di Gianni Fumagalli
SCIAVATEN
-Ciapa ché, ciapa ché – (prendi qui, prendi qui). La voce un po’ roca e scherzosa di questa bricconata e la scena che l’accompagna mi ritornano alla mente come una visita gradita. Fanno parte di un immaginario infantile, dolce, bonario e divertente, ma così distante da affiorare come da un tempo astratto che non mi appartiene più. E invece è proprio nostro, mio e di tutti quei compagni di scuola che con me hanno trascorso le prime classi elementari nella metà degli anni cinquanta, nel nostro piccolo paese della Brianza. Il protagonista di questi ricordi è Giuseppe, soprannominato Sciavaten . Il padre o forse il nonno erano sciavaten per cui la discendenza maschile ereditava il nome che la comunità aveva assegnato loro per trasmissione naturale. Giuseppe. era Sciavaten (ciabattino), prima ancora di esercitare alcuna professione, così andavano le cose in quei tempi.
La maestra M. era stata colpita da poliomelite ed aveva una gamba offesa. Negli anni delle prime classi elementari la nostra maestra era A., M. invece, ci assisteva nella compilazione dei lavori per casa che svolgevamo durante un’attività pomeridiana simile al doposcuola. Eravamo sistemati in locali poco illuminati, umidi e difficili da riscaldare, gli attuali uffici tecnici e dei servizi sociali del comune, ora appositamente ristrutturati. La prima immagine che affiora nitida da questo mondo è quella di Sciavaten, inseguito dalla maestra M. con il grosso bastone, che usava per appoggiarsi nella camminata, minacciosamente sollevato sopra la sua testa come promessa di sonore e vibranti randellate. Non so cosa avesse combinato, ma la sua agile figura, piccola e scattante, inseguita dalla maestra, aveva scatenato una rumorosa e partecipe ilarità in tutta la classe. – Guarda Giuseppe. che se ti prendo ti faccio vedere io. – Ma Giuseppe era un furetto imprendibile, zigzagava tra i banchi ad una velocità doppia della maestra e fermandosi a volte all’estremità opposta di della cattedra, guardava l’ansimante inseguitrice prendere fiato con un sorriso canzonatorio che, solo la sua piccola età lo salvava dall’essere un ghigno “criminale”. Poi, al grido provocatorio di: “ciapa ché, ciapa ché” (prendi qui, prendi qui), ripartiva come una furia sempre inseguito dalla ciondolante sagoma della malcapitata maestra. Non ho altri ricordi relativi a questo episodio, solo questa scena come ritagliata da un vecchio giornale. Sciavaten invece ha continuato ad intersecare la mia esistenza forse più degli altri compagni, fu mio vicino di banco ininterrottamente per i primi due anni delle elementari. Eravamo i più piccoli della classe e ci furono assegnati i primi due banchi della fila centrale. Giuseppe aveva un mondo tutto suo che non sfiorava in alcun modo quello della scuola. Gli interessi e le attività si svolgevano tutte sotto il banco: biglie, tira sassi, figurine dei calciatori della serie Panini, o della raccolta Ruote Vele Ali, che allora andava per la maggiore. Selezionava le doppie che poi, nell’intervallo, scambiava con una capacità nel mercanteggiare sempre vantaggiosa. Sciavaten era animato da una gioia di vivere traboccante, non era mai triste e non stava mai fermo. Alternava momenti di frenetica attività individuale, dove non si sarebbe accorto neppure di uno tsunami che lo avrebbe travolto, ad altri dove, a modo suo, partecipava alla vita della classe. Le sue curiosità per le lezioni o per le interrogazioni non erano mai dirette al contenuto delle discipline o alla conoscenza di un argomento, bensì a piccoli dettagli che potessero suscitare l’ilarità dei compagni. Rideva di ogni cosa con un gusto spontaneo e contagioso che difficilmente riusciva a trattenere; per questa ragione era spesso punito. Quando sollevava la testa dai suoi traffici sotterranei e vedeva un compagno interrogato, annaspare in difficoltà, scattava in lui un’irresistibile propensione allo scherzo. Una delle sue specialità era suggerire risposte insensate. Con gli alunni perennemente impreparati funzionava, lo spasso era garantito. Ricordo un episodio con Umberto, un ragazzo timido che perdeva letteralmente la facoltà della parola di fronte al maestro. L’interrogazione di storia verteva sulle guerre d’Indipendenza e L’Unità d’Italia e la domanda del maestro chiedeva in quale luogo Garibaldi e Vittorio Emanuele II si strinsero la mano. Sciavaten, in prima fila, nascosto dietro Umberto che da alcuni minuti guardava un punto indistinto sulla lavagna vuota, senza proferire parola, ripeté alcune volte: “de Bernà, de Bernà” (di Bernate, di Bernate), un paesino confinante col nostro. Umberto, probabilmente consapevole del’inesattezza del contributo, preferì il suggerimento strampalato proveniente da dietro, al persistente mutismo. La classe accompagnò la risposta con risa incontrollate mentre Umberto fissava la cattedra coi suoi occhiali inespressivi. Il maestro non tradì alcuna reazione; si alzò lentamente dalla sedia, aggirò la cattedra con passo distratto poi, appoggiata la mano sinistra alla guancia destra dello studente, con l’altra mano, contrassegnata dalle dita giallastre per la nicotina, assestò tre sonori ceffoni. Umberto incassò con uno stoicismo sorprendente, poi fece dietrofront e a testa alta ritornò al suo banco esibendo una guancia con cinque dita rosse su sfondo bianco.
