
Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Mi passano davanti le immagini di persone che credono in noi, che ci hanno messo la faccia, e in qualche modo la vita. Se c’è un Dio, ce la farà pagare. Ogni tanto leggo il vangelo: mi spaventa quella cosa che chiamano Geenna, dove sarà pianto e stridore di denti. Vedo gente disperarsi, mentre noi ridiamo per come siamo capaci di infinocchiare il mondo. Penso che Dio, se c’è, ci punirà per questo: per non esserci commossi di fronte al debole che crolla, fra le nostre risate. Eppure Dio me lo immagino con la faccia di Rutger Hauer. Ecco, Dio è un santo bevitore, che ha bisogno di stordirsi per reggere ogni giorno il male del mondo. Vive sugli argini spogli del lungofiume, col vestito logoro e la camicia gualcita. Beve, mentre noi ridiamo. Non credo più in niente, da quando ho visto Dio dormire su una panchina, con la bottiglia che gli pendeva da una mano. Da quando sono entrato in politica, ho capito che lui dorme ogni notte sui giornali, con gli occhi azzurri pieni di lacrime, nell’eterna umidità del lungofiume.
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