
di Giorgio Morale
“Guarda le chencarelle” dice Adriano. “Sono tagliate a mano, così”.
Si siede su uno scalino e fa il gesto di tenere una pietra tra le ginocchia e di colpirne il bordo dall’alto al basso per scheggiarla.
“Infatti sono irregolari, non aderiscono perfettamente. E tra una fascia e l’altra c’è una camera d’aria, così il caldo e l’umidità non si fermano. L’acqua scivola, il vento passa tra pietra e pietra, e l’aria circola, la casa respira, perché la pietra è viva”.
E io penso che è una magnifica metafora per la prosa. Che circoli, l’aria, tra frase e frase, tra parola e parola.
Volumi e blocchi compenetrati e sovrapposti: il cubo, il cono, la sfera, che ampliano la prospettiva. La porta ad arco, la scala esterna, la cupola. È la pagliara, ma a guardarla da fuori pare la casa di un re.
Le forme arrotondate del tetto e dei muri, le pietre a vista, nel pavimento e alle pareti, cha danno un senso di fresco e di intimo: è un interno, ma mi pare di essere a contatto con la natura e gli elementi.
Man mano che si procede da nord a sud, la luminosità della luce e della pietra vanno di pari passo: così la pietra è grigia al nord, poi si fa rosa, per diventare di un bianco abbagliante al sud. E una mano di calce la esalta.
Penso alla città, al giardino. Com’è piccolo il giardino, ma come sono alti gli alberi, e distanziati da recinzioni e aiuole. È grande invece la campagna, ma gli alberi sono vicini, e i rami si piegano verso di me in forme imprevedibili. Le formiche scalano le mie gambe, la lucertola si ferma poco lontana, incurante di me che la osservo.
Eppure, anche in città, dove la natura è frazionata e impacchettata, basta una pioggia battente o un caldo improvviso, la varietà del cielo o un ciuffo d’erba che spunta dal cemento dei marciapiedi: e siamo ancora natura.
Tutti gli alberi nascono dalla terra, ma l’ulivo sembra che debba nascere proprio da questa terra. Porta i segni della fatica a esserci. Tronchi contorti, corteccia rugosa come la pelle di un elefante. Ognuno è diverso dall’altro, ma ognuno è un mondo e nella sua singolarità sembra tentare tutte le forme e tutte le direzioni.
Io e Elle: pace e silenzio – e libri.
Quando vedo un muretto di sassi, lo accolgo con la stessa gioia con cui accoglierei un reperto greco-romano. Ugualmente millenaria la sapienza del contadino che depone un sasso sull’altro al limitare del campo e così ripulisce il terreno e tira su un muro.
Pizzica in piazza. Il tamburello batte come il verso delle cicale e il crepitare della campagna. Il flauto diffonde una leggera brezza. Su tutto splende, come un sole di notte, il rosone barocco.
Scrivendo ho depositato sulla pagina ricordi, emozioni, pensieri maturati lungamente. Me ne sono liberato e adesso mi sembra di essere vuoto. Niente più preme per cercare la strada della scrittura. Ma ecco una sfumatura nell’odore della terra, un intreccio mai visto di sterpi e di foglie, e cuore e mente sono di nuovo in subbuglio.
Appena arrivati ci diamo da fare per dare la nostra impronta ai luoghi che abiteremo, allo stesso modo prima di partire curiamo di cancellare i segni della nostra permanenza.

“Io e Elle: pace e silenzio – e libri” fra la natura e l’opera di un uomo ancora umano, nel circolare dell’aria e della vita. Chi non vorrebbe entrare in un quadro come questo?
Un caro saluto,
Roberto
Un caro saluto, Roberto, e grazie. Sono appena arrivato a Milano e già dico: “Ah perché non son io…?”.
“Tutti gli alberi nascono dalla terra, ma l’ulivo sembra che debba nascere proprio da questa terra. Porta i segni della fatica a esserci. Tronchi contorti, corteccia rugosa come la pelle di un elefante. Ognuno è diverso dall’altro, ma ognuno è un mondo e nella sua singolarità sembra tentare tutte le forme e tutte le direzioni.”
E’ l’albero che amo di più.
Quando cerco pace mi ritiro in umbria in mezzo agli ulivi.
Bentornato Giorgio
Caro Giorgio,
grazie per queste tue note, molto belle. Danno voce a cose che ogni tanto ho pensato o che ero sul punto di pensare – per esempio a proposito degli ulivi; e ad altre cose che non avrei mai pensato.
