La gloria della forma
(Pensieri sul tema “Poesia e preghiera”)
La poesia è il trofeo linguistico di una disfatta spirituale.
Nicolás Gómez Dávila
I
Il mondo e le cose che lo popolano furono evocati dalla parola di Dio: è l’insegnamento del “Genesi” (1)
… le cose si mutarono nei nomi ch’egli diede loro,
poi persero il nome…
Ovvero, “nacque dalla Parola la Forma e morì di nuovo” (Rûmî). Allora, un altro genere di demiurgo, il poeta, intervenne a rinominarle. Per farlo, usò una parola diversa, corrosa dalla ruggine del silenzio, svilita, ma levigata fino a renderla essenziale, lucidata a specchio. Parola che non crea, ma riflette.
II
Se, per sua natura e necessità, la parola creatrice fu orale, la parola che verifica e riflette è invece parola scritta, parola da leggere e interpretare. Scrivere significa attraversare lo specchio, come Alice; attraversare, cioè, il confine, una zona franca o d’interdizione, un po’ fantasmatica, forse irreale. Applicando alla scrittura le parole di Conrad (Lord Jim, XX) sulla nascita, potremmo dire che “chi scrive cade in un sogno, come si cade in mare”. Ma attraversare lo specchio significa anche giungere alla mente del poeta. Dietro lo sguardo del poeta, infatti, chi legge scopre il sortilegio (se la poesia è anche divinazione e magia) e il simulacro di una realtà sensibile e individuale indagata fin nel profondo. Dal cristallino del poeta la Parola si riflette in quello del lettore, il quale la sentirà penetrare in sé e scavare, “come il tarlo nel legno” (2).
III
Lo specchio attraverso il quale conosciamo e sperimentiamo il mondo è la lingua. Il pericolo è che lo specchio sia troppo lontano dalle cose riflesse, che i contorni delle cose si facciano confusi e le immagini diventino astratte e incomprensibili; oppure che lo specchio si appanni o si rompa privandoci così dello strumento primario della comunicazione.
IV
In un mondo senza fede, dove ogni trascendenza viene meno, il poeta si sostituisce al creatore e, fidando in se stesso e nel proprio lavoro, riempie il vuoto. La parola rappresenta il mondo che essa stessa crea, nel momento in cui lo crea, introducendovi ordine e armonia.
Era lei la sola artefice del mondo
in cui cantava. E il mare, quando lei cantava,
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1 … things changed to the names he gave them, / then lost their names… Wallace Stevens, traduzione inedita di Francesco Dalessandro
2 Charles Baudelaire, Razza di Caino, in I fiori del male, traduzione in prosa di Attilio Bertolucci, Garzanti, Milano 1975
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di qualunque cosa fosse fatto, assumeva l’essenza
del suo canto, perché era lei a creare. Allora noi,
vedendola, sola, allontanarsi di buon passo,
capimmo che per lei mai c’era stato un mondo
diverso da quello che cantava e cantando creava (3).
V
Ma, un tempo, l’uomo è stato capace di suscitare in se stesso anche la divinità. In quel mondo senza fede, insieme alla parola poetica – che è ricerca individuale – coloro che sentivano la necessità del divino avevano anche un altro modo di avvicinarsi ad esso.
Nel romanzo di Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, Wallmoden, il protagonista, racconta un sogno. In un mattino d’agosto, mentre partecipa con il suo reparto a un’esercitazione, viene colto da un capogiro. Quando si riprende è in una piccola valle circolare, al centro di due o più cerchi di persone che gli corrono intorno muovendosi l’uno in senso inverso all’altro. Sono persone completamente nude che danzano e cantano: la loro pelle luccica al sole come fosse spalmata di grasso. Wallmoden pensa che la loro nudità abbia un chiaro, evidente carattere sacrale. Via via che i cerchi gli si stringono intorno egli sente il canto dei danzatori come un ruggito, il loro respiro è un ansimare selvaggio, e l’odore di sudore lo stordisce; perdendo i sensi, pensa a quella strana danza come a un’orgia di lussuria. Ma così, poi, gli spiega il sogno un ufficiale medico: «Già molto tempo prima che gli uomini dessero ad alcune divinità o entità superiori una raffigurazione concreta […] ci fu certamente la tendenza, in generale, a produrre la divinità da se medesimi. […] Allora si giungeva a questo attraverso la danza, entrando in una specie di stato di ebbrezza durante il quale ci si credeva trasformati in esseri superiori…» (4).
