Sono tornati i ragionieri
coi loro abiti neri.
Sono tornati di notte
a vegliare,
a rimettere ordine
su scrivanie stracolme
di conti da quadrare.
Sono venuti come Magi
portando doni.
Il fare operoso e bonario
le loro maniere educate
sono la nostra pace:
serenità e fiducia
passano, dunque
per le mezze maniche,
e da un salario sicuro
una pensione adeguata.
In silenzio, con
calma imperturbabile,
dietro occhiali dorati,
aspettano che se ne vada
l’ultimo impiegato.
Invisibili
evitano il disprezzo
il sussiego: sono
lì per aiutare.
Quando giungono i colleghi
la mattina
loro
se ne sono andati.
Tutto è sistemato
sulle scrivanie;
le sedie ancora tiepide;
e un biglietto dove
è scritto ogni volta:
“non c’è problema che
non si risolva.”


Molto efficace questo quadretto in versi di un ragioniere, di una persona comune, un travet. Mi sono immaginato il volto di Renato Rascel nel film il Cappotto di Lattuada tratto da Gogol. Quei personaggi ottocenteschi o di inizio secolo. Anche se oggi usiamo internet certi luoghi comuni e non solo, anche reali non sono per nulla cambiati! Massimo rispetto per la professione, sia chiaro, solo come tutte le professioni ci sono leggende…se penso al mio lavoro di bibliotecario…;-)
Un caro saluto
viene in mente cesare pavese ed il suo “la lezione è questa:costruire in arte, costruire nella vita,” (dal diario 20 aprile 1963) che sta alla base della sua idea di vita tragica per cui ogni fare umano non dev’essere sminuito ma esaltato come forza trasformante e universale,ogni fare, non solo quello artistico dunque può diventare poesia,senza recinti o esclusioni,perchè in ogni fare fino in fondo, vivendo anzichè lasciandosi vivere, può esserci il riscatto della vita stessa, l’impronta che lascia l’uomo nella storia.
è una lezione che non ho ancora imparato, ma la ritengo fondamentale.
belli i due uomini in nero sulle nuvole!
saluto tutti
elena f.
Vero Elena quella pagina di Pavese è esmplare per comprendere la sua vita, la sua idea di vita!”Il mestiere di vivere” è davvero un testo fondamentale non solo per capire la poetica di Pavese, ma, secondo me, apre squarci su certe “nevrosi” umane, azzardo: sulla crisi dell’uomo!
Un caro saluto
@luca
azzarda pure, perchè è pur vero che oggi la cultura di massa rischia di far sentire nulla quelli che non hanno un volto “da sbattere in prima pagina”,eppure noi, gli emarginati per scelta da quel mondo di false luci, abitiamo luoghi come questo blog che sono sale e linfa alla vita perchè – a dispetto di quello che si dice sul “virtuale”- fanno incontrare persone vere, fatte di idee, speranze, sentimenti, (chissà forse anche nevrosi),oserei dire persone in carne ossa e anima, e che nella condivisione diventano ancora linfa e ancora sale per nutrire la vita, propria e degli altri.
saluto tutti
elena f
Hai ragione Elena, oggi i rapporti umani si stanno perdendo. Penso che l’uso che facciamo di questo spazio sia ottimo perchè abbiamo una certa umanità;il problema che molti oggi vivono una vita virtuale: senza essere sociologi o psicologi se ne sentono di tutti i colori ogni giorno sull’incomunicabilità e gente che vive solo di Ipod, cellulare, ecc…Tutti i giorno ne vedo di esempi paradossali. E qui mi fermo!Il problema non è il mezzo naturalmente ma l’uso che se ne fa. Se alle spalle non ci sono solide basi!
Un caro saluto
Pavesiana poesia di un poeta che sa dosare il disincanto.
Condivido pienamente quanto dice Elena al punto 5
Antonio
Grazie carissimi per le vostre parole. Vi dico subito che questo è un testo che dedico anche a me, vivendo anch’io dentro una struttura burocratica, in cui, però, non smetto mai di dirlo, c’è umanità e professionalità da vendere; oltre, certo, alle immancabili piccole e grandi fragilità e miserie.
Ma questo testo nasce da una riflessione ampia sollecitata, innanzitutto, da un intervento di Flavio Soriga (autore de I diavoli di Nurajò e di Neropioggia) su La Nuova Sardegna di qualche giorno fa sul tema delle brigate rosse; egli si chiede, ironicamente, cosa farebbero questi signori, per ipotesi, all’indomani della “conquista del potere”. E viene ovviamente da sorridere, perché la complessità crescente del mondo, dei problemi economici, politici, sociali etc non sono certo cosa che possono risolvere poche persone (al di là della condivisione di un malessere sociale di fondo che non leggittima, però, la violenza fisica e, in fondo, liberticida del sentire e decidere comune). Nell’equilibrio dinamico del mondo ci siamo tutti, nessuno può esserne escluso, persino chi ci ha preceduto, con parole che ancora si irradiano in altre parole, in altri gesti.
