Viva la scuola. Ricominciare a pensare

Un articolo di Luigi Monti, la proposta di una maestra arrabbiata, le ultime dal governo, segnalazioni, appelli

Dopo la scuola
di Luigi Monti

Autunno. Per la scuola è stagione di riforme che non possono riformare e di dibattiti che non vogliono spiegare. Le vere e allarmanti novità del ministro Gelmini in materia di scuola e istruzione, più che nel contenuto (tagli, voto in condotta, maestro unico, educazione civica: si tratta, al massimo, di retrive ottusità, più che di inedite perversità), stanno nel metodo e negli intenti. Per quanto riguarda il primo, lo abbiamo visto all’opera fin dall’esordio di questo esecutivo: decreti legge, maxiemendamenti, voti di fiducia che creano false emergenze e nulla hanno a che vedere con quelle vere, del paese come del mondo. Atti di forza che sfibrano gli ultimi scampoli di partecipazione democratica rimasti e confermano quel potere taumaturgico di cui un blocco sociale sempre più consistente sembra aver investito il cavaliere e i suoi vassalli. Ma sono soprattutto gli intenti a lasciar trasparire l’unica altra novità di rilievo della politica scolastica del governo: gli ingenti tagli economici concentrati per ora nell’unico livello, quello elementare, in grado di sostenerli senza finire alla deriva, rivelano il progetto di una (scomposta) ritirata più che il piano per colonizzare un’istituzione completamente allo sbando, insostenibile nella sua struttura burocratica e su cui nemmeno le esigenze di potere, costruzione del consenso e manipolazione delle coscienze di questa destra hanno interesse a metter mano.

Che nel legiferare sulla scuola, questo governo e l’area culturale che ne condiziona l’orientamento (quella senza “colore” del gretto sviluppismo dei Panebianco e dei Galli della Loggia, per intenderci, o dello spiritualismo mondano e corruttore della Compagnia delle opere) tralascino intenzionalmente l’essenziale non stupisce. Che media e intellettuali di “opposizione” sorreggano il moccolo portando l’analisi e lo scontro sullo stesso, falsato, piano del discorso, pure a questo siamo abituati. Il problema, ancora una volta, non è solo contestare e arginare questo esecutivo, i cambiamenti piccoli o grandi che tenterà di portare nella scuola, l’orientamento “pedagogico” e il progetto di controllo che ne informa decreti e leggi, ma chiarire e comprendere da quale punto di vista contestare.

In questo, il libro di François Bégaudeau Entre les murs tradotto da Einaudi con il più rassicurante La classe e la versione cinematografica che ne ha tratto Laurent Cantet hanno il merito di aiutarci a chiarire i termini reali di un dibattito, quello sull’istituzione scolastica e il suo stato di salute, da cui forse quest’anno, prima dell’uscita del film, del libro e delle reazioni che hanno provocato, avremmo preferito tenerci alla larga: per spossatezza, usura delle categorie, mistificazione della questione e impotenza a immaginare alternative. L’anno di scuola raccontato dal giovane insegnante di francese di un difficile collège della periferia parigina si staglia, per la radicalità con cui pone i termini della questione, dalla messe di diari di insegnanti, pamphlet pedagogici e reportage letterari che l’editoria, a consolazione forse di chi si sta per chiudere un altr’anno dentro quelle mura, si premura di far uscire puntualmente con l’inizio delle scuole.

Non è la prima volta che dalla Francia, in questi ultimi anni, arrivano opere che, partendo dalla prosaica dimensione del quotidiano scolastico, riescono, con intuizioni pedagogiche forse inconsapevoli, a elevarsene al punto da offrire una visione finalmente lucida e radicale della questione. Penso alla tesissima vicenda della classe “modello” raccontata da Dufossé ne L’ultima ora, possibile esito dei nostri distopici e inconfessati sogni di controllo e omologazione o l’amara stagnazione descritta dal film di Kechiche, La schivata, che ha anticipato gli scontri delle banlieue parigine mostrando l’assenza di prospettiva nella scuola e nella vita dei ragazzi che le abitano, vittime entrambi di un progetto di ingegneria sociale riuscito soltanto a metà.

