
Ho dita tese come angeli
capita che volino
lise inclinate scure
ma oltre
vedi le cose chiuse
in loro sacchetti
vedi le dita andate
le rotte che scambiano
i preservativi
e gli angeli ridere
come tra gatti.
***
fintanto che cerchi una storia
che è neve
ti assalgono per i fianchi ricordi
che sei montagna e incapace
a contenere valanghe.
nessuna storia vale così
si scioglie prima
basta il sole di marzo
o martedì.
***
La mano è un guanto
tutti questi nervi l’amano
e ad avvolgerli c’è lei
unguento, soffice gentile ala
ed anche cuore come
pelle e muscolo e laccio
ecco la prova: insieme rimbalzano
la mano l’ama piano
e piano penetra lama, dentro
il fragile astuccio la polpa scura
a sua volta s’unge di quel
dolore elettrico mite e come
il ciclone, ha un punto fisso
sulle costole.
***
S’alza in volo un uccello notturno
e, sul leggìo degli eventi
e, sullo schermo apparente del leggìo degli eventi
non la notte
non l’uccello della notte
non l’involo.
Ma lo ricordo chiaro sull’improvvisa
alzata, tortora e bagliore
un salire sospeso che mai grava
di frullare e fremere e fare come vuole
quello.
La macchia.
La strada.
Passato il ponte il monte e mariapia
davanti a cà persiane poca siepe
ma dal bosco un toccarsi fronde
e il mondo saliscende
e la macchina vede :
la vicina apertura delle ali
l’insistente protrarsi
la nuvolaglia polvere che
scontorna, quell’accidente sparato
dalla notte matura
delle due
l’una :
accade che non mi significa
o tutto, anche quell’indaco,
è mio.
***
Tu sei la pianta nutrita
ad ali di farfalla quella
a bere dai pianti del sole
o vola a cielo larghissimo
arrivo prono a spina amore.
Sei la voluta, per la valle
discesa, picciol di mago
impercettibile e pulito:
un movimento indovinato
nell’aria dell’erba.
Che ti si addossa aprile,
per quanto serva, e divenire
è l’isola magnifica che serra.
Che ripropone alternate
nell’andirivieni sublimato
di spirale del domani-adesso
foglie alate.
***
Uno sente il cuore si spezza
ma resta intero
la vita spina sangue a ruscello
a mare
vanno via luci di stelle
in noi rimane
gambe e braccia spezzate
per davvero
ma un cuore spezzato, quello,
l’ hai inventato.
***
Le voci belle che mi ritornano
imbastite a parole
dal traffico chiuso. Novembre.
Ho fatto cantilene
struscianti
sulle sillabe.
Quelle stesse (sartine)
aprivano l’Agosto
e decoravano il cielo
e decoravano il cielo.
***
Non torna il silenzio
dove spaventavano
bianche linee e azzurro.
Deserto minimo s’insinua
come a ricordare, desueto
l’immagine di mondi.
E non c’è più niente
è livido dimenticare
ma grassa luna accesa.
E non è più giusto
non sei mai arrivato
non esiste nulla.

ecco che il corpo si fa contenitore astuccio lama e la natura (anche umana) assume nomi dal corpo di ciò che è composto: grassa luna, i fianchi ricordi. una stesura di atti ossei, dermici, venosi e ciascun atto ha un rumore dettagliato che si racchiude – leggendo ad alta voce, come sempre si dovrebbe fare -, in complessita foniche che ben si traducono immediatamente in immagini.
per me non è stata una poesia facile da leggere, quella di Silvia ma nello stesso tempo mi ha affascinata proprio per questa difficoltà che man mano andavo a incontrare.
non è facile perchè la poesia di Silvia ha paura di rivelasi e questo può esserle anche un limite oltre che un fascino e questo per la notevole capacità espressiva che possiede e che imprigiona quasi per pudore e che potrebbe invece assumere un dinamismo vertiginoso se un poco liberata da certe formalità stilistiche
un poco desuete
come ad esempio:
Tu sei la pianta nutrita
ad ali di farfalla quella
a bere dai pianti del sole
o vola a cielo larghissimo
arrivo prono a spina amore.