Oltre all’uso progressivo delle punizioni, una al primo alunno della giornata che trasgrediva, due al secondo e così via, che avevano due varianti: le sberle e le bacchettate, il maestro D. aveva anche l’abitudine di afferrare per i capelli gli studenti “meritevoli” di rimprovero. Un giorno questa sorte toccò anche a Sciavaten, ma l’abbondante brillantina che la mamma gli aveva messo al mattino aveva impiastricciato le mani del maestro, provocandogli una schifata reazione. Con un gesto di stizza accompagnato da uno sberleffo sul coppino ingiunse al povero compagno di andare immediatamente a casa a lavarsi la testa. Giuseppe, tornato a casa, comunicò alla mamma la volontà del maestro ma, forse perché era sempre distratto o forse perché si scordò di dire la ragione di questa strana richiesta, la madre gli lavò per bene i capelli e gli mise, come sempre, un’abbondante dose di brillantina. Ho ancora ben scolpito nella mente lo sguardo del maestro nel vedere comparire in classe Sciavaten che, aspettandosi un cenno di assenso fu invece colto di sorpresa dalla reazione furiosa del maestro che si scaraventò sul piccolo studente massacrandolo letteralmente di botte.
La visione del film La Tunica è stata forse l’unica occasione che abbiamo avuto in cinque anni di uscire dalle mura della classe. Si trattava di un colossal americano incentrato sulla figura del centurione romano che fu responsabile della crocefissione di Gesù e al quale toccò in sorte la tunica del Maestro, cosa che trasformò la sua esistenza. La storia era comprensibile e gli intrecci non particolarmente complessi ma il film durava tre ore e aveva poche scene d’azione; era un vero e proprio attentato alla capacità di concentrazione di un bambino. Il dramma raggiunse il culmine quando il maestro ci informò che avrebbe dato tre giorni di tempo per fare un riassunto del film. Mi preparai e a casa riempii tre fogli fitti interamente dettati da mio fratello. Arrivai al giorno della stesura in bella col lavoro già preparato che tenevo sotto il banco riuscendo a copiarlo regolarmente. – Se te me fe minga cupià gal disi al maester – (se non mi fai copiare lo dico al maestro), mi ricattò con insistenza Sciavaten, mostrandomi un sorriso beffardo, più interessato al dover riempire lo spazio vuoto dei suoi fogli che al reale contenuto del lavoro. Gli passai per zittirlo il foglio che non stavo utilizzando, quello che conteneva il resoconto della seconda parte del film, poi ce li scambiammo. Il risultato fu che lui raccontò un film che iniziava dalla fine con un esito quantomeno buffo. La severa giustizia del maestro si manifestò alla consegna dei lavori corretti. Io beccai un quattro, al mio compagno di banco toccò uno zero. La palese copiatura mostrava una strategia insensata, i lavori erano identici fin nelle virgole, l’unica variante stava nella cronologia, uno dei due, inspiegabilmente per il maestro, partiva dalla metà per concludersi con l’inizio.
Dopo le elementari le nostre strade si separarono, vidi molto raramente Sciavaten nei decenni successivi, il ricordo però me lo riconsegna sempre nell’atto di sbeffeggiare la maestra – Ciapa ché, ciapa ché.

