Caro Franz

Caro Franz,
sì, come tu dici: “siamo vivi”, e forse è per questo che siamo sempre in formazione. Ho pensato a questo leggendo in Era mio padre come il quarantasettenne Franz viva ancora, pagina dopo pagina, la sua formazione. Quarantasettenne ma non ancora pacificato. Egli stesso nello stesso tempo il soggetto – e l’oggetto – di un esperimento. Giorno dopo giorno, sempre impreparato nel suo corpo a corpo con la vita. Sarà perché, come dice Wislawa Szymborska, “Nulla due volte accade/né accadrà. Per tal ragione/si nasce senza esperienza,/si muore senza assuefazione”.

Ed è per questo che mi piace l’idea di scrittura che esprimi: una scrittura fatta “di carne e sangue”, perché corrisponde al suo creatore, al suo “essere uomo su questa terra”. Affermazione a cui è legata l’altra: “L’ego è lo spettacolo più affascinante… Non c’è altro… di cui siamo i testimoni più attendibili”.

Ambedue le affermazioni comportano l’esporsi in prima persona e rimandano alla modalità della confessione, la quale, come dice Maria Zambrano ne La confessione come genere letterario, realizza “il movimento contrario alla cacciata dal paradiso, quando Adamo si nascose per la vergogna di udire la voce divina”. Difatti tu ti esponi, nel bene e nel male, con la depressione e gli scatti d’ira; le vere e false sicurezze e i sensi di colpa; le virtù e i vizi da “quarantasettenne debosciato” e la solitudine insopprimibile, che per alcuni aspetti fa tutt’uno con questa città difficile che è Milano; le polemiche letterarie di cui cogli la futilità ma in cui pure ti coinvolgi, e il divenire da quattordicenne nazistoide a “teppista della giustizia” aspirante all’amore universale. E mi pare di intravedere nella tua scrittura ancora una evoluzione, me lo fanno pensare alcune delle ultime cose che hai proposto su Nazione Indiana, in particolare le pagine sul lavoro precario e sulla Milano vista dalla 90, la filovia che ne congiunge le periferie.

Mi sembra anche importante, in un momento storico in cui il libro è considerato o una merce su una bancarella o un bene inutile, dire che “i libri fatti con le viscere e col sangue sono sempre utili: a chi li scrive e spesso, ancora di più, a chi li legge con la giusta partecipazione”. Sono anch’io dell’idea che quello che si scrive, se sta ugualmente a cuore a chi scrive e a chi legge, non può non provocare conseguenze in chi scrive e in chi legge; e se parla di questo mondo, non potrà in qualche modo non avere qualche effetto su di esso.

L’atto di scrittura diventa per ciò stesso un gesto di cui ci fai partecipi, attraverso cui vediamo farsi al contempo il libro e l’uomo. Infatti man mano che costruisci il racconto consegni alla pagina tuo padre, confessi il dolore e il senso di colpa per la perdita e i modi in cui essa si è consumata; e così compi il tuo tentativo di affondarli nella prosa, di salvarli e al contempo distaccartene. A ciò giova una scrittura che tu stesso definisci “fatta d’impulsi, di accelerazioni improvvise, di accensioni liriche, di ricordi impastoiati dalla colla adesiva del presente che tutto sovrasta come un controllore d’eternità”. Un uso dell’io felicemente sbilanciato. Una metanarrazione di non facile gestione che riesci a tenere per quasi 300 pagine. Un linguaggio che tutto accoglie e non esclude nessun registro o sottoregistro. Sembra che tu vada proprio cercando i percorsi dove maggiore è il pericolo, senza curarti troppo della correttezza politica ed estetica, per creare un caos apparente che pure ha le sue simmetrie e sapiente nel riservare lo scioglimento alle pagine finali.

Un’ultima considerazione vorrei fare, a proposito del tuo star male, e del male che ha condotto tuo fratello e prima ancora tuo padre alla morte, riuscendo dove non erano riuscite la guerra, la povertà, le sconfitte. Mi pare che la virulenza di questo male abbia a che fare con la mancanza di un universo di senso in cui possa trovare senso anche il dolore. Mi vengono in mente dei versi di cui non ricordo la provenienza: “Se il fuoco a sé d’intorno esca non trova,/divora un po’ se stesso e poi si spegne”. Forse a qualcosa del genere pensi anche tu, quando dici che “Siamo vivi, e siamo su questa terra anche per riconciliarci, tutti”. Ma, in questo caso, il divenire occorre che investa l’uomo e tutta quanta la società. Un abbraccio

Giorgio

11 pensieri su “Caro Franz

  1. nadia agustoni

    Una lettera per scrivere a un amico, per parlare di scrittura, vita e morte e del dolore che è difficile per tutti. Bella Giorgio.