forma poco espressiva ed una forma a mia opinabile considerazione, un pochino leziosa e che nulla ha a che vedere ad esempio, con questa
La mano è un guanto
tutti questi nervi l’amano
e ad avvolgerli c’è lei
unguento, soffice gentile ala
ed anche cuore come
pelle e muscolo e laccio
ecco la prova: insieme rimbalzano
la mano l’ama piano
e piano penetra lama, dentro
il fragile astuccio la polpa scura
a sua volta s’unge di quel
dolore elettrico mite e come
il ciclone, ha un punto fisso
sulle costole.
che mi permetto di indicare la quanta bellezza, forza, scioltezza ed eleganza senza cerimonie posseggano questi versi, la cui “nudità” appartiene tutta al sentire più profondo della poetica della Molesini.
insomma, quella mano è la poetessa che si penetra.
mi viene l’idea che la Silvia Molesini sia una raffinata e instancabile ricercatrice della forma intorno alle parole – parole che sono scelte sicuramente con raffinatezza -, ma dove di tanto in tanto, in questa ricerca, prevale un confessional dolcemente violento, che tiene presente anche la parte maschile di sè*, complesso e molto in relazione con il corpo che a me pice tanto. davvero.
sulla parte maschile e femminile di sè (con la quale concordo pienamente) riporto (spero non si arrabbi) il bel commento che Alidivento di Mor’ombra ha lasciato a Iole Toini su Oboesommerso
“La donna certo, mondo sommerso, infinitamente profondo, ha ancora molto da dire. Tuttavia io penso che la maggiore ricchezza di sfondo, di gamma, di senso sia di una poesia che transita liberamente dal mascolino al femminino che è in ognuno di noi.”
(Alivento)
sarei lieta se Silvia avesse il tempo di lasciare un suo parere.
grazie
un saluto
paola
Lusingata della pubblicazione. Piccole correzioni: tra “quello” e “la macchia” non c’è interruzione, la poesia è una sola, “S’alza in volo un uccello notturno”.
E nemmeno tra “Novembre” e “Ho fatto cantilene” c’è interruzione, è un solo brano, “Le voci belle che mi ritornano imbastite a parole”. Un saluto.
Ah! Ho visto solo ora il commento di Paola, credevo non ce ne fossero. Mi darò da fare a rispondere…
allora. un mucchio di refusi ma in particolare due più importanti:
b)Alivento e non Alidivento e il suo blog è Mar’ombra
(chiedo scusa)
paola
Paola, mi citi, ingiustamente (non lo merito) ma in una poesia che merita davvero e ben altre citazioni.
Grazie comunque.
Complimenti a Silvia.
Ecco, si, Paola, hai messo in evidenza, e me ne complimento, due momenti molto distanti del mio fare poesia. Quello della parola più nuda (anche se “la mano è un guanto” è comunque già più elaborato rispetto ad altre cose dei miei inizi) ed il penultimo della ricerca formale più impostata. Non so bene dove collocare il mio maschile, che c’è eccome, perché nel lavorare sulla forma faccio mie matematiche e razionalità che a quel mondo sembrano appartenere. Quindi, parrebbe, ne emerge una sorta di lezioso maschile, una specie di bellezza sbagliata, forse (mi viene in mente la rigidità di certi assunti freudiani che, seppur nella loro vasta ed illuminata visione, si attorcigliano su sé stessi pur di continuare a provare “scientificamente” quello da cui si era partiti).
Ma io non scelgo. Mi muovo in questa cosa che continuamente mi lacera (la visione e la spiegazione della visione) sempre divisa e solo talvolta riunita. E sono cose anche molto diverse quelle che ne emergono, al punto che spesso non si riesce proprio ad individuare uno stile in quanto scrivo.
la visione e la spiegazione della visione…. questo è interessante.