La danse, di Henri Matisse, è la rappresentazione visiva del sogno di Wallmoden. E così Wallace Stevens
descrive un’esperienza simile in Sunday Morning:
Uomini in cerchio, agili e turbolenti,
un mattino d’estate salmodieranno un’orgia
di tempestosa devozione al sole;
non come a un dio, ma al dio che tra loro
nudo sorgesse come una fonte selvaggia.
Scaturito dal sangue il loro canto
salendo al cielo sarà canto di paradiso… (5)
Dio è più vicino a noi della nostra vena giugulare, si legge nel Corano.
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3 She was the single artificer of the world / In which she sang. And when she sang, the sea, / Whatever self it had, became the self / That was her song, for she was the maker. Then we, / As we beheld her striding there alone, / Knew that there never was a world for her / Except the one she sang and, singing, made. Wallace Stevens, The idea of order at Key West, traduzione inedita di Francesco Dalessandro.
4 Alexander Lernet-Holenia, Marte in Ariete, trad. di E. Arosio, Adelphi, Milano 1983
5 Supple and turbulent, a ring of men / Shall chant in orgy on a summer morn / Their boisterous devotion to the sun, / Not as a god, but as a god might be, / Naked among them, like a savage source. / Their chant shall be a chant of paradise, / Out of their blood, returning to the sky… Wallace Stevens, Domenica mattina, a cura di Francesco Dalessandro, Il Labirinto, Roma 1998
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VI
Il poeta vuole immergere le mani nella creta del mondo e modellare con le parole quel che tocca, vuole attingere l’ideale dentro la realtà della natura nella quale è immerso. Egli scende nel vuoto, dietro la maschera del mondo e della sua vanità, ma più scende, più diventa consapevole (lo sguardo e la mente si schiariscono) dei limiti e dei legami del mondo.
Terra, dolce Terra, dolce paesaggio di folte
foglie e umili erbe curve, al cielo rivolte
senza lingua per pregare né cuore per sentire;
tu che puoi solo esistere, ed esisti da tanto –
tu che puoi solo essere, ma lo fai bene… (6)
È in quel momento che in lui si manifesta l’aspirazione a salire, con l’ansia del mistico che aspira all’ascesi. Ma il suo desiderio di ascendere ad “altre stelle” è ostacolato dal peso dell’essere, perciò l’unica opera che può compiere in sé è quella della dissipazione e della sparizione progressiva: il vuoto che si realizza, il fuori (il niente) che invade il centro, che inghiotte anche la stanza illuminata, finché tutto svanirà:
Il fuori ormai non traspare. Preme
incollato ai vetri li riveste il nero
argento della notte e ne fa gelidi
oscuri specchi in cui sprofonda la stanza
illuminata (7).
VII
Volendo essere, si svanisce, ci si perde, ci si consegna all’oblio, al niente. Sparizione e apparizione: la compassione e il dolore per i limiti e i legami del mondo e della realtà ci conducono verso il vuoto e la vanità, che, presa anch’essa nel vortice, tenta di lasciare a tutti i costi una traccia, di avere un senso ulteriore, di farsi verità.
VIII
La verità può essere inafferrabile e sfuggente come una bruma, anche se è dal centro offuscato di quella bruma che nascono chiarore e luminescenza, che ci raggiungono i bagliori e il baluginio della realtà, le ipotesi del vero che il poeta trasforma in poesia. Se l’opera della vita è la morte, la sparizione, l’opera della poesia è il tentativo di contrastarla.