È un efficiente collège di un’area Zep di Parigi (zona di educazione prioritaria, come si chiamano secondo la burocrazia pedagogica francese i quartieri ad alta conflittualità sociale) quello in cui entriamo nella prima pagina del libro di Bégaudeau e da cui non usciamo più fino alla fine. Tutte le condizioni della scuola repubblicana sembrano soddisfatte: spazi razionali e curati, un giovane insegnante che vive la sua professione con la rigida determinazione di chi sa di incarnare una missione civile, una classe composta per lo più, secondo il modello assimilazionista, da quattordicenni stranieri di seconda e probabilmente terza generazione, un‘organizzazione dei cicli che, per evitare una troppo precoce selezione sociale, rimanda il più possibile la scelta dell’indirizzo di studi. E ancora: psicologi, esperti di orientamento, organi collegiali così democratici da permettere ai rappresentanti di classe di partecipare agli scrutini, ore curriculari di “espressione libera” e “vita di classe”.

Sarà per questo e per abitudine alla letteratura di “genere scolastico” che le prime pagine fanno pensare al solito ironico “ritratto di insegnante” e al suo mesto e quotidiano eroismo per combattere l’ignoranza primordiale dei giovani e l’ignavia di colleghi frustrati, imboscati e sindacalizzati, tipico appunto di tanti “diari” alla Starnone e alla Pennac (per fare gli esempi più seri) alla Bajani (per fare quello più recente e deludente) o alla Mastrocola e alla Lodoli (per chiudere con quelli più ambigui). Poi però, stranamente, pagina dopo pagina, l’effetto consolatorio a cui questo “genere” ci ha abituati non arriva.

La scelta di tenere fuori campo tutto quello che viene prima, dopo e oltre le ore di scuola, la freddezza e l’oggettività, in realtà solo apparenti, con cui Bégaudeau osserva e registra le dinamiche contenute dalle mura della classe, del cortile e della sala insegnanti fanno pensare a un esperimento psicosociale. Alla Milgram o alla Zimbardo. La chiusura e l’inacessibilità che costruisce intorno alla più democratica delle istituzioni totali non lasciano supporre un “fuori” diverso, migliore, quella comunità educante a cui i descolarizzatori si illudevano di poter affidare il compito di formare le nuove generazioni: quel fuori che inghiotte nel nulla il pallone dei ragazzi e che filtra solo dai titoli di giornale commentati dagli avventori della brasserie vicino all’entrata del collège è una “scuola” altrettanto e più efficace di violenza, di stupidità, di pragmatismo immorale. Il collegamento e l’influenza reciproca non sono in discussione: la crisi della scuola incrocia – ne dipende e la rafforza – la crisi della società tutta. Fa parte della stessa onda lunga che consuma le città nella loro dimensione urbanistica, politica e sociale.

Le mura claustrofobiche e di foucaultiana memoria che racchiudono l’intero tempo della narrazione, servono piuttosto all’esperimento sbilenco ed espressionista di Bégaudeau per isolarne le variabili. Per mostrare la specificità del sistema pubblico di istruzione nel produrre immobilismo, stupidità e cinismo. E insinuano il sospetto che se l’umanità, giovane e adulta, racchiusa dentro quelle mura non è peggiore di quella che sta fuori, quelle mura però hanno a che vedere con il peggioramento della loro umanità.

La versione cinematografica di Cantet, che condensa il fallimento dei sogni di democratizzazione della scuola di massa nella vicenda di Souleymane, il ragazzino di colore provocatorio e strafottente su cui si abbatte l’autoritarismo efficiente e impersonale della burocrazia scolastica francese, per quanto forse più intensa e critica del libro di Bégaudeau, rischia di mostrare solo i mali “classici” della scuola: la sua inefficacia e irrilevanza nell’adempiere a quello che dovrebbe essere il suo primo mandato, ovvero istruire; il suo omologare le differenze individuali e acuire quelle sociali; il suo consolidare, attraverso un’organizzazione interna rigida e gerarchica, un ordine autoritario; il suo rendere conto alle esigenze dell’apparato burocratico più che a quelle degli individui che l’apparato dovrebbe servire. Contraddizioni ormai insolubili del paradigma scolastico, rimanendo all’interno del quale il pendolo delle analisi e delle proposte di riforma può solo oscillare, in maniera ugualmente ipnotica e nauseante, dagli estremi di un anacronistico conservatorismo autoritario a quelli di un ipocrita progressismo democratico. Ma all’interno del modello scolastico, sembra spingersi a dire Bégaudeau, all’interno di quel modo di organizzare i corpi, il tempo e lo spazio, di formare, selezionare e destinare geograficamente gli insegnanti, di confezionare e gestire burocraticamente e statalmente il sapere, non c’è nulla da conservare. Nulla da cui si possa progredire.