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  2. jolanda catalano

    Bellissima lettera, Giorgio, come solo un amico può fare. Su Era mio padre abbiamo letto moltissimo,questa tua, a mio avviso, è tra le cose migliori che io abbia letto. Grazie.

    Oggi, comunque, il quarantasettenne Franz è diventato quarantottenne.

    A lui i migliori auguri di serenità e di nuovi regali per noi lettori.

    A te, Giorgio, e a tutti i lettori, un forte abbraccio

    jolanda

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  3. Giorgio

    Grzie a voi, Nadia, Jolanda, Roberto e Fabrizio. E naturalmente a Franz un grande grazie, e auguri di cuore.

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  4. bianca

    Mi trovo qui a preparare una lettura su “La lettera al padre” di Franz, Kafka, e leggo “siamo vivi”.
    Vivi è una Bella parola: quel “tempio” risorto in 3 (tre) giorni.

    E poi Bacon, Francis:

    Azzurro alato quel verde che scollina
    di un più tenue riposo l’ombra sul tuo petto
    i capelli e la memoria, ogni rima in cerca di versi… .
    Una smorfia, un ghigno, di Francis Bacon il cardinale,
    tumori liquefatti e due uova al tegamino:
    un grido ch’iride, persino la Bellezza!

    Bianca Stefania Fedi

    )*

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  5. fabrizio centofanti

    Franz non può rispondere perché ha il computer fuori uso.
    in compenso una notizia per me bellissima: il Krospenorri torna in Lpels.
    auguri doppi, come minimo.
    un saluto a tutti
    fabry

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  6. franz krauspenhaar

    grazie infinite caro giorgio, un regalone di compleanno veramente bello!

    e me ne sono fatto uno io d’accordo col nostro donNNIE brasco hundertfanten tornando, come si dice, all’ovile. il pecorone smarrito…

    baci,

    franz

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  7. manuel cohen

    Ciao.Perdonate l’intrusione. Quello che scrivo non c’entra molto con quanto è scritto sopra.

    Caro Franz, probabilmente non andrai a leggere questa mia, in un post ormai datato. E’ che oggi è la prima volta che visito questo Blog, e ti ritrovo, festeggiato e amato dai tuoi compagni. Ecco, volevo anch’io sorriderti, stringerti le mani, dirti anche da lettore cose che non si dicono, il bene che ti voglio. Proprio stanotte ti ho incontrato nella bella, serena (che strano?) prefazione alla Cristina Babino. Ho ripreso tra le mani ‘Era mio padre’, l’ho letto tre volte, non per capire, ma per comprendere. Non so, ma ogni volta che riprendo la tua storia, ripenso a quella dei Pontiggia, e vedo in Stefano una proiezione molto privata di qualcosa che mi riguarda da vicino, e vi vedo sempre gli occhi del Giampiero Neri, il mio caro vecchio amico che ha l’età che avrebbe mio padre, nati lo stesso giorno. Ecco, conoscere il Giampiero ha significato per me fare un po’ di pace, mettere un po’ d’ordine, cercare di salvare, di salvarmi. Molte cose mi allontanano e mi avvicinano a te, non ultima,l’essere anch’io nato nei ‘sessanta, per cui ,spesso,ritrovo luoghi motivi colonne sonore pertinenti. Ma non è questo, credo sia più questo tuo dibatterti come un grosso cetaceo finito in una rete, questa tua allergia a ogni gabbia, e questa inconfessabile (poi perché?) richiesta di tenerezza, le tue continue scorribande tra (auto)biografia vita e letteratura (cosa invisa a certi puzzoni paludati della folletta impiegatizia delle Patrie Lettere)che sento molto vicine al mio sentire. Ecco,ti ho scritto, finalmente. Tuo manuel.

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  8. franz krauspenhaar

    caro manuel, grazie di cuore. prima o poi ci vedremo, ogni tanto ci incontriamo nei blog e ne approfitto per ringraziare te e il tuo spirito di uomo che vive per comprendere.

    effettivamente chiediamo tenerezza e libertà, due cose che dovrebbero essere diritto di chiunque. in fondo cosa chiedere di più a questo breve tratto di vita?

    un bell’abbraccio,
    franz

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