*
per lezioso intendevo solo la struttura di certi versi ma mi rendo conto che non è l’aggettivo esatto… e poi non intendevo che tu scegli come scrivere: semmai è la poesia che sceglie quel particolare momento di te per averti.
mi è ben evidente la tua lacerazione, la tua dualità ma c’è una di queste due parti che, per quello che ho “ascoltato”, ti a p p a r t i e n e più intimamente – ehm, non vorrei qui sembrare una psicoterapeuta folle, così non divago in interpretazioni stravaganti.
ammiro la tua cura per le parole e la tua ricerca personale stilistica in continuum, che condivido per esperienza analoga.
e c’è anche che non mi so spiegare, Silvia, ecco che c’è.
grazie della gentilezza e della risposta.
a rileggersi.
paola
ps: @Alivento
hai scritto belle parole che per me nel commento a queste poesie ci stavano tutte.
non ti ho nemmeno chiesto il permesso, lo so che non si fa e di solito non lo faccio. ehm.
ciao
No, no. Ti sei spiegata benissimo. E condivido l’attributo lezioso. Sapessi quante volte l’ho condannato e attribuito ad altri, eppure…si arriva ad assumerlo, è l’attrazione prepotente al manierismo, il riversarsi nella forma (e nella forma mentis) di una sorta di ricerca di purezza “filologica”. Leggere mi ha fatto male…
Hai fatto osservazioni preziose. E grazie anche ad Antonella per l’apprezzamento.
male? ahahahah… ma dai!
è che sono io che non amo la “maniera”
per certe mie convinzioni tipo che lo sguardo sul e nel mondo e l’ascolto non possano prendere altra forma che quella più istintiva possibile e più incontenibile per il corpo… idee.. così e allora ci vado giù come un treno e nemmeno questo mio è un atteggiamento corretto e moderato, me ne rendo conto.
dovrei avvicinarmi a spron meno battente.
si. manierismo, mi sa che è più corretto.
paola
Non c’è di che scusarti, Paola.
Scrivo spesso belle parole, poi, quando sono uscite fuori, a me non sembrano più tali, per fortuna continuano a produrre buoni effetti.
In effetti, se non mi avessi chiamata in causa non sarei intervenuta.
La maniera è accezione negativa della forma, forma spinta fino ad essere di artificiale, cioè a dare la percezione che dietro le parole c’è lavoro, lavorio di lima, costruzione.
Personalmente sono in un limbo, ancora legata all’idea di pescare nel profondo parole che si costruiscono, sin dal loro sorgere, misteriosamente nella forma migliore (che poi secondo me è l’atto creativo perfetto e completo e più vero, vero perchè appunto non ha niente di costruito, limato, artefatto) e tutto quello che dicono gli altri: il lavoro, lo studio, il confronto.
Non posso negare che questa strada sia attraente, convincente, affascinante, non foss’altro per gli ampi scenari che apre sul presente, sul passato, sugli altri, eppure ritengo che nulla toglie alla verità della mia prima idea, anzi altro vi aggiunge.
Saluti a tutti, a Paola, in particolare.
bene! queste femminucce stanno facendo sfraceli!
ed io le saluto tutte, in primis la brava silvia.
silvia ….non scordarti di me!
Red
Roberto, a disposizione. Grazie per la lettura.
E, visto che ci sono, toglierei al manierismo l’accezione negativa. Non per nobilitarlo, s’intende, ma per guardarlo per quello che è. Io credo che tutto il postmoderno sia una sorta di manierismo, ad esempio, ed il postmoderno è comunque da assumere, nella sua qualità esistentiva. Sono caratteristiche dei movimenti di transizione, quelle imitative, alle quali forzatamente soggiaciamo (basta pensare alla trasformazione montaliana). Ma questo, e sono d’accordo con Paola, non può sostituire la spinta originaria, e comunque non può sostituire nulla. Può diventare una cosa mostruosamente bella, tipo un Cellini.
Cellini.
anche se spesso non corrispondente a realtà, bella, affascinante, mistica, è la sua autobiografia “La Vita”, che comunque rende benissimo l’idea della vita violenta del geniale artista.
un saluto
paola