IL dolore è un’illusione

I 3 Es del dolore: 1) L’inattività è spesso il risultato della discordia tra i sentimenti, la razionalità e la natura. 2) Lasciate i dubbi e le insicurezze alle vostre spalle e trovate la strada verso l’unico cerchio. 3) Dovete trovare la pace in voi stessi fermando le onde.

Nell’immediato dopoguerra, quando le case editrici europee e statunitensi decisero di pubblicare o ripubblicare le prime traduzioni di “Siddharta” di Hermann Hesse, non potevano immaginare l’enorme impatto che il romanzo avrebbe avuto sulla cultura occidentale. La storia apparentemente semplice del libro – un giovane e bene educato bramino, Siddharta, che sfida la tradizione paterna per vagabondare in India alla ricerca dell’Illuminazione – piacque allo stesso tempo ai vagabondi inquieti, ai giovani alienati, ai figli dei borghesi come agli anarchici.

Tra i suoi molti temi vi sono l’emarginazione dalla società, il rifiuto dell’autorità, la comunione con la natura, l’insofferenza verso la scuola e l’idea di un Dio immanente. Uscito negli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, “Siddharta” esprimeva un’inquietudine perenne e fornì una nuova scala di valori a una generazione disillusa dal conservatorismo dei genitori. Per ammissione dello stesso autore, “Siddharta” è una storia sull’individualità e l’auto-espressione, un racconto essenzialmente occidentale, ma celato sotto vesti indiane e punteggiato di robusto anticonformismo, grazie al quale è riuscito ad attraversare le culture e le generazioni. Nonostante l’interesse eclettico di Hermann Hesse per le religioni mondiali, nessuna disciplina spirituale ha permeato la sua vita più del buddismo. Molti dei suoi romanzi si basano sul principio fondamentale della compassione, mentre i suoi personaggi sono caratterizzati da un’espansione della coscienza di sé e un’evoluzione del carattere tali da trascendere il contenuto intellettuale della filosofia buddista. L’autore fu colpito dalla vita del Buddha: “simile a un lavoro compiuto o un’azione portata a termine. Una formazione, un’auto-formazione spirituale del tipo più elevato”. È questa disciplina che vediamo riflessa negli scritti di Hesse e nel suo personale conflitto psicologico. La sua opera più influente, appunto “Siddharta”, è anche, si potrebbe dire, la più ottimista. Il romanzo offriva ai lettori la speranza di una liberazione in questa vita, speranza assente nei movimenti giovanili sia americani che europei emersi dopo le due guerre mondiali. Non avrebbe potuto esserci un messaggio più incoraggiante per coloro che cercavano la “via interiore”. Come risultato, l’America vide l’esplosione di un fenomeno Hesse che non aveva precedenti per uno scrittore europeo. Ma nonostante il successo in America, apparentemente predestinato, tutto era sembrato congiurare contro il romanzo, rendendone difficile il completamento già nel 1920. Fu solo grazie a una serie di esperienze formative dalle quali l’autore uscì trasformato, che “Siddharta” vide la luce. In realtà, il romanzo aveva una sua storia già prima di arrivare in America. Il processo di auto-realizzazione dell’autore era stato indissolubilmente legato alla sua stesura. In una piovosa mattina del 1918, in Germania, un anno e mezzo prima di cominciare a lavorare sulla sua leggenda indiana, Hermann Hesse ricorda nei suoi diari che faticava ad alzarsi. Per un po’ giacque immobile in uno stato di semi-incoscienza, non ancora sufficientemente desto per fissare l’orologio. Gradualmente tornò in sé, fino a diventare consapevole dell’ambiente circostante. Quando si voltò a guardare la stanza, la testa era un po’ indolenzita. Notò il modo in cui la luce cadeva sui suoi vestiti appoggiati a una sedia e il gioco delle forme parzialmente celate dalla foschia, oltre la finestra. Voleva tornare a dormire, ma quando udì il suono leggero della pioggia sul tetto, si sentì pieno di tristezza e dolore. Dal sonno era emerso, simile a un’ombra, il ricordo di un lungo sogno. In seguito, Hesse avrebbe raccontato quel sogno: aveva udito due voci che gli parlavano di un grande dolore, ma era stata la seconda voce, più profonda e sonora, che aveva comandato: “Ascoltami! Ascoltami e ricorda: il dolore non è nulla, è illusione. Solo tu lo crei, solo tu provochi il tuo dolore!”