di Maria Teresa Carbone
«I continui riferimenti alla tradizione orale, quando si parla di autori africani, mi infastidiscono. Sono frutto di una visione romanticizzata della nostra letteratura». La scrittrice, che ha ricevuto ieri il premio Nonino, riepiloga i suoi libri, l’ultimo dei quali, Metà di un sole giallo (Einaudi), è ambientato nella guerra del Biafra
Che la letteratura africana stia uscendo dal ghetto in cui è stata a lungo rinchiusa, è indubbio: in Inghilterra, in America, in Francia, e ora anche da noi, autori nigeriani, somali, congolesi si fanno largo nel catalogo delle maggiori case editrici, abbandonando il recinto protetto delle sigle indipendenti che avevano scommesso su di loro, vuoi perché erano più accessibili economicamente, vuoi perché i piccoli editori hanno antenne vibratili. Meno evidenti sono le ragioni di un fenomeno che colpisce per la sua rapidità. Solo una moda, sostengono alcuni, riluttanti ad accettare che il canone letterario possa essere messo in discussione. E non si accorgono che in mezzo secolo, da quando – se si vuole prendere una data di inizio – uscì Things Fall Apart (Il crollo) di Chinua Achebe, lo scaffale africano si è arricchito enormemente, e una nuova generazione di giovani autori avvertiti e preparati, è pronta a scardinare i vari cliché legati a una «africanità» di maniera.
Di questa generazione la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sembra il perfetto prototipo: poco più che trentenne, ottimi studi fra il suo paese e gli Stati Uniti, con due romanzi (lo splendido L’ibisco viola, Fusi orari, e il più elaborato e sapiente Metà di un sole giallo, Einaudi, ambientato al tempo della guerra del Biafra) ha saputo conquistarsi un vasto pubblico internazionale e ha rastrellato parecchi premi, l’ultimo dei quali, il Nonino, le è stato assegnato ieri a Percoto di Udine. Ed è appunto alla vigilia della premiazione che l’abbiamo incontrata. Continua a leggere
