“La natura è l’opposto dell’arte. Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo… La natura è il mezzo, non il fine. Se è necessario raggiungere qualcosa cambiando la natura, bisogna farlo… L’arte è il sangue del cuore umano”.
Sono parole di Edvard Munch, autore de L’urlo, o il grido, tempera su cartone, cm. 83,5 x 66, dipinto nel 1893, che fa parte di quelle opere che l’artista raccolse idealmente in una serie intitolata Fregio della vita, inerente ai temi della vita, dell’amore, delle passioni, della morte, destinati ad assurgere a emblemi del suo immaginario. Continua a leggere
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Che figura! L’enfasi
Partendo dalle arti figurative, gli esempi più interessanti di enfasi li ritrovo in Munch e Picasso. In questo caso, a mio parere, meglio il norvegese pazzo rispetto al genio iberico. Certo, in Guernica, in quel coacervo di figure straziate, la madre col bambino, i volti terrorizzati, le persone che cercano di sfuggire dalle fiamme, l’enfasi galoppa sovrana. Ma vuoi mettere con L’Urlo? E’ un manifesto dell’enfasi, quella figura stravolta nel terrore che si propaga come onde psichiche a tutto il paesaggio, quel condensare in un’unica immagine la deformazione della realtà prodotta dal senso di angoscia e insieme la pressione insostenibile che il mondo esterno esercita sull’individuo, come a deformarlo in una maschera grottesca.
Del resto tutto il successivo movimento espressionistico, di cui l’Urlo è geniale precursore, trova nell’enfasi espressiva la sintesi della dilatazione della presenza del soggetto, quell’urgenza di ripristinare una lacerata centralità dell’individuo mortificata dallo sviluppo dell’industrializzazione e dell’abnorme crescita della città, come ricorda Achille Bonito Oliva in un saggio dedicato all’enfasi. Altro esempio illuminante è Lo sbadiglio, di Max Beckmann, del 1918.
E l’enfasi in letteratura?
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