. Dopo aver riflettuto sul significato del sogno, Hesse descrisse la seconda voce come: “in sé stessa oscura e causa di dolore”. Che Hesse si soffermasse tanto a lungo su un sogno non deve meravigliare: già nel 1916, dopo la seconda di molte crisi nervose, aveva cominciato un trattamento psicoanalitico con un terapista discepolo di Carl G. Jung (più tardi avrebbe tratto giovamento da un rapporto stretto con lo stesso insigne psicologo). Hesse conosceva bene l’idea di Jung secondo la quale l’inconscio poteva accedere e stati di consapevolezza comuni a tutta l’umanità. Sapeva che questa voce era una risposta all’interrogativo fondamentale dell’esistenza che lo inseguiva dall’infanzia. Fino a quel momento tutta la vita di Hesse era stata una serie di ribellioni, dall’abbandono della scuola all’età di tredici anni alla rottura con la tradizione protestante dei genitori (che volevano fare di lui un missionario), fino alla sua forte opposizione al conflitto globale della prima guerra mondiale. Suo nonno, conoscitore di nove lingue indiane e molto noto in tutta Europa come un’autorità sul subcontinente, incoraggiò l’interesse del giovane Hesse per i classici della spiritualità; questi ultimi gli fecero comprendere che: “oriente e occidente non erano solo unità distinte, ma che vi era un punto di contatto, un elemento in comune sopra e al di là di ciò: l’umanità”. Fu l’amore di suo nonno per l’India che convinse Hesse, un decennio dopo la morte del suo mentore, a recarsi laggiù, nel 1911, in un tentativo di riconciliare la tradizione missionaria della famiglia con il suo spirito ribelle. Il contatto con la cultura indiana (in particolare con il buddismo), avrebbe influenzato molte delle sue opere successive, ma l’esperienza del viaggio in oriente non appagò la sua sete spirituale. Nel 1919, Hesse, alla ricerca di sollievo, scappò a Montagnola, un piccolo villaggio delle prealpi svizzere meridionali, nel Canton Ticino, dove avrebbe vissuto per il resto della vita. Sebbene i colleghi lo prendessero in giro dicendo che si era fatto monaco, Hesse sentiva di aver finalmente raggiunto quello che aveva desiderato negli anni precedenti, quando, al culmine della sua insoddisfazione come marito e padre, aveva proclamato: “Darei la mia mano sinistra per poter essere di nuovo un povero scapolo felice e possedere niente altro che venti libri, un nuovo paio di stivali e una scatola piena di poesie segrete”. Ma la nuova indipendenza ebbe un prezzo maggiore di un semplice sacrificio fisico: costretto ad affidare la moglie a una casa di ricovero, dopo il rapido aggravarsi della schizofrenia di lei, non fu in grado di provvedere ai tre figli e dovette affidarli controvoglia alle cure di amici. Dalle lettere di quell’anno è chiaro che entrambe le decisioni gli costarono molto. Tuttavia, nonostante lo stress emotivo, Hesse emerse dal suo periodo di crisi – nel frattempo, era finita la prima guerra mondiale – ed entrò in una delle fasi più creative e produttive della sua vita. Questo significativo mutamento di prospettiva fu evidente soprattutto nel dicembre 1919, quando Hesse cominciò a scrivere “Siddharta”. All’inizio, la stesura del libro procedeva senza problemi, tanto che la prima parte era completata nel marzo del 1920. Poi, più nulla. Scoraggiato, a metà del 1920 scrisse a un amico: “Da mesi il mio poema indiano, il mio falcone, il mio girasole, l’eroe di Siddharta, giace inutilizzato”. Incapace di continuare il romanzo, confessò ad un altro amico che: “La mia grande opera indiana non è ancora pronta e potrebbe non esserlo mai. Per ora la sto mettendo da parte, perché dovrei descrivere uno sviluppo che io stesso non ho ancora sperimentato a fondo”. Questa affermazione rivela la serietà dell’impegno esistenziale di Hesse. I capitoli iniziali della prima parte riguardano l’inquietudine, la ricerca di Siddharta, a partire dal rifiuto di seguire la tradizione bramanica del padre fino ad arrivare alla via contemplativa del Buddha, passando per la via dell’asceta itinerante e mendicante. Questi capitoli, secondo Hesse, erano venuti magnificamente, sostenuti dalla sofferenza dell’autore. Ma perché la parte seconda venisse bene, Hesse doveva affrontare il trionfo del protagonista, laddove Siddharta alla fine consegue l’illuminazione. Tuttavia, concepire una simile soluzione alla sofferenza del suo protagonista era impossibile finché l’autore fosse rimasto dissociato dal proprio essere interiore. Se non fosse stato per l’implacabile determinazione di Hesse a scoprire sé stesso, “Siddharta” sarebbe stato sicuramente abbandonato. Questo sembrò avvenire nel giugno 1921, quando la prima parte venne pubblicata in modo indipendente, senza un’adeguata conclusione. In quegli anni, lavorando intensamente con Jung, Hesse aveva cominciato ad affrontare la sua alienazione dalla società per completare la propria formazione, mentre, appunto, “Siddharta” veniva messo da parte. Insieme a Jung, Hesse ripercorse la sua infanzia, composta di molte antichità indiane sullo sfondo dell’iconografia cristiana. Si re-immerse nella letteratura sacra mondiale che aveva incontrato per la prima volta da bambino, nella biblioteca del nonno, e scoprì di apprezzare gli insegnamenti del Buddha. Naturalmente, la