Archivi tag: Adriano Engelbrecht

La parola ai poeti. Adriano Engelbrecht

Grato a Fabrizio Centofanti per l’invito e la sollecitazione rivoltami, provo una possibile riflessione sull’agire poetico afferente al mio percorso artistico.
Sappiamo: non esiste una risposta univoca alla domanda “cosa è la poesia”.

La “voce” che aggiungo – del tutto personale – è solo un breve contrappunto alla complessa polifonia dell’interrogazione contemporanea. La poesia è moto, scaturigine, è irruzione al mondo. È l’emergere da l’oscuro e, al contempo, il suo stesso dissiparsi. Perpetuo, ciclico. La poesia è respiro che si avvia al canto; parola vivente, parola corpo, parola che si dice, parola che si ascolta. Come la voce, si origina da un profondo di cavità ventre, umidore, fiato, sterno, battito, gola, varco. Dietro, all’indietro: misteriosa architettura di equilibri fonetici, il più delle volte enigmatici. In questa accezione è per me un atto fisico, in moto, vibrante e dunque ri-sonante. Il suo manifestarsi, rendersi udibile, o il suo scriversi, de-porsi, è sosta: un fermo temporaneo che si attua, si cristallizza, per poi riprendere la sua erranza, il suo cammino, nel suo mistero.
Non ho mai relegato la parola poetica al solo atto intimistico della lettura: per quanto fondamentale sia questo passaggio, ritengo di necessaria importanza l’ascolto dei versi, il loro sentirli e, di conseguenza, dirli, cantarli.
“Im spätrot schlafen die Namen” (Paul Celan).
Mi piace pensare che nel “rosso tardo” celaniano dormono i Nomi, in attesa della loro nominazione: una chiamata, forse un “far cantare l’appartato circostante”. Non tanto un invisibile, quanto piuttosto ciò che semplicemente non si rende sempre manifestamente visibile ai nostri occhi. O udibile. Nel frastuono dell’odierno, nell’abitudinarietà di un inquinamento acustico che ci sovrasta, bisogna acuminare l’orecchio e percepire ciò che molto spesso è sommerso, nascosto o distrattamente sfuggito. L’inascoltato. Prestare attenzione. E, ancora una volta, è il magistero di Celan che viene in soccorso quando afferma che la poesia è “un meridiano: una linea ad un tempo verissima e inesistente che indica una direzione attraverso molti territori. Su questa linea a ciascuno è data la possibilità di tracciare il proprio cammino verso quel sapere e quel sentire che appaiono sempre più lontani da chi è assediato dalla civiltà del rumore e del fatuo, e in essa si perde”.

RispondiInoltra