
di Giorgio Morale
“Voglio dirti una cosa”.
Erin sembra confidare un segreto quando vado a salutarla, appena sveglia.
“Oggi è il tuo compleanno”.
E’ la prima volta che Erin accetta di festeggiare un compleanno non suo. Si rigira la notizia in bocca, alla fine dice:
“C’è una sorpresa per te”.
Come nei compleanni dell’infanzia. Sempre risvegli improvvisi, occhi appiccicosi, preparativi frettolosi. E per finire, il rituale delle foto ricordo. Scattate in interni, davanti alle colonne e ai vasi di fiori dipinti; o in esterni, sulle panchine o nelle aiuole di pubbliche piazze, ugualmente artefatte erano le pose: immobili, statuarie, gli occhi inchiodati all’obiettivo: tutto il contrario della finzione di spontaneità richiesta dall’occasione. Desiderio d’eternità o potenza dello sguardo materno?
A fine giornata ripetevo il mio nome, accarezzandolo come un segreto, consultandolo come una formula chimica o come l’enunciato di una sibilla. Mi addormentavo traendo gioiosi auspici dalla prevalente sonorità delle vocali aperte.
A volte domande s’aggrovigliavano come nodi. I nodi del mondo. Lo spazio, la distanza. Come misurarla, come superarla? E gli enigmi del tempo, come scioglierli? Chi moriva, sarebbe rinato. Ma l’inizio: l’inizio era stato il primo macigno in cui mi ero imbattuto.
* * *
Prima c’era una vaga luce che s’insinuava in un mondo d’ombre; poi l’alternanza di movimento e quiete, vuoto e pieno, come il passaggio dal giorno alla notte nel deserto.
In braccio a mia madre ero un universo che si dondolava, incrociando altre galassie: uno specchio alla parete, uno scorcio di pavimento, fotografie di famiglia, spigoli di mobili.
Ero nel letto grande. Avevo il capo rivolto al soffitto e non riuscivo a muovermi per sfuggire al supplizio di quella visione limitata, tutto quel bianco accecante, tutta quell’aria sopra di me. Mi sembrava di annegare, per quanto muovessi convulsamente braccia e gambe, come uno scarafaggio capovolto. Nessun appiglio, nessun oggetto su cui arrampicarmi. Quando mia madre ritornava a me, aveva il volto sfigurato: occhi spiritati, bocca spalancata, capelli scompigliati. Non la riconoscevo nemmeno, non era più mia madre, era una furia.
Pian piano, riuscii a muovere il capo fino a conquistare una stretta visuale, nella quale mia madre entrava e usciva freneticamente. Dopo il mio sguardo viaggiò ancora, raggiunse la porta, una bocca magica che un po’ si mangiava, un po’ mi restituiva la madre.
Anche il gioco del pallottoliere intristiva – si animava solo quando era mia madre a fare scorrere le palline, dando a ognuna un nome: “u-no”, “du-e” oppure “ros-so”, “ver-de”.
Poi il mio sguardo seguì mia madre nei lavori. Lei era bella, era snella, era alta dalla terra al cielo, aveva tanti capelli neri. Creava un bel contrasto quando stendeva su una corda davanti alla porta le lenzuola bianche ad asciugare e tanto sole entrava in casa. A me però piaceva di più quando faceva una pausa nel suo lavoro, si ravviava i capelli e mi prendeva in braccio, dicendomi:
“Adesso sto qui con te”.

compleanno caramella
che t’han messo nella gerla?
m’hanno messo una visione
d’una madre fuori al vento
porta chiusa di un convento
dove alligna il tondo nero.
mario
Antonella, anche tu hai buona memoria! Conosco persone i cui ricordi cominciano intorno ai sei anni.
Mario, grazie del passaggio in rima. E: ogni anno, una visione!
Concordo con quanto dici, Antonella. Sono consapevole che c’è una grande componente creativa in qualsiasi ricordo, soprattutto in quelli riguardanti l’infanzia. Anzi, rilancio con una citazione di un perentorio Danilo Kis: “Non bisogna mai fidarsi dei ricordi”. Contuttociò…
Grazie e buona domenica anche a te.
Infatti… E lo stesso Danilo Kis ci ha dato, secondo me, uno dei più bei libri in assoluto sul ricordo: “Giardino, cenere”. Se non l’avessi già letto, te lo consiglio molto vivamente: è un romanzo con una scrittura in cui è annullata la differenza fra prosa e poesia.
Se la memoria non fosse anche creazione non verrebbero fuori nemmeno buoni libri 😉
…E allora, come diceva lo scrittore, “Parla, ricordo”.
“Prima c’era una vaga luce che s’insinuava in un mondo d’ombre; poi l’alternanza di movimento e quiete, vuoto e pieno, come il passaggio dal giorno alla notte nel deserto.”
Riporta, questo tuo racconto, allo stupore aurorale, al commovente e primigenio spettacolo dell’esserci; al senso profondo del dono, generati e accuditi, tra chiaroscuri destinati poi a dissolvere, sostituiti da altro.
Giovanni
Condivido quel che ha scritto Voc.
Giovanni e Gian Ruggero, grazie. Sì, Voc ha detto bene, condivido anch’io.