simpatia di Hesse per il buddismo non fu l’unica responsabile della sua catarsi finale; il pensiero buddista era solo una tra le tante religioni asiatiche che egli conosceva bene, secondo la moda di quel tempo. Ma l’influenza degli insegnamenti del Buddha su “Siddharta” è incontestabile. All’inizio del 1921, Hesse scrisse a un amico artista che il buddismo era stata: “la sua unica fonte di consolazione per anni”, e sebbene ammettesse che: “il mio atteggiamento è gradualmente cambiato e non sono più un buddista”, riconobbe i benefici della pratica buddista più tardi, nello stesso anno: “Il punto e il fine della meditazione non è la conoscenza nel senso intellettuale dell’occidente, ma un’alterazione della coscienza, una tecnica il cui risultato più elevato è la pura armonia, una cooperazione simultanea e paritaria di pensiero logico e intuitivo”. Quando acquistò più familiarità con la dottrina buddista, Hesse cominciò a comprendere le sottigliezze della pratica che lo aveva fatto uscire dalla depressione acuta. Per lui, le parole del Buddha erano: “una fonte e una miniera di ricchezza e profondità senza precedenti. Non appena cessiamo di considerare l’insegnamento del Buddha dal solo punto di vista intellettuale e accettiamo una certa affinità con l’antichissimo concetto orientale di unità, se permettiamo al Buddha di parlarci come una visione, un’immagine, come il risvegliato, il perfetto, troviamo in lui (in modo praticamente indipendente dal contenuto filosofico e dal nocciolo dogmatico del suo insegnamento) uno straordinario prototipo del genere umano. Chiunque legga attentamente pochi degli infiniti discorsi del Buddha, si accorge ben presto che in essi esistono un’armonia, una tranquillità di animo, una trascendenza sorridente, una saldezza assolutamente incrollabile, ma anche un’immutabile cortesia e una pazienza infinita”. Tornando a lavorare sul romanzo nel 1922, Hesse completò rapidamente gli otto capitoli che costituiscono la seconda parte. Nel maggio di quell’anno il libro era finito: il “Siddharta” di Hesse – un termine sanscrito che vuol dire: “colui che ha raggiunto la meta” – trova il suo riposo nella via di mezzo, proprio mentre Hesse stesso scopre la sua via di uscita dalla depressione. La comprensione del buddismo da parte dell’autore ha la sua migliore espressione verso la fine del romanzo, quando Siddharta medita tranquillamente sul movimento del fiume: “Egli era morto e un nuovo Siddharta era nato dal suo sonno. Anche lui sarebbe invecchiato e morto. Siddharta era transitorio, tutte le forme erano transitorie”. Finalmente, nell’ottobre 1922, il romanzo venne pubblicato nella sua interezza. Hesse non era del tutto soddisfatto del lavoro finito; dubitava di essere riuscito a: “riformulare per la nostra era un ideale indiano di vita meditativa”. Ma pochi mesi prima della pubblicazione, un professore indiano di Calcutta, che aveva letto tutto il libro, impressionò molto Hesse dicendogli che andava tradotto in tutte le lingue europee, perché in esso, per la prima volta, veniva offerto all’occidente l’oriente autentico. Incoraggiato, Hesse scrisse a un amico esprimendogli la speranza che il romanzo apparisse in inglese: “non tanto per il bene degli inglesi, quanto per quegli asiatici che ne sarebbero stati riscattati”. Già nel 1925 apparve la prima traduzione in giapponese, seguita, durante gli anni ’50, dalle edizioni in molte lingue orientali. E sebbene una traduzione cinese non sia apparsa fino al 1968, l’enorme interesse dell’Asia per questa parabola indiana attesta l’universalità della verità afferrata da Hesse. Soddisfatto per l’accoglienza del suo romanzo lirico, Hesse non tornò mai più all’India come espediente letterario, ma il suo apprezzamento per gli insegnamenti del Buddha non diminuì. Della letteratura sacra Hesse disse: “Le opere più antiche sono quelle che invecchiano meno”. Lo stesso potrebbe applicarsi al “Siddharta”, che oggi si mantiene fresco e significativo come negli anni ’20 in Germania e negli anni ’60 in America. Il romanzo ha attraversato un secolo di tumulti, diventando testimone dell’umana sofferenza. Un anno prima della morte, nel 1962, mentre “Siddharta” riscuoteva grande successo negli Stati Uniti, l’autore, divenuto Premio Nobel, raccontò di essere stato colpito da uno di quei semplici ed efficaci koan (illuminazione) zen come da una rivelazione: “Mi sopraffece come un respiro dall’universo; sperimentai l’estasi e, allo stesso tempo, il terrore, come in quei rari momenti di consapevolezza immediata dell’esperienza che chiamo risvegli”. In modo simile “Siddharta” agì come un koan che risvegliò milioni di persone, ispirandole, sfidandole e ricordando (come aveva fatto la voce del sogno) che: “il dolore non è nulla, è illusione”.

