MARINO MAGLIANI, “SOGGIORNO A ZEEWIJK”

di Adrián N. Bravi

“Scrivere le storie della sabbia”

Soggiorno a Zeewijk di Marino Magliani (Amos Edizioni)

marino-magliani-soggiorno-zeewijkCi sono autori che quando arrivano in un paese straniero, e iniziano a radicarsi, cambiano lingua e abitudini. Cominciano ad assorbire la cultura del posto e pian piano la fanno propria. È successo a Rodolfo Wilcock, che dallo spagnolo è passato all’italiano, ad Antonio Dal Masetto che viceversa ha sostituito l’italiano con lo spagnolo, e a tantissimi altri autori, alcuni dei quali, in virtù di questo passaggio di lingua, hanno contribuito a determinare il corso della letteratura (penso a Conrad, a Beckett, a Nabokov o a Brodskij).

Altri autori invece rimangono felicemente ancorati alla propria lingua pur abitando da anni in posti dove si parla un’altra: penso a Witold Gombrowicz negli anni del suo soggiorno argentino, o a Julio Cortázar (che si è trasferito a Parigi negli anni Cinquanta e ha continuato a scrivere sempre in spagnolo) e a tanti altri. Tra questi, Marino Magliani, che dal 1989 abita in Olanda e non ha mai abbandonato l’italiano; anzi, la lontananza dalla propria lingua gli ha dato quell’ironia e quella leggerezza che certe volte solo la distanza riesce a concederti. Già in altri libri Magliani aveva raccontato storie che parlavano di altri posti a noi lontani, come per esempio ne La spiaggia dei cani romantici, un romanzo del 2011 edito da Instar, ambientato nella sperduta Lincoln, in mezzo alla Pampa, giocando con una lingua che cerca di cogliere alcuni aspetti tipici del posto in cui si svolge la storia. Nel suo ultimo testo, però, Soggiorno a Zeewijk, edito da Amos Edizioni – un romanzo che ci racconta del suo arrivo in questo quartiere olandese dai grandi spazi verdi, fondato sulla sabbia, nel Mare del Nord, come rivela il suo stesso nome (Zee, mare e Wijk, quartiere) –, sembra andare ancora oltre, come se descrivesse storie etnografiche di un popolo sconosciuto.

Il libro, oltre a tracciare una cartografia di questa grande scacchiera che è Zeewijk, è un microcosmo letterario che descrive l’antropologia dei suoi abitanti. Sappiamo dunque che è un posto piuttosto grigio, abitato da persone circospette (anche il nostro Magliani sembra “uno che parla poco, un integrato poco sociale”) che amano essere interrogate sui loro giardini, come d’altronde tutti gli olandesi. Tra maggio e giugno, racconta Magliani, “il periodo della traversata delle rane e dei rospi”, quando le rane vanno a partorire in uno stagno, i volontari di Zeewijk si appostano sul ciglio della strada per fermare le macchine che rischierebbero di schiacciarle; poi prendono le rane, le mettono in un secchiello e le portano in salvo. A Zeewijk le strade hanno i nomi delle costellazioni, come fosse un mondo che si rispecchia nella volta celeste e riproduce le “88 costellazioni elencate da Tolomeo” (Sadrstraat, ci racconta Magliani, è la seconda strada parallela a Orionweg ed è una delle strade più chiare di Zeewijk, perché Sadr è la seconda stella più brillante della costellazione del Cigno). I palazzi sono costruiti con grandi vetrate davanti, tanto che il posto è come “un festival di vetrate, un mondo che attende di essere antologizzato”. Il narratore di questa storia guarda e spia queste grandi finestre, le luci che si accendono e si spengono a una certa ora, le sagome che le attraversano. Allora decide di fare “un’imitazione delle aguafuertes di Roberto Arlt” (autore argentino che Magliani ama e traduce da anni): osservare la vita delle strade e scriverne una piccola calcografia.

Così Soggiorno a Zeewijk diventa anche una breve raccolta di calcografie, dove viene fuori l’aspetto intimo degli abitanti: “Vetrata 2. Osservo una credenza, vernice bianca, gusti moderni. Una libreria che prende tutta una parete. Nel giardino anteriore ci sono aiuole in contenitori di legno, e un cancelletto basso, in ferro battuto, che i postini di solito non aprono neanche, ma scavalcano”. A Zeewijk solo lo straniero riesce a cogliere la vita dietro quelle vetrate, perché a Zeewijk lo straniero assomiglia a una specie di fantasma, “uno che scivola via alle loro spalle” e che nessuno, o quasi nessuno, vuole riconoscere, e che alcuni fanno addirittura finta che non ci sia. La vera intimità dei suoi abitanti però non è quella che si coglie davanti, di fronte alle vetrate, dove si svolge la vita quotidiana, ma quella che si vive dietro, nei giardini posteriori. Lì la gente sembra diversa, si aggirano con la loro zappetta in mano e si estraggono dal mondo. Tra i tanti aspetti che vengono raccontati nel libro c’è anche quello del “birrare”. La birra avvicina le persone, le aggrega, perché a Zeewijk “la birra è complicità”, si ride con la birra in mano – anche quando uno va al supermercato e ti vedono con una cassa di birra sul carrello, la gente di Zeewijk non riesce a trattenere fragorose risate. Dalla penna di Magliani, che si aggira tra Andromedastraat e Venustraat e poi slitta verso Kleperus o verso Cassiopeia, passando sotto l’ombra dei castagni, degli olmi o delle betulle, emerge così un mondo strano e affascinante, questo dei zeewijkiani. Il libro si conclude con alcuni disegni di Piet Van Bert, amico di Magliani, abitante anche lui di questo bizzarro mondo, che durante tutta la narrazione accompagna e illumina l’autore sugli aspetti più intimi e nascosti di questo posto.

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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