“Bisogna essere assolutamente moderni”, consiglia a un certo punto, citando Rimbaud, la misteriosa proiezione allucinatoria che emerge ogni tanto dall’ombra degli anfratti scolastici a illuminare le domande di senso del giovane professore di francese. E la lettura, radicalmente moderna, che Bégaudeau offre dell’istituzione scolastica ci dice che lo stadio a cui è giunta potrebbe essere l’ultimo (il che non significa senza lunghi e sfibranti anni di agonia). La macchina – forse per comune destino con quell’ordine economico che ha sempre fedelmente servito – sembra scricchiolare.

Che servisse gli interessi della chiesa, dell’industria, di uno stato etico o di altri poteri dominanti, che rafforzasse le divisioni e gli svantaggi sociali o inculcasse quella passività che serve a formare giovani consumatori, ogni recente filosofia di riforma si è sempre fondata sulla ricerca dei mezzi più efficaci per adattare al meglio la scuola a ciò che la società si aspettava da essa. Oggi tutti sanno o intuiscono – e i ragazzi non fanno eccezione – che la partita si gioca ancora intorno ai saperi, ma da altre parti, lontano e fuori da quelle mura. Il senso di tradimento che fino a poco tempo fa i giovani avvertivano una volta terminata la scuola quando scoprivano che il titolo poco li aiutava a trovare un posto nel mondo e men che meno a scoprire talenti e vocazioni, si è trasformato in una profonda e inespressa disillusione che tutti, ragazzi e adulti, portano fin dentro la scuola, ben prima che le logiche del mercato e della società rivelino l’inessenzialità della formazione fin lì ricevuta.

E se da un lato la scuola rimane probabilmente l’ultimo luogo pubblico in cui sopravvivono piccoli frammenti non mercificati di sapere e relazioni profonde che, nello sforzo di trasmetterli, generano valori capaci di rendere la nostra comunità un posto meno indecente, dall’altro quella stessa istituzione, sotto la spinta di piccoli costanti assestamenti, di diverso orizzonte ideologico, ma tutti volti a una burocratica gestione della macchina ereditata e del suo difetto d’origine, si è trasformata in un informe, assurdo e intricato insieme di ostacoli che gli insegnanti sono costretti a superare se si ostinano a voler trasmettere ancora un po’ di luce.

Siamo giunti al punto in cui le analisi, i “perché”, le spiegazioni circa la scuola e il suo stato di salute hanno da tempo terminato il loro giro di valzer, ostinandosi a non cogliere l’origine del male o, al contrario, esaurendo definitivamente le parole per dirlo. Si tratta ora di agire. Di ripensare la lotta, più che la discussione. Il cuore di ogni processo educativo, riducendolo ai suoi termini essenziali, risiede principalmente nei modi e nelle forme in cui la conoscenza e i valori passano, trasformandosi, da una generazione all’altra. E nelle condizioni che meglio orientano questo processo in vista della libertà della persona e dello sviluppo e del miglioramento, ad opera sua, della comunità di cui farà parte. È a partire da queste funzioni minime che dobbiamo ricominciare a pensare la scuola.

Gli spazi per intervenire, dentro e fuori di essa, si stanno rapidamente assottigliando. Ma ne rimangono ancora. È il tempo a non darci tregua: stazionare nell’assurdo, indipendentemente dalla posizione che si occupa rispetto al potere, assottiglia in proporzione l’intelligenza, la forza e la grazia. Continuare a difendere o combattere un simulacro vuoto consuma e corrompe le energie migliori necessarie a realizzare, fuori e dentro le istituzioni, l’ideale che quel simulacro ha sempre dichiarato di voler perseguire.
(Per gentile concessione dell’autore proponiamo questo articolo, che uscirà sul numero di novembre de Lo straniero)

* * *

Una maestra arrabbiata

Questi signori forse non sono manco mai entrati in una nostra scuola.