31 pensieri su “IL dolore è un’illusione

  1. sebastiano

    Quasi tutti i personaggi di Hesse sono travestimenti di se stesso. Se stesso viaggiatore nei libri con i panni del personaggio di turno. E’ facile quindi l’identificazione del lettore con la propria stessa angoscia e col desiderio del riscatto. Perché il lettore, leggendo il libro, non fa altro che aspettare la chiave per passare oltre. Ho sempre visto l’atto dello sfogliare la pagina come un andare oltre, un giungere a qualcosa. Con Hesse avviene spesso: “come andrà a finire?”. Anche se poi egli ci costringe a stare nella pagina, perché cerca mentre scrive, la scrittura sembra leggera ma non lo è.
    Sebastiano
    Sebastiano

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  2. Luca Ariano

    Grandissima analisi per un grandissimo libro e autore. Mi piace Gian Ruggero questo tuo modo di “criticare” (ma forse la parola è limitativa) a 360° mettendo in evidenza sfumature e percorsi che non sempre uno coglie subito o magari lascia in fieri..Complimenti!
    Un caro saluto

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  3. enricodelea

    io ricordo di averlo molto apprezzato – ma di aver, soprattutto, amato “Il lupo della steppa” – e, di un autore a lui coevo, “La passeggiata” di Robert Walser (nella splendida trad. di un germanista eccelso come Aloisio Rendi), meno noto di Hesse, ma non meno “radicale” di lui in ordine all’esistenza –

    splendida critica, GR, davvero rappresenti una temperie storica in modo eccelso e completo –

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  4. Giovanni Nuscis

    Grazie per il tuo ottimo intervento.
    Hesse non è stato un innovatore – come lo sono stati nel ‘900 Joyce, Musil, Mann, Kafka, Proust – eppure ha saputo entrare nel cuore di generazioni di lettori di tutto il mondo che nei suoi personaggi e nei suoi scritti si sono riconosciuti, e nei dubbi, nelle pene ed inquietudini che tutti accomunano. Nessuno meglio di lui ha saputo dire quanto sia unica e imprescindibile la nostra individualità – da ascoltare e assecondare nelle sue profonde e spesso imperscrutabili istanze – e il rapporto tra individuo e società; società intesa idealmente come insieme di individui consapevoli e in armonia con sé stessi. Un poeta che ha dunque saputo incidere testimoniando valori fondamentali, con questa e con le altre sue opere, ben più dei milioni di legislatori e uomini di potere.

    Giovanni

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  5. valter binaghi

    Molto interessante la ricostruzione della genesi interiore dell’opera, che a suo tempo (anni ’70), fu uno dei miei libri preferiti. A quell’epoca di Hesse ho letto praticamente tutto, e ha ragione chi dice che Hesse in fondo ha scritto piu volte lo stesso libro (Demian, Narciso e Boccadoro, Siddharta sono romanzi di integrazione più che di formazione, alla luce del principio di coincidentia oppositorum che è anche alla base della psicologia analitica junghiana). Il percorso di Hesse è essenzialmente psicologico, cioè non si preoccupa di cosa è reale, ma di come il soggetto procede verso stati di coscienza superiori, con tutti i limiti dell’approccio junghiana, che è di tipo gnostico. Oggi che il realismo cristiano mi ha liberato dalla gnosi, di tutti i libri di Hesse salvo “Il gioco delle perle di vetro”, che azzarda una diagnosi sul destino dell’Occidente, ai limiti della distopia.

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  6. elena f.

    “darei la mia mano sinistra (forse usava la destra e quella gli serviva a poco)per essere di nuovo uno scapolo felice e possedere nient’altro che venti libri un paio di stivali nuovi e una scatola di poesie segrete”

    scusa gian ruggero ma questo non mi pare altro che il rimpianto di un uomo che sull’orlo del passaggio alla seconda parte della vita vede la giovinezza come il luogo delle infinite possibilità di fronte alla dura realtà di un esistenza che invece chiede responsabilità -vedi moglie e figli-

    essere responsabili significa rispondere della propria vita e delle proprie scelte e questo spesso procura un dolore che è tutt’altro che inesistente, perchè chiede di rinunciare all’io in favore dell’altro.
    facile dire sono in crisi, ti lascio figlio mio a chi si può occupare di te io devo cercare il mio cammino interiore.

    fuori si fanno morti e feriti, ma dentro si giunge al terzo punto
    “dovete fare pace dentro di voi fermando le onde.

    mi pare facile dire che il dolore è nulla,è illusione quando, abbandonando le persone di cui ci siamo resi responsabili scegliendole o mettendole al mondo , ci rifugiamo sul cucuzzolo del monte in meditazione. a me sembra più uno scaricare il dolore sulle spalle altrui che la sua dichiarazione di nullità

    il vero cammino di liberazione interiore non passa per la via semplice della negazione della realtà al mondo(maia) ma è un’assunzione del dolore che esiste e lacera il tempo e la storia dell’uomo.

    l’uomo è l’unico essere che sa uscire dallo stato di natura dove il dolore è parte del ciclo della vita e dunque necessario,o forse indifferente, per interrogarsi sul suo senso
    e cercare strumenti per lenirlo.

    nessuna etica neppure laica e dunque nessuna liberazione dell’uomo si possono fondare su un discorso simile perchè se il dolore è nulla allora ogni azione anche la più nefanda diventa nulla.(questo lo diceva anche Jung nei suoi scritti dove si opponeva ad una certa idea secondo cui il male sarebbe assenza di essere.)

    saluto tutti

    elena f.

    p.s.
    mi piacerebbe avere la bibliografia dei contatti fra Jung e Hesse

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  7. Carla

    Ciao Gian,
    Hermann Hesse è lo scrittore che ha segnato la mia infanzia,
    ricorderò sempre il passo dove paragona lo scorrere dell’acqua allo scorrere del tempo, sempre diverso ma sempre uguale….

    p.s.:scommeto che quella in foto è acqua di lago.

    un abbraccio
    carla

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  8. vbinaghi

    Elena F.
    Esiste un libro che documenta la loro relazione terapeutica e non solo: “Il cerchio ermetico”, edito da Astrolabio, non ricordo l’autore.

