
di Giorgio Morale
Grandi feste, grandi prove.
“Vuol dire che passeremo un Natale semplice ma felice”.
Erin ha realizzato che, causa un’infezione volatale in gola, non trascorrerà le feste dai parenti, in un paese di montagna dove non manca mai la neve e l’aria, l’acqua, il pane hanno il buon odore della legna bruciata.
“Un Natale semplice ma felice” diventa il nostro motto. E la piccola annuisce, come una sibilla.
Siamo tutti attorno a lei: Elle con una bevanda o col termometro, Simone con un peluche, io con un libro di fiabe.
Di medicina in medicina, di ora in ora spiamo il risultato. A ogni assunzione aggiorniamo: i commenti sugli effetti ottenuti e le ipotesi su quelli attesi.
Tutto assume il ritmo della malattia: i passi silenziosi, le parole misurate, i respiri pacati. Lo stesso riposo è come in punta di piedi.
A casa si sta bene. Al caldo. Prima che partissero per la montagna, Elle ha chiesto alle proprietarie di alzare di qualche grado il riscaldamento. Adesso nel palazzo siamo rimasti solo noi e i dirimpettai di pianerottolo, ma i due appartamenti sono ugualmente assorti.
Le feste trascorrono serene: le lunghe dormite, l’ozio dei palazzi attorno, le partite a carte attorno al tavolo, le esibizioni di Erin, i pranzi di Elle.
La cattiva ripetizione – ma anche quella buona: indugiare nel letto, un bagno caldo, la calma del corpo aprendo gli occhi al mattino.
La sazietà del cibo. Il dolce, il nepente, il progressivo oblio.
Io e Elle andiamo al supermercato.
“L’unica cosa che vorrei è stare un po’ di più da sola con te” mi dice. “Ma come vedi, m’accontento di poco”.
Al ritorno è già buio. Fa freddo. Extracomunitari a un incrocio si offrono per lavare i vetri della macchina. Vanno da una macchina all’altra con infinita pazienza e cappotti lunghi come mantelli di patriarchi. Io faccio un cenno di rifiuto e quelli rispondono con facce allegre:
“Buon anno, buon anno”.
Fin sul cancello di casa sono tentato di tornare indietro.
Quando vado a letto trovo Elle sveglia.
“Perché non dormi?”.
“Senza te vicino non riesco a dormire”.
Di nuovo: il corpo che respira, una vicinanza che commuove.
Un giorno Erin è guarita e andiamo tutti a fare una passeggiata. Le strade sono deserte, sembra d’essere a ferragosto, quando la città si svuota e si può alzare lo sguardo su persone e palazzi. Allora si scoprono cornicioni e balconi, sculture e gerani. Invece il centro è affollato, pare che la gente rimasta in città si sia data convegno qui. All’ingresso della Galleria c’è un ingorgo, per avanzare devi trovare l’onda giusta.
Al ritorno facciamo la strada a piedi. Sono aperti solo Burghy e ristoranti cinesi. Solo in piazza XXIV Maggio troviamo un bar aperto dove scaldarci.
* * *
La pioggia continua da giorni, estenuante.
Ci aggiriamo per casa come in un mare calmo.
L’ultimo giorno dell’anno spazziamo via la polvere dell’anno vecchio. Rimuoviamo i fossili della vita quotidiana: capelli, unghie, ciglia, peli pubici, cellule morte. Scegliamo cosa buttare di quanto accumulato – prima per assolvere un compito, dopo sempre più coinvolti nell’opera. Inavvertitamente facciamo il bilancio di un anno.
Poi facciamo tutti un bagno. Mentre i figli giocano, Elle riempie un album di foto che aspettano da tempo una sistemazione e io comincio a scrivere qualcosa: che sia di buon auspicio per l’anno nuovo, che serva a scongiurare la penuria d’opera.
Nella prima infanzia non avevo idea dei maneggi umani attorno al capodanno. Quando mio padre me lo annunciava, lo assumevo come un fatto naturale, non diversamente dall’alternarsi delle stagioni. Ugualmente naturale mi appariva il rinnovamento atteso dall’anno nuovo, con tutto il corollario di speranze in esso riposte. L’apporto umano consisteva nel mettersi in sintonia con la natura per proseguire all’unisono con essa. Era un’abilità intima, forse un dono dei sensi, come cogliere da un alitare di vento l’arrivo della primavera o indovinare da una leggera foschia il primo autunno. Anche le grandi pulizie di quel giorno erano un accompagnare la natura per assecondarne il rinnovamento.
Da allora ogni capodanno si aggiunge al precedente e si confonde con esso facendone uno solo. Ritrovo nella diversità delle situazioni le stesse sensazioni con cui l’ho ormai identificato.
Un tempo pensavo che il futuro dipendesse dalla volontà; e la sua migliore o peggiore riuscita dalla maggiore o minore bontà dei desideri. Perciò li curavo, i desideri, li abbellivo giorno per giorno. Soprattutto in giorni come questo.
La sera telefono ai miei genitori per fare gli auguri.
“Siamo soli soli” dice mio padre. “Due persone e quattro muri”.
“Anche noi” dico.
“Ma voi siete quattro”.
Mia madre, sapevo come avrebbe risposto.
“Per me non ci sono feste. Io sono la madre dei dolori. Sapessi quante ne ho passate. Il sangue è diventato acqua”.
Poi arriva il giorno che bisogna dire a Erin:
“Domani mettiamo via le lucine”.

Mi hai riportato ai Natali della mia infanzia, i più belli della mia vita, come per tutti – credo – se si ha avuto un’infanzia felice.. 🙂
Mi piace chiudere con questa poesia natalizia di Alfonso Gatto:
Facciata natalizia napoletana
Ai poveri balconi delle case felici
zeppe di strilli, inferme, in alto alle cornici,
ove il cielo dei fili si perde nell’albore
murario delle cupole e nel freddo del cuore,
– e Napoli nell’agro falsetto trova il piglio
grinzoso, la sua matria ridicola di figlio-
di scena è la facciata ove il Natale mostra
i melloni, le sorbe, l’uva dei merletti
di carta, i fichi d’India. (E’ la nomenclatura
del far tutto con cura.) Qui sbiadiva la nostra
fanciullezza pensosa: la stanza, i vecchi letti,
il Vesuvio dipinto sul mare di Bengala.
Era l’aria festiva, era l’aria di tutti,
la porta sulla scala aperta ai pastori
che piangevano i lutti, il bambino che viene
in braccio alle novene.
Era un vederci fuori
di noi, “al vento, al gelo”, per restar dentro, al fiato
di quel primo passato ove albeggiava il cielo.
Ho dipinto un ricordo, il ricordo ha la mano
paffuta di geloni per quel mangiare poco
in mostra sui balconi, ma dipingo per gioco.
Grazie, Luca, per la lettura e per la bella poesia.
Giorgio, le tue notes sono belle, intense e coraggiose, leggendole mi sento trasportata in questa casa in fiamme, dove vedo tutto un microcosmo e divento parte della sua vita, che poi è quella mia e di tanti credo, come poche volte mi era successo. Un grazie commosso.
Maria
Grazie a te, Maria, per la lettura e le belle parole. Alla prossima.
E’ vero… Natale. Grazie di questa pagina.
Grazie, Gian Ruggero. Sono lieto del tuo passaggio e del tuo parere.