Mi veniva anche in mente quanto lavoro c’è in queste cose primordiali: gli ulivi e la terra bruna ed i muretti a secco ed i sentieri. Non solo abilità, ma lavoro riversato ed inghiottito stagione dopo stagione. E quest’estate ho pensato quanto questo mondo è esigente, quanto ti voglia per sé, anche se per te è solo un amore estivo. Tu che sei uno scrittore, Giorgio: non è così anche la prosa?
Ciao. F.
E’ la mia terra.
Son belli questi frammenti. Tiran fuori il dolce della vita.
In questa terra si è ebbri nella vampa dell’ora cruda o muti cercatori del fuoco dentro la pietra- le “chianche”- di un trullo.
La cava di luce bianca si muta in angoscia e fatica.
bentornato, Giorgio.
f.s.
Grazie, Nadia, e ben ritrovata… non si finirebbe mai di guardare gli ulivi in Puglia in certe zone.
Grazie, Fabio, dici bene. Anche a proposito del parallelo tra lavoro dei campi e scrittura. E anche questo appare già ai primordi della lingua e della letteratura italiana: “indovinello veronese”:
Se paraba boves,
alba pratàlia aràba
et albo versòrio teneba,
et negro sèmen seminaba.
Grazie anche a te, Francesco, felice di rileggerti, e spero a presto.
Bentornato, Giorgio. In questo,ancora, clima caldo umido asfissiante, le tue parole sanno di fresco e di pace. Anche per me l’ulivo è l’albero per eccellenza.
un carissimo saluto
jolanda
Mi associo alla compagnia dell’olivo… è un albero che colpisce, che non ti lascia indifferente, che ti costringe a fermarti a guardarlo e a pensare. Sono bellissime le parole con cui lo descrivi e con cui descrivi quella che è stata, per tanto tempo, anche la mia terra. E che, credo, sarà tale per sempre, nonostante la lontananza.
Grazie per il tuo viaggio!
“E l’aria circola,.. perché la pietra è viva..”
E’sì che fa pensare alla prosa, a quello spazio persino sontuoso che non vediamo neppure. Intimità e pulizia, sono buone guide invece alla scrittura.
Pensare che Amelia R. parlava della poeticità di ogni sillaba, particella di ritmo,di un articolo o preposizione..dunque mentre narri, pensa un pò che slargo poetico al pensiero..caro Giorgio.
Maria Pia Quintavalla
“Che circoli, l’aria, tra frase e frase, tra parola e parola.”
Del racconto colpisce proprio l’equilibrio direi perfetto di tempi e distanze, di compresenza di elementi; non ci scivolano via le cose descritte – pietre, muri, alberi, terra, sterpi e foglie – ma indugiano in noi restituite alla loro nitida e pura essenza, dal sapore antico, primigenio.
Una scrittura che esprime anche gratitudine, contraccambio per i doni ricevuti.
Grazie, Giorgio
Giovanni
leggendo Paulu Piulu, trovo la freschezza dello sguardo, il toccare con mano, quasi come togliere un velo. è l’infanzia che non smette di stupirsi, e che è un dono ritrovare intatta, da adulti. allora ogni cosa diventa finalmente quella cosa, unica e irripetibile, vera.
Grazie a tutti, a Jolanda e Ramona, felice di sapervi della compagnia dell’ulivo; a Maria Pia: grande pensiero, grande Rosselli; a Giovanni e Fabrizio, con gratitudine.
grazie, Giorgio, di lasciar scaturire l’urgenza della scrittura. Condivido e mi lascio rinfrescare dalle tue sensazioni e parole. Anch’io ho vissuto quest’estate in Puglia e me ne sto innamorando.
“Quando vedo un muretto di sassi, lo accolgo con la stessa gioia con cui accoglierei un reperto greco-romano. Ugualmente millenaria la sapienza del contadino che depone un sasso sull’altro al limitare del campo e così ripulisce il terreno e tira su un muro.”
Ho saputo che tirar su un muretto è una competenza che non hanno tutti i contadini: si chiama l’esperto dei muretti a secco e ormai vanno estinguendosi. Hai ragione allora è come accogliere un reperto greco-romano!
Che terra meravigliosa la Puglia! (detto da me napoletana!)
Sognando le acque di Torre Guaceto ti saluto
Buon rientro
Anna Maria
Ciao, Anna Maria, come sai condivido l’entusiasmo, e buona ripresa anche a te.