
di Fabrizio Centofanti
Grazie per questa bellissima sorpresa, Raffaele, per questi versi sospesi tra preghiera e abbraccio, che poi, alla fine, è qualcosa di assai simile. La preghiera e l’abbraccio, infatti, tendono entrambi a vincere la solitudine, che rischia di pietrificarci, come la Medusa. Ho scritto l’introduzione a un libro di Lorca, ultimamente, e alcuni tuoi versi me l’hanno ricordato. Le cicale, la morte, l’anima, le chitarre dell’Andalusia, sono segnali messi lì a ricordare che la poesia nasce sempre da un’altra poesia, seppure inconsciamente. Lo sguardo del poeta è lo sguardo del bambino, di chi vede il mondo per la prima volta, anche a vent’anni. Il poeta è profeta: vede in anticipo i passi che farà, che faremo, non aspetta che il tempo scorra per dargli la forma che gli spetta. Così le dodici e otto diventano le quattro del pomeriggio del Vangelo, l’ora per cui vale la pena vivere e morire. Il tempo, la notte, sono elementi di una realtà vivente, niente a che vedere con le idee. Tutto è relazione, e quando questa si allenta, restano solo fantasmi e gelide paure. Il giovane Raffaele cerca un posto nel mondo, ma non per occuparlo, bensì per trovarvi la frequenza dell’umano, per riconoscervi la propria identità. L’idea ha senso se diventerà cantilena, musica, se trasforma e si trasforma in poesia.
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Vorrei
Vorrei avere innumerevoli notti
per coprire la mia vita
come una coltre.
sono un minimo doloroso
sono una ferita
tenetemi caldo
avvolto
in un tempo lunghissimo.
Mag ’61
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Raffaele Santoro, Poesie giovanili, prefazione di Paolo Borghi, postfazione di Carlo de Bac, Pazzini Editore 2022