser soli
un confronto col quartiere
che ora si riscuote piano
dal torpore.
I cuscini da sprimacciare
poggiati in verticale
e là sotto l’adagiata marina
con il suo mugolio ovattato,
il corridoio che si fa campo
prospettiva da definire
nel rituale di luci imbrigliate
alla strettoia breve quanto
un amore da smemorare
Si frantuma l’aria
con gli avanzi sul tavolo
e i trascesi crepuscoli,
cattedrale da stupire
perché rovina quieta
e monotona.
Allora la toccavi
la vivevi all’aperto
distante da queste pareti
e dalla meridiana
riflessa sul pavimento.
Con gli arcani ideogrammi
in punta di lingua
navigavi sguardi privi di rotta
non immaginando quali effigi
avrebbero fatto ala al tuo ingresso
Guerrieri di fiera razza Arachn?da
ballerini mosquitos bianche cavolaie
da miasmi d’umido radicale,
sfingi testadimorto
tafani azzurri reduci
dai roventi zefiri
aizzati per le fulve code
di fattrici giumente;
mariposas cieche
al baluginare di sfere ramate
laboriosi stercorari
cicale amorose
flebotomi mai sazi
anofele d’altri continenti
perfino cirripedi valve fossili
d’aurore decamillenarie
in ranghi adunati
immobili e disciplinati
con la tentazione
di provare più gioia
più ansia del neoliberto
dopo l’annuncio della franchigia:
una ditteroteca compostamente in festa
e ghiotta delle vene tue
che a me paiono linee di confine alle parole
Dopo la rassegna
rompono le fila guazzabugliando
tra carbonelle quasi spente
e lo schermo è la sola vulgata
del sangue e le sue storie.
Una sfilata di morti consuete
con gl’intervalli degli spot
mozzature spettacolari
anonimi colaticci di bava
mantecati alle lacrime;
e qui si pensa d’essere al sicuro,
le percezioni alterate
nubi storpiate
dal frastuono e dal calore
Sei tu noi siamo
in quelle istantanee
senza paesaggi che non siano
tendopoli vacanziere
o stabbi per angeli espatriati.
Non mi hai detto
quante stanze abitasti
né ti ho detto
quanti cieli ho visto,
e se avemmo vite convergenti
chi lo può dire
se non le silhouettes nostre
abbarbicate ai cantucci del soggiorno,
le terraglie accatastate
all’immutabilità della calenda
poiché l’inganno è nel dire
che il mondo è situato qui
e il dolore altrove
*
Nota
Mirko Servetti è presente con poesie ed interventi critici in numerose riviste ed antologie di letteratura.
Tra i libri di poesia pubblicati, dopo l’esordio di Frammenti in fuga (Lalli Editore, 1981) scritto in coppia con Teresio Zaninetti (1947-2007), figurano Quasi sicuramente un’ombra (Forum/Quinta Generazione, 1984); il poema Canti tolemaici, edito in due volumi (Degli scherzosi proemi – Tracce Edizioni, 1989; Le rifrazioni asimmetriche – Bastogi Editrice, 1993); L’amor fluido (Bastogi Editrice, 1997); Quotidiane seduzioni (Edizioni del Leone, 2004).

Bella chiusa caro Mirko
come al solito sai essere lucidamente
incisivo.
Bella l’immagine che accompagna i tuoi versi.
Un caro saluto
Josè
Complimenti a Mirko, la cui poesia non conoscevo.
Grazie, sempre, a Francesco.
Giovanni
l’insieme è bello, ma straripa della maniera di montale. la cui lezione non è in sè cosa da rigettare, assolutamente no, ma risentirne troppo, fin nell’elenco degli insetti (in cui balugina gozzano) mi sembra ancora troppo “verde”. gelosia di lettrice che adora montale e gozzano:
non me ne voglia mirko.
“se ragione d’essere
ci viene dalle falesie
rose di salgemma”
Si legge nei tuoi testi l’espressione di un respiro personale e intimo, da condividere.
Complimenti
Una ricerca, quella di Mirko, mi sembra, di vivificazione della lingua, proprio attraverso l’impiego di termini e di associazioni inusitate col loro carico di sensi, di metafore, di possibilità immaginifiche. Coi rischi propri della ricerca, certo, dentro una tradizione che sempre affiora, come osserva Lucy, ma fuori dalla relatività del gusto: almeno, per l’evidenza, come in questo caso, della qualità e serietà artigianale.
Giovanni Nuscis
Complimenti
a ridosso dell’ennesima farsa elettorale (che comunque vada – minima consolatio – segnerà la “fine” politica dell’Innominabile)ringrazio la cara Josè per l’attenzione e le belle parole a commento dei testi.
mirko
cara Lucy, potrei anche ammettere che qua e là affiorano i “fantasmi” montaliani e gozzaniani e aggiungere che, di per sé, la cosa non mi dispiace. Tuttavia,quelle fondamentali esperienze potrebbero dipanarsi in una sorta di mimesi attraversata dal filtro dell’ironia. Occorrerebbe, non di meno e con tutte le cautele con cui deve essere proposta una simile “indicazione”, leggere per intero il poemetto in questione. Il “guaio” (almeno, per quanto mi riguarda)di una struttura a carattere poematico sta nella difficoltà di decontestualizzazione in fase di lettura. Non sempre, s’intende, ma forse nel mio caso è così.Ciò può costituire un mio limite di carattere linguistico-strutturale. In ogni caso, mi guardo bene dal “volertene” (perché mai?). La rilevazione di un appunto è, o dovrebbe, sempre costituire motivo e spunto di crescita. Un caro saluto.
mirko
Cara Paola, qualora sia riuscito a trasmetterti anche in minima parte una qualche condivisibile emozione (e spesso, ossessionati dalle istanze “tecniche”, perdiamo di vista la più genuina funzione del ‘poiein’), e pare che la cosa sia minimamente riuscita, non potrei che gioirne. Grazie
mirko
Caro Giovanni, la tua gratificazione, il tuo riconoscimento mi onorano in maniera inaspettata. Conosco, in buona parte, la tua opera; dunque, ancor più preziose mi giungono le parole di un autore della tua forza e del tuo spessore. Ti sono grato.
mirko
grazie, cara Nadia; anche tu mi sei nota in particolare per quell’autentico gioiello poetico che è il ‘Dettato sulla geometria degli spazi’, una raccolta incisiva, che non concede sconti, a volte giustamente “spietata” poiché sa farsi, al di là di un percorso linguistico-formale perseguito con maestria, referto ‘clinico’ di una società e non mero oggetto di poesia; certo perché più necessario.
Del resto, l’amica Bettarini compie sempre scelte editorialicon grande acume e oculatezza. Cordialmente.
mirko
Un grazie e un fraterno abbraccio a Francesco Marotta, al suo valore di poeta, al suo magistero artistico ed etico.
E tutta la mia ammirazione a Giovan Battista Mazzucco per la bellissima immagine che rende la fondamentale inquietudine…tematica racchiusa nei testi.
A presto.
mirko servetti
Grazie a te, Mirko, soprattutto per la vicinanza al thread e ai commenti. E grazie, come sempre, a chi lascia le sue impressioni e le sue note.
Personalmente ho qualche problema a seguire, e me ne scuso.
Un saluto a tutti.
fm
Grazie a te Mirko, in una sera come questa dove sembriamo tutti morti in quest’italia così. ciao