Ciò che intendevo dire è che si è – o si può essere – “angeli” per i nostri simili semplicemente facendo la nostra, piccola, umile parte. Noi tutti viviamo grazie all’operosità di altre persone (che hanno costruito, ad es, la nostra casa, il nostro letto, i nostri libri etc.). E non vi è artista, seppure grandissimo, e magari sedicente “non aduso a compromessi”, che non sia tale anche grazie al lavoro di altri; la più gran parte delle cose che ci vengono sono frutto di un lavoro enorme ed incommensurabile, quasi sempre svolto sottotraccia. Credo che capire questo sia fondamentale. L’immagine del potere (che pure incide, eccome) è quasi sempre caricaturale, come quella di chi riempie schermi e rotocalchi. Mi viene in mente il capostazione di cui parla Thomas Mann nei Buddenbrook, che anche se non alza la paletta, e fischia, il treno parte comunque lo stesso…
Un abbraccio. Giovanni
La trovo quale grande metafora dell’odierna situazione poetica e artistica italiana… estenderei, oltre ai ragionieri, questa acuta poesia anche alla figura del geometra… facendo tanto di cappello a tali figure, contro cui nulla ho nella vita… ma che molto ho in ‘arte’ 🙂
…Ah, non c’avevo pensato, Gian Ruggero!:-)))
Attento, però: Montale, come sai, aveva un diploma di ragioniere …e Quasimodo di geometra.
Altri Nobel, invece, sono arrivati a malapena al diploma (T. Mann e H. Hesse).
Altri si sono pentiti degli studi intrapresi: “…ho masticato per quattro anni giurisprudenza per giunta masticata di mille bocche… (F. Kafka), senza però prescinderne (Il processo, La condanna etc).
Al genio stanno stretti i titoli, e ciò che in fondo conta sono le competenze, il confronto verticale, a ritroso, e orizzontale con le opere più significative (ma non solo, a mio parere), e la forza e autenticità dello sguardo, e del segno.
Giovanni
Io estenderei anche i professori, quelli delle scuole medie inferiori e superiori. Qui in questo blog tanti lo sono e ne conosco altrettanti in altri blog, siti, ecc…Oggi fare il professore è una missione. Bisogna combattere lì, davvero sul campo, contro una società allo sbando…Più che crepuscolari li vedo Titanici. Bisogna essere davvero portati.Mi piacerebbe un vostro parere di professori!Buon lavoro e complimenti.
Scusate la divagazione.
Un caro saluto
Opportunismo, servilismo, mediocrità.
Questi sono i cardini, per la maggioranza, del carrierismo italiano.
Per fortuna si trova, in qualche “unità organizzativa”, qualche sprazzo di illuminato buon senso, qualche animo puro e laborioso a cui bisognerebbe, quotidianamente, sorridere.
Difficile che l’entusiasmo di chi inizia (con contratti precari, naturalmente…) non venga umiliato e calpestato da taluni personaggi, i quali valutano non se sei o no capace, ma se sei o no ubbidiente e prono.
Qualunquismo? No, esperienza diretta e personale. Quotidiana.
Ben venga la poesia che stimoli la riflessione, come quella di Gianni.
e stringiamo i denti..
Luca
Sono contento di trovare una poesia sul lavoro di Gianni. Già hanno parlato altri molto bene delle parentele; mi limito ad apprezzare l’idea, e la leggerezza di tocco del poeta.
inquietante, l’incipit…e quelle sedie ancora tiepide.
un salutone
carla
anche questi, testimoni silenziosi.
grazie, Giovanni.
Bella. Condivido anche l’idea di far ciascuno la sua parte, prima di lagnarsi che va tutto a rotoli e tutto fa schifo. Anche se ho spesso questa immagine di formichine oneste che cercano di evitare le scarpe dei passanti nel corso all’ora di punta del passeggio.
Cari amici, grazie per il vostro ascolto.
Un abbraccio
Giovanni
Una volta
m’accadde di udirlo,
lavava il mondo,
non visto, per tutta la Notte,
inconfutabile.
Uno ed Infinito,
annichilito,
ichilire.
E fu luce. Salvezza.
Paul Celan – (da: Svolta del respiro)
Voce dissonante.
Molto stimolanti i vostri commenti, amici, e sorprendenti.
Sorprendenti perché in verità appena letta io avevo avuto un’immagine totalmente differente (ma forse questo è il bello della letteratura).
Avevo sentito questi ragionieri notturni non come angeli risolutori, ma anzi come demoni dispettosi. Ossia contrapposti ai veri impiegati mattinieri costretti ad affrontare una kafkiana realtà complicata proprio dalle figure losche che di notte aggiungono problemi e confusioni. Tanto sono gli umani di giorno a doversele sbrigare, e alla sera tornando a casa stanchi in metropolitana sanno che tutto il proprio lavoro domani sarà sisifamente da rifare.
Evidentemente il mio pessimismo mi porta sempre a sospettare di chi mi dice che tutti i problemi sono risolti.
Grazie per le emozioni che ci date. Ciao a tutti.
Andrea
a me pare evidente la lezione tra il “buffo” di Palazzeschi e le fantasie/riflessioni sulla “burocraticità” di Frassineti – bella, davvero riuscita…