Propongo un mese di permanenza in classe al ministro e ai suoi colleghi, ma son convinta che dopo il primo giorno scapperebbero già a gambe levate in preda ad una crisi di nervi perché come si fa a ridurre in categorie – nelle “loro” categorie poi… – la complessità che viviamo oggi?

Primo: proverebbero che un insegnante serio – e siamo in tanti, checché se ne dica – lavora da un minimo di otto ore a un massimo di 24 ore al giorno, no-stop. E’ un lavoro pervasivo e invasivo, ci portiamo i bambini a casa e nel sonno, le varie problematiche da affrontare, i programmi da condurre, le strategie da trovare. Un docente non basta. Occorre essere preparati, non solo nelle discipline – e dobbiamo esserlo, perché è la società stessa che ce lo richiede, le famiglie, i bisogni diventati primari dei bambini – ma anche in psicologia, in metodologie della conduzione del gruppo, in competenze d’integrazione, nel sostegno degli alunni diversamente abili.

Secondo: scoprirebbero che le classi sono formate da Persone e che ognuna porta un mondo, magari lontanissimo da quello degli altri, con culture, religioni e valori diversi e che la parola “disciplina” non ha nessun valore se prescinde dagli sforzi dell’incontro con l’altro, perché non si disciplina niente se non si conosce l’oggetto del disciplinare e la conoscenza ha bisogno di tempo, osservazione e confronto. Con chi si confronta l’insegnante unico? Con il delirio di onnipotenza, forse, o con la frustrazione dell’impotenza, magari.

Terzo: capirebbero che valutare con un numero l’alunno in età evolutiva, significa dimostrare letteralmente di “dare i numeri”.

Quarto: toccherebbero con mano il grido d’aiuto delle famiglie con bambini in difficoltà d’apprendimento e di socializzazione che confidano nella scuola come in una possibilità che altrimenti, con le sole proprie forze, non troverebbero.

Quinto: probabilmente non sanno che in tante scuole, a fronte delle finanze che mancano, sono i docenti stessi che pagano di tasca propria le fotocopie per le schede, i cartelloni, i colori, i cd e i dvd per la presentazione di alcuni argomenti, i giochi strutturati che l’istituto non arriva mai a comprare, perché troppo costosi.

Sesto: conoscerebbero maestre e maestri che percorrono chilometri per aggiornarsi o s’impegnano in corsi di formazione continua per diventare sempre più “efficaci” nella loro funzione e manco conoscono il tanto oggi usato termine di “fannulloni”.

Settimo: sarebbero delusi, perché non è il bullismo la vera emergenza della scuola, ma il “cretinismo” di chi giudica senza sapere, parlando per slogan e insufflando nella testa della gente idee grossolane, luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi.

Ottavo: comprenderebbero il valore di quelle educazioni che stanno cercando di cancellare dai curricoli, come l’arte e la musica, e che solo attraverso esse spesso è possibile raccogliere e far sbocciare non solo i talenti di pochi, ma anche le possibilità cognitive di tanti che altrimenti si perderebbero nei boschi dello scrivere e il vecchio far di conto.

Nono: sarebbero stupiti nello scoprire che, nonostante le difficoltà, a scuola è possibile stare insieme in tanti colori e costumi diversi, che la scuola rappresenta probabilmente l’ultimo luogo rimasto dove è ancora possibile “prendersi cura di”, senza confini e senza cpt.

Decimo: chiederebbero scusa, perché hanno e stanno offendendo il lavoro di molti, le speranze di tanti, la civiltà di un paese che pretende di svilupparsi dimenticando la storia. E scusate la prolissità, ma sono profondamente arrabbiata, profondamente indignata.
(da qui)

* * *

L’ultima del governo e un commento.

E l’ultimissima.

E adesso ci si mettono anche le Regioni e i Presidi di Scienze della Formazione.

L’ultima del ministro

La ricerca: il tempo pieno aiuta.