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  9. gian ruggero manzoni

    @ Giancarlo, Sebastiano, Marco, Luca, Enrico, Giovanni, Valter, Carla vi so attenti e sempre in posizione ottimale per cogliere. Siete dei buoni compagni di viaggio e degli ottimi intellettuali, quindi inutile dilungarmi, troppo, coi ringraziamenti, già vi ringraziate da soli per quel che scrivete, a vostra volta, qui e altrove. Un abbraccio. Sempre gratificante scrivere per gente come voi.

    @ Elena e Antonella. Comprendo benissimo, in particolare l’analisi di Elena, ma Hesse, se avete letto, oltre a dover combattere contro il suo male di vita ha anche affrontato quello della moglie. Questo non vuole giustificare l’uomo, assolutamente, ma, per un lungo tempo, lo scrittore neppure è riuscito a provvedere a sé stesso, figuriamoci se era in grado di accudire tre figli. Quando riuscì a riprendersi e a realizzare un po’ di soldi, bisogna dire che subito si prodigò al fine di poter aiutare i suoi ragazzi, ma, forse, il ‘danno’ era già stato fatto (il ‘dolore’ aveva preso il sopravvento, fino, appunto, al giungere al ‘nulla’). Reputo che tutta la scrittura di Hesse sia stata segnata anche da questa sorta di allontanamento forzato dagli affetti. Condivido Valter quando dice che tutta la sua opera è un unico libro… e per molti grandi funziona così: lo sviscerare 4-5 temi e quindi il riproporli, ad libitum, tramite formulazioni differenti. Forse anche in questo il continuo rimando alla gioventù, stagione in cui quei 4-5 temi giungono, si intuiscono, si individuano (e mettetela come meglio vi è congeniale), il resto della vita si svolge nel ‘lavorarci su’per, infine, farli diventare altro e altro ancora.

    Cmq m’interessa che altri possano dire riguardo il commento di Elena.

    @ Carla. L’acqua della foto è quella di un lago, non poteva essere che così. Ci hai colto.

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  10. Luca Ariano

    Non voglio nemmeno io giudicare Hesse però, come giustamente fa notare Gian Ruggero, quando una persona ha dei problemi che non riesce nemmeno a badare a sè stesso figuariamoci se riesca a badare agli altri. Anime così tormentate sono un danno soprattutto per loro e di consugenza anche per gli altri. Finchè non riescono a trovare pace non c’è nulla da fare…di casi così se ne sentono nella vita di ogni giorno, poi qualcuno trasforma il suo male in arte ma sono uno su un milione.
    Un caro saluto

    Rispondi
  11. Luca Ariano

    Antonella guarda che mi sa che la pensiamo alla stessa maniera. Mi sa che diciamo la stessa cosa con parole diverse; io dicevo solo che lui è riuscito in qualche modo a trasformare il suo tormento in arte (e di questo bisogna dargliele atto) altri si perdono…lo perdono. Magari hanno dentro di loro dell’arte ma non riescono a cavarla. Come ho avuto occasione di dire anche in altri blog io fatico a disgiungere l’uomo dall’arte. Per me si è sempre un po’ quello che si scrive..ma qui il discorso sarebbe lunghissimo, non voglio andare fuori tema!
    Un caro saluto

    Rispondi
  12. gian ruggero manzoni

    @ Luca e Anto. Reputo che non siate sulla stessa lunghezza d’onda. Comprendo entrambi… difficile, per chi è ‘fuso’, come dice Luca, riuscire a reggere tre figli; si possono fare più danni che bene – d’altro lato Anto sostiene che anche se si è ‘fusi’ bisogna andare e fare ‘muri’, magari a scapito della componente artistica.

    Ora, non è affatto andare fuori tema dibattere riguardo a questo, visto quel che ha scritto Hesse… cioè anche pagine d’insegnamento.

    E’ più importante la vita (con le responsabilità che ne conseguono quando si ha famiglia), oppure il ‘sacro fuoco dell’arte’? Consideriamo che non solo Hesse è andato per la sua strada, ma anche molti altri e altre artisti/e…

    Seguire il proprio Ego, o sacrificarlo in funzione degli altri… in questo caso dei tuoi affetti?

    Quesito non da poco, in particolare nell’oggi, dove l’Ego deborda.

    Rispondi
  13. Luca Ariano

    Gian Ruggero, mi conosci da un po’ e penso tu sappia quale sia il mio pensiero. Per me gli affetti, i rapporti umani, i valori vengono prima di tutto. Prima si è uomini in un mondo di altri uomini e dopo, secondo il mio modesto parere, si è poeti, artisti, ecc…Se si riesce l’ideale sarebbe un compromesso tra proprio Ego (hai ragione Gian Ruggero, in questi tempi smisurato ai più…) e rapporti altrui ma mi rendo conto che non sia facile…forse impraticabile per taluni? Scusate se ho scritto cose che ho già detto in passato da altre parti ma il mio pensiero su questo argomento è immutato da sempre e scusate se la butto sul personale: preferisco avere un padre e una madre come quelli che ho che avere un Pavese per padre e una Silvia Plath per madre. Non so se mi sono spiegato? Due grandissimi travolti dalla vita!
    Un caro saluto

    Rispondi
  14. elena f.

