Guido Michelone intervista Silvia Colasanti

colasanti silvia foto
Silvia Colasanti, classe 1975, è tra le rare musiciste italiane e in assoluto fra i migliori talenti nella composizione classica contemporanea: formatasi al Conservatorio Santa Cecilia di Roma con Luciano Pelosi e Gian Paolo Chiti, e in seguito perfezionatasi con maestri del calibro di Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm, Pascal Dusapin e Azio Corghi (presso l’Accademia Musicale Chigiana e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), riceve dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano il prestigioso Premio Goffredo Petrassi quale miglior diplomata in composizione. Da lì in poco è un’escalation favolosa con premi in numerosi concorsi dallo Zeitklang International composition competition Musikfabrik NÖ di Vienna al Lopes Graça di Lisbona, fino al Tactus Young Composers Forum 2006 di Bruxelles. Di recente, nel 2013 Giorgio Napolitano la investe del titolo di Cavaliere, entrando inoltre a fare parte del Comitato d’Onore Internazionale Viva Toscanini, diventando Membro della prestigiosa Società del Kalevala e vincendo lo European Composer Award, a seguito della prima esecuzione del brano per orchestra Responsorium al Konzerthaus di Berlino. In quest’intervista Silvia Colasanti racconta di sé e della sua musica.

Così, a bruciapelo chi è Silvia Colasanti?
Una musicista.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
Una ballata di Chopin suonata da un’amica di famiglia.

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare musicista?
La passione è cresciuta nel tempo. È stato come il grande amore: lo riconosci, sai che è importante, ma è solo con il passare del tempo che comprendi quanto davvero sia una parte irrinunciabile di te.

E in particolare una compositrice?
Essere interpreti, improvvisatori, stare sul palco vuol dire cercare un contatto immediato con il pubblico. Io cerco un aggancio, si potrebbe dire, sotterraneo, con l’anima più remota del mio ascoltatore, i suoi pensieri più profondi, le sue pulsioni, i suoi istinti.

Ti ritrovi nella definizione di ‘compositrice’ o preferisci altro?
Compositrice va benissimo!

Cosa significa per te comporre?
Raccontare storie con i suoni.

E cos’è per te la musica?
Uno specchio.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al ‘linguaggio delle sette note’?
Tutte le idee sono associabili, in un certo senso, al linguaggio delle sette note. Tutte e nessuna. O, ancora, molte di più di quante non riusciremmo mai a pensare. Perché la verità è che la musica “pensa” idee tutte sue. Ma per tornare alla tua domanda, penso che la musica sia anzitutto il linguaggio delle emozioni, dell’indicibile, appunto.

Tra ciò che hai composto esiste un lavoro a cui sei particolarmente affezionata?
‘La Metamorfosi’. È la prima volta che ho l’opportunità di confrontarmi con un’opera lirica vera e propria: cantanti, coro, orchestra, regia, scene. Amo il teatro!

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
Tanti, tantissimi. Ne nomino solo uno perché è di più recente conoscenza: Pier’Alli. Il lavoro e il confronto continuo con lui mi ha insegnato moltissimo.

E i compositori che ti hanno maggiormente influenzato?
Da Claudio Monteverdi ad Alban Berg, ma in generale il periodo più nelle mie corde è l’espressionismo, non tanto nei vocaboli musicali, quanto nelle istanze estetiche: la musica come esasperazione delle emozioni.

Ascolti altri generi? Quali artisti di jazz, rock, pop apprezzi maggiormente?
Non per pregiudizio, ma di fatto ascolto quasi sempre musica classica!

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta (non più di cinque)?
Non amo ascoltare i dischi, preferisco la musica dal vivo! Ma dovendo scegliere direi: la Nona di Mahler eseguita da Abbado con i Berliner, Lux Aeterna di Ligeti, il Quintetto di Schubert con Emerson Quartet e Rostropovich, Il Combattimento di Tancredi e Clorinda di Monteverdi nell’esecuzione di Alessandrini, le Chansons di Josquin Desprez.

Perché nella tua musica ricorrono spesso temi legati alla cultura classica dai Greci a Shakespeare, così come gli argomenti esistenziali, che si legano al dualismo vita/morte?
L’arte indaga l’uomo, le sue contraddizioni, che sono sempre le stesse, da sempre. I classici non ci parlano solo del passato, ma anche del presente e di una visione del futuro.

Invece perché non ricorri anche all’attualità o a una ricerca sonora più spinta? La vostra generazione ha bypassato l’impegno dei vari Luigi Nono e Luciano Berio?
L’artista incide nella società con gli strumenti di cui dispone: quelli espressivi, culturali. Non credo che ‘impegnarsi’ voglia dire trattare argomenti di cronaca o cercare il nuovo per il nuovo. L’arte è ricerca, pensiero, ma anche emozione, materia.

Come vedi la situazione della musica Italia?
Trascurata, basti vedere il disinteresse totale per l’educazione musicale di base. È un peccato che alle nuove generazioni non siano date opportunità di avvicinarsi alla grande Musica quante né hanno, invece, di avvicinarsi alla multimedialità o alla canzone pop.

E più in generale come trovi oggi la cultura in Italia?
Manca il desiderio di fruire della bellezza. E di conservare e rinnovare quel patrimonio di bellezza che ci è stato consegnato.

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
Un nuovo lavoro di teatro musicale con Patrizia Cavalli e Mario Martone, un concerto per viola e archi per Yuri Bashmet e i Solisti di Mosca.

Discografia di riferimento: Silvia Colasanti, In-canto, 2007-2010, Dynamic 2011.

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