Dalla rete: un racconto di Chiara Valerio e una lettera di Silvia Minardi: per chiarire le idee sui numeri.

E c’è anche la lettera di una studentessa.

Cosa fanno gli studenti
Vedi qui.

Cosa fanno gli insegnanti
Vedi qui e qui.

Inoltre ricordo che circola in rete un appello contro il maestro unico e un altro a sostegno della scuola pubblica.

E un appello anche per l’università
Qui.

19 pensieri su “Viva la scuola. Ricominciare a pensare

  1. giulia

    Sono arrabbiata, molto arrabbiata… Ma lo ero anche un po’ prima, un po’ meno ma lo ero. Ho trent’anni di scuola alle spalle e mi sembra che nessuno centri il vero focus che sono gli studenti, i ragazzi con cui dobbiamo, volenti o nolenti saper entrare in relazione. Non sono una buonista, non amo le ideologia, ma pensato che tutti abbiano diritti ad un’istruzione opgnuno secondo le loro capacità e che tutti abbiano diritto di entrare con tutti se stessi a scuola. Il film entre le mur lo fa vedre bene. C’è un fuori che è un dentro: i ragazzi entrano dentro le mura con tutto quello che sono fuori e a questo non possono chiudere le porte. Come insegnare allora ? Io me lo sono chiesto ogni giorno partendo dai ragazzi che avevo davanti, e ho imparato a farlo giorno dopo giorno, ogni giorno forse in un modo un po’ diverso. Sapevo dove volevo arrivare, ma ogni giorno cercavo il come e non lo facevo da sola, lo facevo insieme ai miei allievi, che su questo avevano molto da dire, non sempre con le parole… Ma il discorso è lingo e complesso. Pennac ha detto nel suo libro non tutto, ma cose vere di cui bisogna tener conto. La Mastrocola non è ambigua parla chiaro a saperla leggere. Si è arrivati al paradosso che sono gli studenti che devono motivare gli insegnanti.
    So che siamo pagati poco, non rpesi in considerazione etc.etc. ma so anche che la mia controparte non sono i ragazzi. Scusa lo sfogo. Giulia

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  2. lucy

    io credo che tutto quello che gli insegnanti sono e sanno non devono dirlo a chi sa già e apprezza queste cose, non devono continuare a dirselo tra loro, ma gridarlo forte in faccia a chi maschera con il pretesto di tagli economici necessari e, soprattutto, con il ripetere che questo è per il bene degli studenti e del paese, un preciso progetto di ristrutturazione della società nella direzione di un divario sempre più ampio tra chi può materialmente permettersi un’istruzione (dire cultura mi fa un po’ senso) e chi no, con l’intenzione di creare un ceto dirigente (che bella espressione!) a propria immagine e somiglianza e un popolo incolto e ancor più manovrabile. già scalpita la destra per la scarsa collaborazione dell’opposizione definendola irresponsabilità, sfascismo… vogliamo forse credere che non sia un obiettivo la calma piatta del pensiero unico? naturalmente, a dir così, si passa per deliranti…
    questa mattina ho spiegato l’età di augusto: consenso, mos maiorum, riscrittura della storia, funzione degli intellettuali…ne sono venute fuori delle belle. il latino è molto pericoloso, ergo…

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  3. vincenzillo

    OT: fa specie, in un blog così attento e sensibile al tema della scuola, dell’educazione e, almeno a parole, degli studenti, non trovare una sola parola di condanna di quella vergogna che sono stati i bambini portati a forza in corteo.

    Che esempio educativo è portare in corteo dei bambini inconsapevoli?

    Ma non c’è nessuno di voi insegnanti che si vergogna per i colleghi autori di quello scempio?

    A che vi è servito vedere tanti bei film sul sapere, sul potere, sulla lotta, se poi non siete capaci di vedere una cosa tanto evidente?

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  4. francesco sasso

    Non sono un maestro né un professore, ma Vicenzillo, invece di leggere “Il Giornale”, la inviterei a considerare che portare i bambini al corteo era, in fondo, una lezione pratica sulla “Costituzione” e sulla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”: la libertà di manifestazione del pensiero è una delle principali Libertà e diritti fondamentali riconosciuti, credo.

    I bambini non avranno capito nulla della “causa”, ne convengo, ma hanno intuito che in questo paese, almeno sulla carta, si può protestare pacificamente, poiché ” tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

    Naturalmente,come scrive quel pessimista di filosofo tedesco: “l’errore nasce sempre dal dedurre la causa dalla conseguenza”.

    f.s.

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  5. francescomarotta

    Il giornale? E gli editoriali (sic!) di libero/il foglio/la padania “spacciati” in ogni commento?

    Possibile che non si accorga che qui c’è gente che non fa uso di “droghe pesanti”?

    fm

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  6. vincenzillo

    francesco sasso, forse le sfugge la differenza tra le opinioni di un adulto consapevole e l’innocenza di un bambino inconsapevole. Provi a vedere se qualche filosofo tedesco dice qualcosa in merito.

    francescomarotta, sa che non capisco cosa mi sta rinfacciando? Il Giornale, il Foglio, Libero, la Padania… qual è il problema nel ritrovarsi in certe idee, scusi?

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  7. francescomarotta

    “…qual è il problema nel ritrovarsi in certe idee, scusi?”

    Nessun problema: sono “affari” unicamente suoi (e del suo apparato digestivo).

    Ma nessuno la autorizza a scrivere “perle di saggezza” (sic!!!) come questa:

    “Ma non c’è nessuno di voi insegnanti che si vergogna per i colleghi autori di quello scempio?”

    Scusi, ma da quando lei è qui, ha mai trovato scritto, in risposta a un suo qualsiasi commento (sic!), qualcosa come: “Ma perché non ti vergogni delle cazzate che vai postando?”.

    Non credo proprio…

    La saluto.

    fm

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  8. Giorgio

    Ringrazio gli intervenuti.

    Giulia, concordo, c’è un fuori che è un dentro, c’è un prima e dopo la scuola che invade nell’aula e che non può essere ignorato ed entra prepotentemente nella relazione. A questo proposito, ricordo anche “La città dei ragazzi” di Eraldo Affinati, dove, forse per la situazione limite di quella scuola e di quegli studenti, non saprei tracciare un confine tra dentro e fuori, e la modalità stessa della relazione diventa azione educativa.

    Lucy, in questi giorni infatti gli insegnanti dicono la loro rabbia nei confronti del governo capace solo di operazioni di facciata (il grembiulino) e di ragioneria (i tagli). I tagli d’altra parte sono l’unica cosa su cui chi ci governa può intervenire, poiché difficilmente potrà affermarsi nella scuola qualsiasi riforma che non sia condivisa. Figuriamoci qualcosa che nasca al di fuori di essa addirittura ignorandone la realtà.

    C’è bisogno però che nello stesso tempo ci si interroghi sui modi e le forme “in cui la conoscenza e i valori passano, trasformandosi, da una generazione all’altra”, come dice Luigi Monti, proprio per quel contesto ineludibile di cui si diceva prima. Sarebbe bello provare a riflettere su questo.

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  9. Giovanni Nuscis

    @4 “OT: fa specie, in un blog così attento e sensibile al tema della scuola, dell’educazione e, almeno a parole, degli studenti, non trovare una sola parola di condanna di quella vergogna che sono stati i bambini portati a forza in corteo. ”

    Si vergogni Lei: sabato c’ero anch’io in corteo coi miei figli e mia moglie assieme ad altri seimila. E lo rifarò e ne dirò finché avrò fiato in gola. Come si permette di offendere chi ha “deliberatamente” coinvolto i diretti interessati, le vere vittime di questo provvedimento immondo!? Che vedano, capiscano e ricordino per esperienza diretta, invece che con quella dei tg e dei quotidiani che lei cita, cosa è una protesta civile contro un provvedimento che li danneggerà. Resti loro il ricordo di due genitori che hanno lottato per loro e con loro, invece di tacere o, peggio, suonare la grancassa del potere.

    Giovanni Nuscis

    Rispondi
  10. francesco sasso

    caro Vincenzillo, “l’innocenza di un bambino inconsapevole”? Insomma, era un corteo pacifico, non una riunione di pervertiti.

    Per contro, l’innocenza dei bambini è già abbondandemente molestata dalla tv spazzature dal cavaliere.

    Ma io chiudo qui. Non desidero essere complice del suo OT, rovinando così il post dell’amico Giorgio.

    f.s.

    Rispondi
  11. Giorgio

    Giovanni, anch’io venerdì sono andato in corteo con mio figlio.

    Francesco, nessun problema, anche la tv spazzatura del cavaliere fa parte del contesto.

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  12. nadia agustoni

    Per chi è fuori dalla scuola non è facile capire tutto quello che c’è in ballo.

    Grazie della proposta di questo articolo Giorgio.

    Rispondi
  13. vincenzillo

    Ragazzi, come non detto. Contavo su un ultimo barlume di lucidità, ma se quei poveri bambini innocenti non muovono la vostra vergogna e se anzi riuscite perfino a spacciare la cosa per atto nobile (perfino Fabrizio Centofanti, che finora mi era sembrato abbastanza equilibrato nei giudizi e nei toni), allora vi lascio ai vostri pensieri, seppure conscio di lasciare un vuoto incolmabile.

    franceco marotta, mi sembrava chiaro che la vergogna non è per le idee espresse in quegli slogan di piazza, ma per il ruolo “attivo” di bambini innocenti.

    Rispondi
  14. Roberto Plevano

    Vincenzillo,
    la mente è come un paracadute. Se non si apre non serve a niente. Mi auguro che tu decida di non rinunciare ai tuoi contributi. Dai, che discutere è bello.

    Rispondi
  15. Giorgio

    Sono d’accordo con Luigi Monti che nel caso della scuola “Il problema… non è solo contestare e arginare questo esecutivo, i cambiamenti piccoli o grandi che tenterà di portare nella scuola”, mi pare comunque che nelle proteste di questi giorni confluisca un malessere e un’incertezza di più ampia portata.

    Il grembiulino, il voto di condotta e le classi differenziate sono la riproposizione nella scuola della stessa logica delle ronde, i divieti, gli sgomberi di campi rom, l’esercito nelle strade. E questi, come quelli, inutili e dannosi.

    Ma mi pare che queste proteste abbiano di positivo soprattutto questo: sono il primo vero intoppo di massa che il governo incontra, e proprio il dissenso, l’opposizione e la protesta di masse di insegnanti, genitori e studenti ne rivela il carattere autoritario.

    Benasayag distingue in questo modo autoritarismo e autorità: l’autoritarismo è basato sull’imposizione e la forza, l’autorità “sull’esistenza di un bene condiviso”, secondo cui io ti seguo “perché tu rappresenti per me l’invito a dirigersi verso questo obiettivo comune”.

    Nel campo della scuola, il governo non è in grado di dare voce a un “obiettivo comune”, come invece è riuscito a fare agitando lo spauracchio dello straniero, della criminalità e dell’insicurezza. Proclami, leggi e campagne militari valgono a poco, in questo campo, se i governanti sconoscono radicalmente la “situazione”.

    Come dice sempre Benasayag: “È il nocciolo dell’arte della guerra secondo Sun Tzu: nient’altro che questo lo stratega cinese intendeva dire quando affermava che in guerra la saggezza vuole che si “esiga la vittoria non dei generali, ma dalla situazione”. Si tratta, in altri termini, di imparare a non percepirsi come elementi separati dalla situazione, di non cercare di padroneggiarla a partire da una posizione e da un calcolo estrinseci”.

    Questo vale per chi ci governa, ma vale anche per chi lavora nella scuola: la scuola, che pure è la più grande fornace di socialità, ha difficoltà a parlare con gli studenti, uno per uno, perciò ha difficoltà a parlare con la realtà, manca di forme e modi adeguati.

    In questo mi pare importante lo spunto offerto dal film “La classe”, che io non ho ancora visto: porre al centro dell’attenzione la situazione, il contesto. Che fare? Stare nella situazione, e da lì partire. Senza armarsi di obiettivi, mezzi, risultati quantificabili.

    E ho l’impressione, come dicevo all’inizio, che il mobilitarsi di questi giorni manifesti anche il bisogno di “essere” non solo nei cortei, ma nella situazione.

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