Qualche oziosa considerazione sull’arte

Quando capita di conoscere un artista, è meglio non intervistarlo. Se proprio non si può fare a meno di avviare una conversazione, meglio farlo parlare di donne, di cibo, di sport, di qualunque cosa ma, per amor di Dio, non di arte. Almeno, non della sua.
Quando era già vecchio e piuttosto suonato, Manzù presentò al pubblico la sua ultima scultura. Era una maternità, e bastava darle un’occhiata per sentirsi trasportare in un mondo di idee platoniche. C’era anche la tv: il solito imbecille schiaffò il microfono sotto il naso dello scultore e gli chiese quale fosse il significato della sua opera. Manzù, serio serio, rispose che si trattava di una donna che teneva in braccio un bambino.
Mai chiedere a un artista di svelare il segreto della sua arte. Come potrebbe rispondere? Non lo sa neanche lui.
Chi va in Spagna capita almeno una volta in un tablao flamenco. Nella maggior parte dei casi lo spettacolo è una porcheria e conferma il turista nell’idea che esistano arti maggiori e minori, e che le cosiddette arti minori siano puro e semplice intrattenimento. Però qualche volta accade che i gitani sul palco siano davvero gitani e che una strana mescolanza di umori ed elettricità statica faccia scattare il duende, il folletto che li spinge a suonare, cantare e ballare per se stessi e non per il pubblico. Allora chi sta in sala prova qualcosa che ha provato solo in rare e scelte occasioni. Quella sera e poi ancora altre volte nel ricordo, cercherà di capire cosa c’era in quella danza. Ripenserà al brivido che provò quella volta che Pavarotti fece tremare il lampadario della Scala; o quella volta che, rileggendo l’ultimo canto della Divina Commedia, si è sentito strano. E si domanderà cosa c’era di simile e cosa c’era di diverso in ciascuno di quei brividi.
Non riuscirà a rispondere. Avrà la sensazione di essere lì lì per afferrarla, la dannata differenza, e di avere soltanto un piccolo problema nella scelta delle parole adatte per definirla. E invece l’afasia continuerà a perseguitarlo, lo lascerà affannato e scornato come se avesse corso la maratona convinto di essere in testa per poi scoprire, al traguardo, che qualcun altro l’aveva preceduto. E allora tornerà da quei gitani e cercherà di farli parlare. Con pessimi risultati.
In materia di estetica, è difficile (ed è pure arbitrario) tracciare delle linee fisse, razionali e inderogabili, per poi ficcarci dentro il fenomeno “arte”. Ho letto da qualche parte che, secondo Baricco, l’Inno alla Gioia della nona sinfonia di Beethoven sarebbe una banalità. Nel mio piccolo, anche senza la fama e la chioma ricciuta di Baricco, potrei elencare un certo numero di “venerati maestri” che non mi hanno mai provocato neanche l’ombra di un brivido artistico, e sono sicuro che altrettanto potrebbe fare chiunque. Ma chi ci dice che non si tratti di insofferenze personali? Sarebbe bello trovare un criterio oggettivo, universale e necessario.
Insomma, parliamoci chiaro: siamo proprio sicuri che Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, non sia stato un artista più grande di Rudolf Nureyev? Dove sta scritto che Gargantua e Pantagruel sono arte e Stanlio e Ollio no? Eccetera eccetera.
Può darsi che questo approccio non vi convinca. Può darsi che abbiate passato gli ultimi quarant’anni a elaborare una teoria estetica tetragona e inconcussa. Ma se non avete pregiudizi, almeno in campo artistico, dovreste essere disposti a considerare il fatto estetico più per il piacere che produce che per i modi usati nel suscitarlo. E se è così, converrete che esistono edifici, quadri, testi, musiche, situazioni, fatti, che si staccano dalla media non per quantità o qualità ma per intensità. È l’intensità che provoca la “sindrome di Stendhal”. È l’intensità che fa vibrare in consonanza la folla in un teatro, in un comizio, in uno stadio, in una plaza de toros.
Non saranno in molti a pensarla come me, ma io non arriccerei il naso all’idea di considerare potenziale generatore di arte tutto ciò che cade sotto i nostri sensi. Proprio tutto, compresi i concerti rock, l’oratoria dei grandi demagoghi, lo sport. Perché si sono sempre costruiti stadi giganteschi? Perché la folla vuole emozioni. Come mai Demostene e Savonarola trascinavano le folle? Perché le emozionavano.
Si dirà: l’arte è emozione, ma non tutte le emozioni sono arte. Ah sì? E dove sta il discrimine? Una pessima interpretazione di una sinfonia sarebbe arte, e un emozionante fandango non lo sarebbe? Non sono d’accordo. Secondo me, il discrimine sta nell’intensità e, se l’arte è emozione intensa, si può farla con qualunque cosa. Lo sport non presenta spesso situazioni da risolvere con un lampo di genio, e cioè con l’intensità di una improvvisazione? Be’, improvvisare era una specialità sia di Chopin che di Louis Armstrong. Solo che Chopin prendeva nota sul pentagramma mentre Satchmo bisognava registrarlo. Allo stesso modo Maurice Béjart annotava le sue intuizioni coreografiche, Antonio Gades già lo faceva molto meno, uno sconosciuto gitano non ci pensa neanche. Eppure può capitare la sera in cui lo sconosciuto emozionerà il pubblico come Gades e Béjart (e qualche volta anche meglio di loro).
Da questo punto di vista, ciò che si verifica in uno stadio di football o in una plaza de toros è molto simile a ciò che avviene in un tablao flamenco. In un caso e nell’altro la prima manifestazione della consonanza fra artisti e pubblico è la stessa: olé! Il grido esce dalla bocca senza dar modo di rendersene conto. Lo dite e vi stupite di averlo detto.
Provate a domandare al tizio che sta seduto di fianco a voi nel tendido 8 della Plaza Monumental di Las Ventas: in che consiste l’arte di un torero? Vi risponderà: nel trasmettere l’emozione. Nessun artista potrà mai contestare questa risposta. Eppure qualunque artista, dentro di sé, sa che le cose non sono così semplici. Perché, delle due l’una: o esistono mezzi codificati per trasmettere l’emozione, nel qual caso sarebbe questione di tecnica e non di arte; oppure la trasmissione avviene in un modo sconosciuto, e allora dire che l’arte consiste nel trasmettere l’emozione è come dire che la pioggia è acqua bagnata.
Forse è più interessante osservare il fenomeno dell’innovazione tecnica che diventa arte. Belmonte scopre che è possibile entrare nel terreno del toro (e uscirne vivi) e la gente prova il famoso brivido. Caruso abolisce il falsetto, canta a voce spiegata e la gente va in visibilio. Bernini e Borromini creano strutture di una complicazione sovrumana e la gente le rimira a bocca aperta.
Eppure non manca chi storce il naso davanti al barocco, chi mette Rossini avanti a Puccini, chi accusa Belmonte di “tremendismo”. E non solo: c’è chi riconosce l’arte nel teatro ma la nega nel cinema; chi la riconosce nel cinema ma non nella televisione, negli spot, nei videogiochi. Chi parla di “arti minori”, però, di solito balbetta al momento di definire in che cosa differiscano dalle “arti maggiori”.
Insomma: che cos’è l’arte? Perché un’innovazione tecnica produce arte e un’altra no?
Mi permetto di insistere: alla base del fatto estetico c’è il piacere che genera, non i mezzi usati per generarlo. Il piacere estetico lo provoca anche la natura. Ognuno di noi ha visto paesaggi pieni di mistero, di pace o di infinito. Ognuno di noi, quando ci ripensa, ne ritrova l’emozione. Se la natura si è evoluta a caso, bisogna almeno riconoscere che il Caso è un grande artista.
Ciò che contraddistingue certe opere, fatti o situazioni, e li fa definire come opere d’arte è la forma. Non basta che l’artista conosca approfonditamente tutto ciò che si riferisce alla materia con cui opera; non basta che da questa conoscenza ricavi la strategia più adatta a raggiungere il suo scopo. Tutto questo è niente più che buon artigianato e la sua massima espressione è lo stile. La forma è qualcos’altro, che può essere ottenuto anche dalla casualità della natura, e che ha a che fare con la trasmissione dell’intensità. Se fosse un fatto tecnico potrei tentare di descriverlo. Se fosse un fatto medianico potrei farci sopra della (pessima) retorica. La verità è che non so darne una definizione.
Ci sono attimi nei quali ci sembra di superare noi stessi per attingere l’infinito. Lo sappiamo. Di solito, il lettore (lo spettatore, l’ascoltatore) raggiunge questi vertici quando fruisce dell’opera d’arte, l’interprete quando la esegue, l’artista quando la concepisce. Ma a volte artista e interprete sono la stessa persona, che crea e esegue sotto gli occhi di un pubblico partecipe: è il caso di Chopin che improvvisa, di Van Gogh che dipinge en plein air, di Maradona che infila cinque dribbling consecutivi e va in porta col pallone. Ed è anche il caso del flamenco e della tauromachia: la consonanza col pubblico è il sintomo più sicuro dell’apparire della forma.
Per spiegare la comunione di tanti nell’emozione di uno si usano termini come empatia, suggestione, magnetismo, e altri ancora. Questi brancolamenti terminologici sembrano giustificati dall’idea che, se si riuscisse a definire cos’è l’emozione, si potrebbe risalire all’intensità e al modo di trasmetterla. Ma l’emozione è un fenomeno troppo personale e multiforme. Sappiamo solo che c’è. Milioni di persone, uomini e donne, hanno assistito a un “Romeo e Giulietta”, eppure non ce ne sono due che siano “entrati” nell’animo dei protagonisti nello stesso modo, nella stessa scena. L’opera d’arte è sempre quella e a tutti trasmette emozione, ma l’emozione è diversa per ciascun individuo.
Ciò che consente di trasmettere l’emozione è la forma. Ma come si fa a prendere in esame un fenomeno così volatile? E se fosse possibile studiare la trasmissione dell’emozione fino a dare una definizione matematica della forma, siamo sicuri che l’emozione sarebbe ancora la stessa? Forse anche in campo estetico esiste un principio di indeterminazione.
Decisamente, è meglio cercare altri metodi di indagine: la ragione ha i suoi limiti e non può darci conto di tutto ciò che “sta fra cielo e terra”. Essere uomini significa possedere la razionalità, ma anche i sentimenti, le speranze, l’amore. Tutte cose che vanno al di là della ragione e che da un’indagine razionale escono svilite.

3 pensieri su “Qualche oziosa considerazione sull’arte

  1. fulmini

    Salve, Riccardo.

    Sono arrivato qui grazie a Stefania. Grazie anche a te, per questo post, ricco, e libero.

    Vorrei dire due parole su una delle questioni che discuti, quella iniziale. Tu sostieni che è meglio non far parlare un artista della sua arte – non può che banalizzarla. Penso con te che questo vale per buona parte dei casi ma, diversamente da te, che non valga sempre. Sono esistiti ed esistono artisti che, senza svelare (completamente) il segreto della propria opera arte, ci avvicinano a lei con qualche parola, qualche gesto. Potrei fare un lungo elenco, dico i primi due nomi che mi vengono in mente: Caravaggio e (Orson) Welles.

    Del resto neanche il critico più acuto può svelare (completamente) il segreto di un’opera d’arte. Sei d’accordo?

    Fulmini (Pasquale)

    Rispondi
  2. robertorossitesta

    Caro Riccardo,
    solo qualche spunto a caldo:
    1) non sottovaluterei le “banalità”
    di Manzù;
    2)difficile liberarsi dai pregiudizi; ma poi, che gusto c’é?
    3)tu non a caso parli sempre di forme d’arte e di emozioni
    “plateali”. Conosco una ballerina che ha ballato da sola per una vita, e che ora, quasi vecchia, balla solo davanti a me. Era meno artista un tempo, ed è meno artista ora di quelle che ballano davanti a mille persone? So che esse est percipi, ma quando siamo soli non ci percepisce proprio nessuno? (oltretutto “esse” significa anche “mangiare”, e qui il discorso potrebbe allungarsi prendendo altre strade…);
    4) anche in relazione al punto precedente, penso con affetto che cresce ogni giorno alla ricamatrice, all’annodatore di tappeti, al minusiere, che ripetono gesti tradizionali introducendovi variazioni impercettibili ai profani magari soltanto per adattarsi alle necessità contingenti imposte dalla materia da trattare. Costoro non saprebbero quasi che dire di ciò che fanno, facendo fare a Manzù la figura dell’intellettuale raffinato e loquace.
    Ma vogliamo proprio lasciare i critici senza pane, col rischio di ritrovarceli pittori o scultori?
    Grazie dei preziosi stimoli e un caro saluto,
    Roberto

    Rispondi
  3. riccardo ferrazzi

    @fulmini. Sono troppo “indeterminato” per poter dare una risposta netta al tuo quesito. Personalmente, sono portato a pensare che le indicazioni degli artisti a proposito della loro opera siano soprattutto indicazioni di artigianato. Forse, chi si è avvicinato di più al tentativo di definire la forma è stato Oscar Wilde quando ha detto che l’artista è uno che può passare una mattina a decidere di togliere una virgola e un pomeriggio a decidere di rimettercela. Il che, come vedi, dice tutto e non dice niente.
    @rorote. Sempre sottolineando la mia “indeterminatezza”, provo a rispondere punto per punto.
    La risposta di Manzù non la sottovaluto neanch’io, tanto è vero che l’ho portata a esempio. Significa, secondo me, che di un’opera d’arte si possono dare spiegazioni tecniche ma non artistiche. Esiste anche una tecnica dell’arte, e su quella si esercitano i critici, ma dire che cos’è l’arte è impossibile: bisognerebbe saper dire che cos’è l’amore.
    Che gusto c’è a liberarsi dai pregiudizi? Non saprei. Ognuno avrà i suoi motivi. Il mio è questo (e niente vieta che sia anch’esso un pregiudizio): se non supero i pregiudizi non potrò mai neanche sperare di avvicinarmi alla verità. (Naturalmente si può rispondere che la verità non esiste, ecc. ecc.)
    Non può esistere arte senza trasmissione dell’emozione? Be’, uno scrittore, un pittore, uno scultore, un compositore, possono benissimo creare opere d’arte al chiuso e godere della propria emozione. Ma se poi la loro opera non diventa pubblica e non trasmette emozioni anche agli altri, si sentono inevitabilmente amputati.
    Ci può essere arte anche nel “far bene il proprio mestiere”? Perché no? Io ne sono convinto, come credo di aver detto nel post. Solo, bisogna distinguere lo stile e l’artigianato dalla forma e dall’arte. Sono due cose diverse e hanno come dirimente l’intensità dell’emozione. Nell’artigianato l’emozione è a bassa intensità, nell’arte è altissima.
    Quanto ai critici, mah! In realtà possono parlare solo della componente artigianale. Purtroppo alcuni la scambiano per sostanza artistica. Sono i più pericolosi: corrompono il gusto e fanno danni incalcolabili.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *