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La parola ai poeti. Francesco Terracciano

I.
Per quanto sia cosa difficile, e rappresenti anche un pericoloso tranello, potremmo dire che la poesia è il tentativo di dire l’indicibile attraverso l’elaborazione del linguaggio che usiamo, ogni giorno, per dire altre cose.
Dal mio punto di vista, dopo tanti anni, questa sembra ancora l’approssimazione meno ingenua a qualcosa che, per sua natura, è (fortunatamente) indefinibile.
Ungaretti sosteneva: direi, con modestia, che la poesia è una combinazione di vocali e consonanti, una combinazione, però, nella quale è entrata una luce. È dal grado di questa luce che si riconosce la verità della poesia: quando la poesia è poesia, raggiunge lirraggiungibile, mette a contatto le parvenze con la sola realtà, che è la realtà eterna”. (1)

II.
“La realtà eterna”. I necessari inciampi, il passo spedito e la corsa lungo la strada bella. Ho ripreso il passaggio di Ungaretti non per cercare una comoda sponda, ma per i concetti di “luce”, “irraggiungibile” e “verità della poesia” che mi sembrano ancora importanti.
Quelle definizioni però, per quanto care, sono legate a un mondo ancora classico -nonostante la complessità degli eventi che l’hanno attraversato- quale poteva essere il Novecento dal suo inizio alla fine; nella società contemporanea, invece, l’individuo vede ridimensionata -se non annullata- la sua partecipazione alla vita collettiva, al punto che l’interiorità sembra essere l’unico luogo confortevole da abitare, anche se implica i corollari dell’isolamento e del cinismo: nulla sembra più adatto dell’interiorità moltiplicata ed esibita, tradita a ogni pensiero, malintesa nell’agire, e i social media ne rappresentano un pericoloso canale di divulgazione anche in poesia.
Oggi assistiamo all’esposizione del soggetto senza più la significazione della soggettività, alla moltiplicazione della poesia dell’io senza che quest’ultimo (e quest’ultima) sussista.
Manca, in altre parole, la possibilità per la parola di essere dimora, di scegliere il suo significato, di aderire al proprio tempo; manca la capacità, per la poesia, di essere sovversiva.
A quel tentativo di definizione che facevo all’inizio, va quindi aggiunto uno spazio del possibile, un luogo dove assumere il conflitto e le scelte che il nostro tempo ci pone davanti. Assunzione di conflitto -o di responsabilità, se si preferisce- sono anche la resistenza e l’opposizione, l’elaborazione, il tentativo di sottrarsi ai meccanismi che immiseriscono l’uomo e lo riducono a una copia, a una griglia standardizzata e obbligante.
Si tratta di atteggiamenti che potrebbero rappresentare una via di uscita dal pensiero dominante e dalla sua prassi, così come da una poesia che ha perduto significato e capacità di evocare. Continua a leggere