Sabbia. La lingua è sabbia. Che non è come dire che la tua bocca è secca. No, è la lingua a sembrare sgranata. Le papille, o di qualsiasi cosa si tratti, sono grani giganteschi che si muovono disordinatamente. Pesanti, frizionano l’uno contro l’altro al rallentatore. Cercano una compattezza che possa permettere ai suoni di uscire dalla gola.
Pensi: S A L I V A. Ne cerchi la sorgente. Dove. