di
Anicio Manlio Torquato Severino Boezio
La prima parte di questo testo si trova qui.
Libro IV Prosa 4 (seconda parte)
Risposi che era chiaro. E poi aggiunsi: «Queste conseguenze derivano dalle nostre conclusioni di poco fa. Ma dimmi, ti prego: ammetti tu che dopo la morte del corpo non ci siano castighi per l’anima?»
«Ci sono, e assai gravi – rispose –, e credo che alcuni saranno inflitti con rigore di punizione, altri con clemenza a scopo correttivo(*). Ma ora non ho intenzione di discorrere di queste cose. In realtà, ho cercato di condurti fin qui a farti comprendere che quel potere di commettere il male che ti sembrava scandaloso, è niente; e a farti vedere coloro che tu lamenti essere impuniti, non evitare mai i castighi per la loro malvagità; e a farti imparare che il loro arbitrio licenzioso, di cui tu ti auguravi una rapida fine, non è certo duraturo, anzi, sarebbe più miserevole se fosse più lungo, e miserevole al massimo grado se fosse eterno; e infine che più miseri sono i malvagi quando si lasciano andare con ingiusto perdono, che se puniti con una giusta pena. E da ciò consegue che essi allora sono oppressi dai più gravi tormenti proprio quando si crede che siano impuniti».
E io allora: «Quando considero – dissi – le tue ragioni, penso che non ci sia niente di più vero da dire. Ma se io torno al giudizio degli uomini, chi c’è che considererà queste cose non solo credibili, ma addirittura degne di ascolto?»
«È proprio così – disse lei –. Essi infatti non sono capaci di innalzare alla luce della limpida verità gli occhi abituati alle tenebre, e sono simili a quegli uccelli la cui vista funziona di notte ed è resa cieca di giorno. Infatti, finché osservano i loro sentimenti e passioni, e non l’ordine delle cose, ritengono che l’arbitrio licenzioso o l’impunità dei crimini siano la felicità.
Ma tu guarda quello che la legge eterna stabilisce. Assimila l’animo alle cose migliori: non c’è bisogno di un giudice che dia un premio, tu stesso ti sei unito agli esseri più eccellenti. Piega la tua attenzione al peggio: non cercherai di fuori chi ti punisca, da te stesso ti sei spinto in basso. Come se, guardando alternativamente la sozza terra e il cielo, sospendendo l’esistenza di tutte le altre cose, in forza della stessa visione ti sembrasse di essere ora in mezzo al fango, ora tra le stelle. Ma la gente non pone mente a queste cose. E allora? Dovremo allora avvicinarci a coloro che, l’abbiamo mostrato, sono simili alle bestie? Ecco: se uno, persa completamente la vista, si dimenticasse anche di averla avuta e pensasse che nulla gli manchi delle perfezioni umane, noi che vediamo dovremmo forse ritenere che le cose siano le medesime per il cieco?(**) E in realtà costoro che si avvicinano alle bestie non sarebbero d’accordo nemmeno su quello che poggia su altrettanto validi fondamenti di ragionamenti, e cioè che chi offende è più misero di chi patisce l’offesa».
«Mi piacerebbe – dissi – ascoltare questi ragionamenti».
«Neghi che ogni malvagio sia meritevole di castigo?», chiese.
«Per nulla».
«Ed è in molti modi evidente che i malvagi sono infelici?»
«È così», risposi.
«Non dubiti quindi che coloro che sono meritevoli di castigo siano infelici».
«Siamo d’accordo», riconobbi.
«Se tu quindi avessi il posto di giudice – disse –, chi crederesti che sia da condannare a un castigo, chi ha offeso o chi ha sopportato l’offesa?»
«Non ho alcun dubbio – risposi – che darei soddisfazione alla vittima con la pena del colpevole».
«Ti sembrerebbe quindi più misero l’autore piuttosto che la vittima dell’offesa».
«È una conseguenza logica».
«Allora da questa e altre cause che dipendono da quel principio secondo cui la disonestà rende infelici per la sua propria natura, risulta che un’offesa, a chiunque sia fatta, è infelicità non per chi la riceve, ma per chi la fa.