    @cari tutti

    la mia analisi non era rivolta all’uomo hessese non secondariemente, ma a quello che nel post viene definito il messaggio della via interiore che sarebbe contenuto nel romanzo.
    è su quello che dissento, sulla nullificazione del dolore.
    il dolore c’è, esiste, è reale anche quando nasce dall’immaginazione.
    fobie, nevrosi, psicosi, schizofrenie non sono dolori immaginari. c’è un bellissimo libro di Borgna “come se finisse il mondo” ed feltrinelli che parla della sofferenza del “non sentire “degli schizofrenici, leggendolo si capisce quanto la psiche malata sia realmente e non immaginariamente luogo del dolore reale.
    il percorso della liberazione interiore non può partire da questo che ritengo un falso presupposto: il dolore non esiste. perchè male e dolore sono fratelli e se non possiamo negare che esista il male allora non possiamo negare realtà neppure al dolore.

    credo che uno dei modi per liberarsi dal proprio dolore sia occuparsi degli altri. solo se apriamo gli occhi sulle necessità altrui riusciamo a ridimensionare i nostri problemi.

    saluto tutti
    elena f.

    Rispondi
  15. Luca Ariano

    “[…]solo se apriamo gli occhi sulle necessità altrui riusciamo a ridimensionare i nostri problemi.”

    Sottoscrivo in pieno questa frase!
    Un caro saluto

    Rispondi
  16. vbinaghi

    Luca, hai ragione in un senso.
    Ma è anche giusto non privare un uomo incompiuto dell’unica gloria che si è meritato, quella della sua opere.
    E chi di noi può dirsi un uomo compiuto?
    Ognuno dà quello che ha.

    Rispondi
  17. Luca Ariano

    Certo Valter, infatti non voglio mica privare nessuno della gloria che si merita. Nessuno è compiuto, ci mancherebbe, e chi sa se mai lo si diventa nella vita? Ho letto tante opere di uomini e donne tormentate che mi hanno colpito, influenzato tantissimo. Però non riesco proprio e distinguere l’uomo dall’opera. Questa è una mia visione del tutto personale, rispetto e comprendo benissimo chi la vede diversamente!
    Buona serata

    Rispondi
  18. FilippoDavoli

    Mi unisco volentieri agli amici che ti ringraziano per questa tua ennesima brillantissima pagina. Se il mondo dei blog mi ricomincia a non andar di traverso, penso sia dovuto al taglio che ha “La poesia e lo spirito” così come lo ritrovo dopo mesi di lontananza da tutto e tutti. Qui mi pare di poter leggere un post come sfogliando le pagine di un libro nella bella solitudine domestica. E poi mi incuriosisce, nella contingenza di questo post, trovarti alle prese con Hesse, di cui adoro un librone come “Il giuoco delle perle di vetro” e un librino come “Gertrud”; mentre trovo che le poesie non abbiano il respiro (a riprova del fatto che non dipende dalla techne, che certo al bel cuore di Hesse non manca). Ben ritrovato, insomma. Anche se, come sappiamo, dipende da me. Ti abbraccio.

    Rispondi
  19. fabry2007

    un saluto particolare a Filippo, che sono felice di risentire. grazie, di cuore.
    concordo con Elena: il dolore esiste, come il male.
    fabrizio

    Rispondi
  20. gian ruggero manzoni

    @ Luca. Sai bene anche tu come la penso… mai disgiunta l’opera dalla vita. Condivido: meglio avere un padre e una madre, anche con tutti i loro limiti, ma presenti, piuttosto che un’assenza coronata d’alloro.

    @ Elena. Giustamente hai colto che non si tratta di ‘rimozione’ del dolore, ma di ‘nullificazione’ 8in favore del famoso: “sorriso interiore”). Detto ciò, puoi benissimo unire l’uomo Hesse allo scrittore Hesse (o, almeno, come già sapete di me, le due componenti si compenetrano sempre e parlare dell’una o dell’altra acquista, di conseguenza, il medesimo senso-sapore). Il tentativo dello scrittore tedesco è stato quello di ‘nullificare’ la sofferenza, probabilmente anche influenzato dal suo legame con Jung, così da portare il dolore in una dimensione attiva e non passiva (vissuta e non subita) dell’essere-esistere, al fine di poterlo sgretolare per giungere a una ‘pacificazione’ armonica (tipico atteggiamento della componente dolorifica affrontata al fine di annientarne lo stato negativo in favore di una sorta di ‘entropizzazione’ psicologica… ciò è anche componente basilare del buddhismo e di tante pratiche filosofiche orientali: il dolore-karma viene polverizzato dall’energia-arhat così che il mahayana-elevazione divenga via unica, in cui l’etica assume una forma più attiva, più rispondente anche nella vita laica. Detto ciò, lo scopo a cui il ‘fedele’ deve tendere non è più quello di diventare un santo, estraneo al mondo, bensì un futuro Buddha, che sacrificandosi e rinunciando a sé stesso, quindi anche al lato ‘tragico’ presente in sé e fuori da sé, porta alla salvezza innumerevoli esseri viventi tramite il compimento delle 10 perfezioni – paramita -, cioè delle 10 virtù cardinali: generosità, disciplina, pazienza, forza statica, meditazione, conoscenza, abilità nel trasmettere la verità, decisione, facoltà miracolose e sapienza; tramite le quali egli ascende, sulla strada della perfezione, i 10 gradini corrispondenti… – quest’ultima fase si cementa col tuo dire, Elena, “uno dei modi per liberarsi dal proprio dolore è l’occuparsi degli altri”). Ovvio che noi, figli dell’ebraismo e poi del cristianesimo, non possiamo ‘nullificare’ il dolore, essendo il nostro presupposto di elevazione (trascendente il ‘Male’) realmente-concretamente connesso con le prove dovute-legate-imposte dalla sofferenza (Freud, non a caso, basa tutta la sua analisi proprio su questo… ma Freud, già maestro di Jung, era un ebreo, non un indù – lo stesso si può dire di Marx, anch’egli ebreo, quando affronta il tema del ‘giogo’ per poi sviluppare le sue tesi ne Il Capitale).
    Ora, con tali presupposti, è possibile trovare una componente unificante tra l’occidente e l’oriente che, travalicando il porsi nel-col dolore (esperienza che per molti, io compreso, sancisce il primo fondamento comune dell’intera umanità, così da ritrovarsi, tutti, in esso), possa renderci uomini parificati da stessi sperimenti, al fine di convergere verso una comprensione uniformemente accettata, perciò da rendersi quale base per intraprendere un possibile dialogo? (Da non scordarci come l’Islam – ortodosso/scita, ad esempio – vive il dolore; in sintesi: quale prima glorificazione di Dio… e ciò è sconcertante).