IX
La più cupa penombra, conciliante solitudine e sofferenza, può dimostrarsi, oscuro specchio, propizia alla riflessione, perché la luce interiore, la luce della mente poetante è vivida e forte. Ha la funzione di una camera oscura, ma è esattamente il contrario. È una camera di luce. La stanza illuminata nel pieno della notte è accerchiata ma non vinta dalle tenebre nelle quali sembra sprofondare.
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6 G. M. Hopkins, Ribblesdale, traduzione inedita di Francesco Dalessandro
7 Gianfranco Palmery, In quattro, XLVIII, Il Labirinto, Roma 2006
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X
Lo stilita si eleva sulle cose terrene perché vuole disconoscere la realtà materiale per aspirare alla pura idealità del sentire; il mistico, attraverso solitudine e abbandono, vuole profondarsi nella divinità per riuscire a contemplarla.
XI
La contemplazione è devozione al silenzio, e il mistico aspira al silenzio. Tuttavia sappiamo che spesso lo riempie scrivendo, come dimostrano i casi di Juan de la Cruz, di Teresa d’Avila, di Caterina da Siena e altri; benché sia proprio Teresa a dire che solo nel silenzio, che abita l’oscura notte dell’anima, è possibile accogliere l’Ospite che viene.
XII
Quando, poeta compiaciuto di sé, il mistico si getta in quel corpo a corpo febbrile con la parola che è la scrittura è perché vuole liberarsi del proprio Io, ma, credendo di farlo, lo esalta: vuole sfuggirgli, ma per farlo deve cercarlo e cercando lo riafferma. La parola con la quale intende esprimere l’ascesi può provocarne la caduta e condannarlo alla contemplazione della propria disfatta spirituale.
XIII
Chissà che non sia per quello, per scongiurare il pericolo della disfatta, che Rûmî confessa di scrivere solo per allietare e confortare gli amici. «Altrimenti – scrive – fra me e la poesia c’è un abisso. Quanto è vero Dio son stanco della poesia, non c’è cosa peggiore!»
Dobbiamo credergli? O non resta anche lui, come Juan de la Cruz, attaccato alle mammelle della sensualità per succhiarne latte di poesia?
XIV
Immaginiamo un uomo segregato in una cella buia – di una prigione o forse di un convento: l’uomo è un religioso –: giace su un tavolaccio o un pagliericcio, muoversi gli costa sofferenza, debole com’è, stremato dai maltrattamenti; quando sta meglio si mette in piedi o in ginocchio. Lunghi mesi in queste condizioni, rischiando la morte o la follia. Il cuore è oppresso da paura e sfiducia, ma egli, s’è detto, è un religioso, perciò prega, prega a lungo, incessantemente per la salvezza della propria anima, se non del proprio corpo: mattutino, vespri, notturno, atto di fede e di dolore, misteri gaudiosi, gloriosi, dolorosi; prega, prega perché la sfiducia torni ad essere fede: è attraverso la tenebra che si attinge la luce, la conquista più luminosa è opera del buio. La vita alla quale è costretto gli sembra privazione di vita, perciò prega perché l’umanissima paura di morire diventi aspirazione alla morte per unirsi a Dio.
L’intensità della preghiera, della litania, predispone l’intero essere a una forma di anestesia sensoriale: pian piano egli non sente più dolore, non avverte più le membra, la mente si acquieta e s’abbandona al torpore. È così assorto e estraniato che i suoi sensi sono spogliati d’ogni sentire. Gli sembra ormai di fluttuare senza peso nell’aria, con la mente vuota: prova una sensazione di leggerezza, un senso di libertà e di pace interiore; infine, anche le litanie cominciano a confondersi, fino a perdersi, a cancellarsi e a svanire. Al loro posto sorgono immagini. La mente, prima cieca come la cella che lo racchiude, inizia a schiarirsi, a prendere luce poco a poco, come se un raggio di sole sempre più vivo vi penetrasse; e l’immaginazione si fa vivace, colorata. Quel raggio reca con sé ricordi e scene del mondo esterno: è come in una camera oscura, quando l’azione del sole attraverso una lente fa vedere quel che accade all’esterno, sebbene al rovescio.
Quando la voce salmodiante si spegne e la preghiera (che avvolgeva la mente anestetizzando le sensazioni di dolore e sofferenza, che però la mantengono in vita) tace, si riavvia il pensiero. Dal nuovo silenzio cominciano a sorgere formule diverse, successioni di parole non sperimentate, dotate di un ritmo nuovo, misurato sul corto respiro di chi giace supino, attraverso le quali egli, che le pensa e le pronuncia fra sé, giunge a una forma nuova di comunicazione: raccontare con le parole quel che l’anima ha esperito con l’esaltato sentire: un’altra specie di comunione, un diverso modo di salire a profondersi nell’intima natura di Dio. È un percorso di salvezza dell’anima esuberante e sensuale, perché tutto attinge alle buie, cieche, profonde caverne dei sensi che ardono e risplendono. Perciò, per narrarlo ed esprimerne le asprezze, non serve la preghiera, è necessaria una parola d’amoroso furore. È necessaria la poesia.
E ad essa Juan de la Cruz – perché di lui si tratta – si rivolge. Lo dice molto bene Maria Zambrano: «Non è stato un abbandono della realtà, ma un addentrarsi in essa: “inoltrandoci nel folto”. Non è, quindi, il nulla, il vuoto, ciò che attende l’anima al suo uscire; né la morte, bensì la poesia, ove si trovano interamente presenti tutte le cose» (8).
XV
Il pericolo dell’Io può essere scongiurato trasformando anche la parola poetica in preghiera?
Se in ore di ansioso tormento
nel nostro cuore il vuoto dilaga,
se ci rode nell’intimo l’angoscia
e alla stretta del male non c’è scampo
[…] non è vana la preghiera (9).
Si prega anche perché, con la notte, scenda il sonno, condizione indispensabile all’amore, perché solo nella sua passività si schiude il mondo interiore.
XVI
Quando “un brivido crepuscolare” spezza “il vincolo della nascita – la catena della luce”, che ha sciolto in dolore ogni speranza, e scende la notte, è di una notte sovrumana che si tratta e in essa si accende una luce non più terrena, ma interiore.
Consuma con l’ardore
dell’anima il mio corpo,
perché lieve nell’aria
con te più strettamente mi congiunga
e duri eterna
la notte nuziale (10).
XVII
La preghiera non può (né vuole, credo) redimere la realtà; ne lascerà sempre intatto il mistero, anche quello più terribile, anzi lo innalzerà in misura proporzionale alla fede.
Nemmeno la poesia ha capacità salvifiche, o è in sé fonte di salvezza, né è questo il suo compito: ad essa compete, tutt’al più d’indicarcene una possibile via.
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8 Maria Zambrano, Luoghi della poesia, Bompiani, Milano 2011.
9 Novalis, Canti spirituali, XIII, in op. cit.
10 Novalis, Inni alla notte, I, in Inni alla notte – Canti spirituali, traduzione di Giovanna Bemporad, Garzanti, Milano 1986
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XVIII
Eppure, quant’è illusoria la speranza di una consolazione che scongiuri il silenzio divino?
L’avventura del poeta è la ricerca del senso, l’incessante interrogare e interrogarsi sul significato da dare a una vita eletta a prigione oscura, “caucaso” eretto in pieno sole da cui è impossibile evadere. Nemmeno certo di una possibile risposta.
XIX
Ecco un caso esemplare, nel quale non meno forti dei toni di preghiera, si sentono disappunto e rimprovero.
Veramente sei giusto, Signore, s’io disputo
con te; ma, signore, così è giusto difendermi.
Perché prosperano le vie dei peccatori? E perché deve
finire in delusione tutto quello ch’io tento?
Se mi fossi nemico, oh tu amico, di’, come potresti
ostacolarmi, abbattermi, più di quanto già fai?
Gli ubriaconi e gli schiavi di lussuria si avvantaggiano
di ore vuote, signore, più di me che la vita
spendo per la tua causa (11)..
Non stiamo leggendo dal libro di Giobbe, ma da uno degli ultimi sonetti del gesuita Gerard Manley Hopkins.
A Hopkins era già accaduto di soffrire depressioni e periodi di aridità spirituale e sempre s’era risollevato e ne era uscito, anche per merito del lavoro poetico. Verso il 1885 però, durante quello che chiama il «terzo distacco», in Irlanda, dove non si sente apprezzato per quel che merita da confratelli e superiori, la crisi si aggrava. Lui che aveva sempre sentito la propria opera, perché emanazione dell’amore di Dio, come mediatrice fra questo mondo e il celeste, crede e si convince che il dualismo fra religione e poesia sia ormai irrisolvibile e dispera la salvezza dell’anima. In una lettera all’amico Robert Bridges, confessa: «m’uccide l’essere l’eunuco del tempo e non generare mai»; però anche annuncia: «tra poco avrò dei sonetti da mandarti, cinque o forse più». Non immagina che proprio da essi (i cosiddetti Sonetti terribili, mai spediti e ritrovati fra le sue carte) – così intimi e così intimamente sofferti, dettati come sono dall’angoscia – e dal resto della sua opera sarebbe venuto il suo riscatto.
La sera di capodanno del 1889, a quarantaquattro anni, traccia un bilancio fallimentare del proprio vivere e operare: sente forse di avere poco tempo e, pensando di perderne troppo in «cose di scarsa o nessuna utilità», si vergogna di quanto poco abbia prodotto. Scrive di disgusto e disperazione, d’iniziative abortite per impotenza e debolezza. Gli ultimi due sonetti li scrive di lì a poco, subito prima della morte per tifo, l’otto giugno di quell’anno, e alla fine di uno di essi ripete:
io non costruisco; no, solo mi sforzo, eunuco del tempo,
e opera non produco che veda giorno. Tu, mio,
o signore di vita, manda pioggia alle mie aride radici (12).
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11 G. M. Hopkins, I sonetti terribili, a cura di Francesco Dalessandro, Il Labirinto, Roma 2003
12 G. M. Hopkins, in op. cit.
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Eppure, nonostante questa sfiducia nelle proprie forze e capacità, in Hopkins non erano certo le radici della poesia ad essere aride. La nota di eroica resistenza e di stoica accettazione, che è più forte d’ogni più forte tono di autocommiserazione, che si sente in questi terribili, disperati ma bellissimi, ultimi sonetti depone certo a favore della poesia, ma, nello stesso tempo, è una sincera, sentita, vibrante invocazione a Dio affinché, fra delusioni e mortificazioni, non gli venga mai meno la fede.
XX
E capita a volte che poesia e preghiera possano tendere ad un unico fine, conciliate in un unico mezzo. Attingendo al più alto ideale umano di grazia e bellezza, diventino la forma stessa del riscatto. Come nella più bella preghiera che poeta abbia mai scritto – che è anche la più alta poesia d’amore – perché non è rivolta ad una divinità, ma a un’ideale umano: alla donna che non ha temuto di macchiarsi scendendo umilmente a calpestare “la belletta infernale” pur di riscattare e liberare l’anima di chi l’ha amata.
O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose, quant’i’ ho vedute,
dal tuo podere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi,
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi,
sì che l’anima mia, che fatt’hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi (13).
No, la poesia non è solo il trofeo linguistico di una disfatta spirituale, ma è prima di tutto il mezzo che, attraverso la gloria della forma, eleva e consola.
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13 G. M. Hopkins, in op. cit.