Eppure gli avvocati – continuò – agiscono come se fosse il contrario. Essi si sforzano di suscitare nei giudici compassione per quelli che hanno subito un grave e doloroso torto, mentre la compassione sarebbe più giustamente dovuta a coloro che lo hanno commesso, e questi dovrebbero essere condotti in giudizio non da accusatori incolleriti, ma benevolenti e misericordiosi, come se si trattasse di malati che si portano da un medico per recidere col castigo i tumori della colpa. In questo modo l’opera degli avvocati difensori o non avrebbe alcun effetto, o, se volesse essere utile agli uomini, si trasformerebbe in un’accusa. Gli stessi malvagi, se potessere scorgere attraverso qualche spiraglio la virtù che hanno abbandonato e vedessero che stanno per liberarsi della sporcizia dei vizi con i tormenti delle pene, non si preoccupererebbero più dei tormenti in compenso di raggiungere l’onestà, rifiuterebbero l’opera degli avvocati difensori, e si consegnerebbero completamente ai giudici e agli accusatori.
È per questo che presso i saggi non c’è assolutamente posto per l’odio. Chi infatti potrebbe odiare i buoni, se non una persona stupidissima? E d’altra parte odiare i cattivi è insensato. Infatti, come la debolezza per il corpo, la disposizione al vizio è, in un certo modo, una qualche malattia dell’anima. Se giudichiamo gli ammalati nel corpo certo non meritevoli di odio, ma piuttosto di compassione, a molto maggior ragione bisogna essere compassionevoli, e non persecutori, verso coloro le cui menti sono oppresse dalla malvagità, malattia più atroce di qualsiasi debolezza del corpo».
(*) con clemenza a scopo correttivo, purgatoria clementia. Il termine può ricordare la concezione cristiana del purgatorio, ma l’esistenza del purgatorio divenne dogma nella Chiesa solo con Gregorio Magno nel 604. Qui Boezio si riferisce ad alcuni insegnamenti del Platone maturo: cf. Gorgia, 525B.
(**) noi che vediamo dovremmo forse ritenere che le cose siano le medesime per il cieco, num uidentes eadem caeco putaremus. Passo di difficile interpretazione. Probabile lacuna. Num introduce spesso interrogative retoriche a cui si risponde con una negazione. La maggior parte dei codici legge caeco, spesso emendato caecos. È stato reso come un dativo di interesse.
(testo latino qui)

– assimila l’animo alle cose migliori –
sembra facile…
in realtà, come tutte le cose che sembrano, non è così.
Ogni tanto è bene
diffidare delle conseguenze logiche.
Buona domenica 🙂
il nostro sistema punitivo pare aver appreso molto bene la lezione di severino boezio: tant’è che spesso punisce lievemente anche misfatti orrendi e dimentica completamente le vittime. c’è chi vede girare per strada l’assassino del figlio dopo pochi anni…cosette così.
e aggiungo:
le cose non sono mai le medesime, per chi le vede e per chi non le vede, perchè le cose cambiano continuamente, sotto i nostri occhi.
😉
“È per questo che presso i saggi non c’è assolutamente posto per l’odio.”
Da questo possiamo dedurre quanta saggezza ci sia al momento attuale nel mondo.
Grazie Roberto per questi due post sulla Consolazione della Filosofia di Boezio.
@ Carla. Sì, le cose cambiano, sotto un certo rispetto (alcuni di noi sono materialisti dialettici). E tuttavia, per avere giudizio sulle cose, è necessario fare affidamento su una nozione di giustizia, su un’idea insomma, che rimane uguale a se stessa nel mezzo nel mutare del mondo. È questo, credo, il senso del discorso di Boezio. Poi, è anche vero che alcuni di noi sono relativisti, ma oltre a commettere un atto impuro, con il suo essere relativista, il relativista cade in contraddizione con se stesso nell’elevare il suo punto di vista a prospettiva generale e onnicomprensiva, avente un qualche valore di verità che altre prospettive non possiedono. Anche il suo punto di vista, insomma, è relativo.
@ Lucy. Il nostro sistema penale è lamentevole. Sono d’accordo con te. Non però nel senso dell’indulgenza, quanto nel senso che il garantismo è diventato nei fatti impunità.
@ Nadia. Pare che un saggio sia stato avvistato in una riserva naturale in un’isola di un paese scandinavo. Si ignora però se nei paraggi sia rimasta almeno una saggia, senza di cui la perpetuazione della specie è impossibile. In altri paesi la specie è stata sterminata (era nella lista dei nocivi), con ovvi benefici per la coesione sociale e il consenso al governo.
Un grazie a tutti, e se passate per Pavia, non mancate una visita a S. Pietro in Ciel d’Oro.