    @ Binaghi. E’ nel vero compiutezza l’esprimersi creativamente?

    @ Filippo. Ben arrivato. Finalmente! Un abbraccio.

    @ Fabry. Condivido…

    Rispondi
  21. vbinaghi

    E’ nel vero compiutezza l’esprimersi creativamente?

    Discorso lungo e difficile. La creatività artistica si accompagna spesso a quel tipo di personalità che gli psicoanalisti definiscono “narcisistica”. E’ vero anche che per alcuni la dedizione assoluta all’opera rappresenta un parziale riscatto dalla pressione del narcisismo originario.

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  22. gian ruggero manzoni

    @ Valter B. Condivido, in particolare la seconda parte del tuo concetto, là dove dici: “E’ vero anche che per alcuni la dedizione assoluta all’opera rappresenta un parziale riscatto dalla pressione del narcisismo originario.” – per i ‘grandi’ artisti penso sia stato e sia ancora così. L’agire creativamente diventa una sorta di catarsi rivolta al proprio Ego debordante… una sorta di ‘riscatto’, appunto. Quasi una ‘pena’ da scontare… e anche su questo ci sarebbe molto da dire. Grazie della tua risposta.

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  23. elena f.

    non credo al dolorismo cristiano. non vedo il dolore come presupposto di elevazione nel cristianesimo.
    non credo ad un martirio necessario,”sono venuto perchè abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”
    credo che la realtà del dolore sia un dato storico e che l’incarnazione lo abbia assunto insieme agli altri elementi della fragilità umana. per noi cristiani il dolore non è un karma, non è frutto del nostro destino ineluttabile tanto che possiamo e dobbiamo lenirlo e se possibile eliminarlo .
    se vangelo significa buona notizia, non possiamo più pensare che la notizia riguardi doltanto un futuro lontano, la vita dopo la morte.
    per questo il cammino interiore del cristiano procede con lo sguardo attento fuori di sè. non c’è un prima e un dopo. non c’è un raggiunggiungere prima l’illuminazione e poi un ridiscendere per dare una mano a chi soffre.
    solo amando è possibile la salita alle vette dell’illuminazione, alla pace interiore.
    il cammino cristiano è verso il basso, è tuffarsi dentro il fango della storia è dare quel poco che si è
    “e quando sono debole, allora sono forte”

    mi scuso per la digressione teologica, ma mi pareva importante notare questo particolare

    saluto tutti

    elena f.

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  24. FilippoDavoli

    Non sono totalmente d’accordo con te, Elena. E’ vero, per noi il dolore non è un karma. Ma nemmeno lo spauracchio che tu dipingi: lo scandalo della croce (la pietra scartata dai costruttori) è vero che non significa – pelagianamente – sforzarsi qui per godere di là. Però è parimenti vero che la croce è gloriosa, ossia che lo spauracchio fa paura solo fin quando non ci si entra dentro. E c’è – paolinamente, per rimanere nell’ambito delle tue citazioni – un arcano che è proprio contenuto nella tua citazione finale: quando sono debole, ossia quando sono nella temperie della croce, proprio allora sono forte. Perché proprio là dentro sperimento che non sono abbandonato alla morte e al dolore, ma che la presenza viva dello Spirito Santo in me (“non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”) mi permette di soffrire senza morire, di vincere la mia stessa morte. Di poter, in buona sostanza, amare il mio nemico senza sforzo (che è poi la “virtù” che San Giovanni raccomandava ai catecumeni a cui veniva impresso il sigillo del Battesimo, quando però già praticavano la “virtù senza sforzo”). Posso soffrire perché non muoio più (come dice anche Sant’Agostino nel “De civitate Dei”, prima del peccato originale “posse non mori”; dopo di questo, “non posse non mori”; ma dopo Cristo, “non posse mori”). Ancora, “da questo riconosceranno che siete miei discepoli”: da questa forma di amore con la quale ci ha amato Cristo – che, certo, non si è sottratto alla sofferenza e alla morte: “Amatevi come io vi ho amato”, appunto. E come ci ha amato Lui? Morendo per noi, dice San Paolo, quando noi eravamo malvagi e peccatori. Qui, allora, non si tratta tanto (o soltanto) di amare per fare il bene, ma di amare come fa il sale nella minestra, che si scioglie e sparisce per salare tutta la minestra. Ma… ecco l’arcano: il sale, che quando te lo metti in bocca pizzica, ti fa tossire, man mano che si scioglie ha un retrogusto dolce. La croce è gloriosa. Noi cristiani non siamo né masochisti né new age: siamo cristiani. La morte è stata vinta. E di questo siamo testimoni (che in greco, guarda che combinazione, si dice “martiri”…)!
    Un abbraccio.

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  25. elena f.

    @filippo

    il paradosso cristiano dell’incarnazione dice che il Regno è “già ora e non ancora”. l’evento incarnazione passione morte risurrezione, racchiude questo annuncio.
    in Cristo il regno è, ed era già mentre camminava nelle strade della palestina, il suo sanare e scacciare i demoni e annunciare l’ashrè (beati) ai poveri e ai piccoli, significano questo, che il Regno è in Lui realizzato.
    il cristiano vive questo annuncio come rivelazione dell’amore incondizionato di Dio, lo sperimenta come martyria, testimonianza, proprio nella sofferenza di Cristo,il quale però nel Getzemanin chiede che quel calice passi da lui. per il cristiano il dolore del mondo è legato al male che l’uomo procura all’uomo non amando cioè ribellandosi a Dio che è amore,per questo è chiamato ad amare il prossimo, perchè solo amando la ferita originaria può essere lenita,
    la vita promessa comincia qui anche se solo come “caparra”, (noi siamo già salvati) e la debolezza di cui parla Paolo, non è la croce ma la fragilità della sarx, che da sola senza lo spirito non può nulla. in quel passo la debolezza è quella delle beatitudini, beati i poveri perchè solo nella consapevolezza della nostra nullità può manifestarsi la grandezza di Dio.
    ma in nessun modo per il cristiano il dolore è presupposto di salvezza, esso è conseguenza della fragilità umana . l’accettazione della croce non è un masochistico entrare nella sofferenza per avere la salvezza. il cristiano non cerca la sofferenza per salvarsi, l’accetta qualora essa sia testimonianza d’amore.

    saluto tutti
    elena f

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  26. Gian Ruggero Manzoni

    @ Elena. Importante e documentato sacralmente il come sostieni le tue posizioni riguardanti il rapporto dolore fede cristiana. L’amore supera ogni dimensione della sofferenza per affermarsi come bene, come “soluzione anche per le carni” (e non solo per la psiche… per lo spirito).

    @ Filippo. Conoscendoti so quel che stai dicendo. La carne gronda sangue e ‘patema’, è prova, è superamento al fine di elevarsi e raggiungere la vera vita… quella ‘disincarnata’. Ogni giorno noi siamo il Cristo sulla Croce e viviamo quella ‘passione’ (inutile riportarvi tutte le etimologie delle parole che ho messo tra virgoletta).

    Vorrei qui aggiungere un qualcosa: “Lo spirito, l’abbaglio dell’ anima, l’unica possibilità, in questo trascinare, rimango in piedi, sostenendo a tutto ciò, la mia vita, il tonfo dell’abisso, un fondo tenebroso, di dolore, di abbandono, per non sentirmi solo materia, o come materia intorno, umano, senza luce né amore, ma solo ombra nell’indugio. Nella cenere della sofferenza ho coltivato la luce, il risorgere in nuova vita, il poeta e il sacerdote che annientano la morte, nel loro risveglio, nella rinascita, tornati alla vita, dall’anima ardente, dal dolore mutatosi in parola poi in silenzio. Mai più un lamento dalla mia bocca. Divenire fiamma, rogo, respiro rovente, così l’aurora mi sorprenderà nascosto, timoroso di mostrare il mio corpo ormai senz’ombra: evanescente. Sconfiggerò la cieca furia delle cellule, indossando una fluttuante veste di luce, vago soffio di luce, sull’ onda dei miei movimenti. Ho lanciato le mie ultime parole, ora affondo i miei versi nel cuore, come lame taglienti, riflessi di un’anima nuova, rigogliosa e predisposta alla lotta. Sto per morire, ma continuerò a combattere le tenebre e il dolore anche nell’oltre, con lo stesso amore e con la stessa passione di un figlio” (da una lettera di Padre David Maria Turoldo spedita al fratello poco prima di morire).

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  27. kinglizard

    ciao,
    dopo tanti tentativi finalmente ho trovato un sito che affronta il tema dell’influenza che H. Hesse (soprattutto con Siddharta) ha avuto su molte generazioni, fino alla mia (1983).
    Vorrei sapere dove trovare ulteriori informazioni su questo tema, l’influenza di Siddharta sulla società appunto.
    Grazie

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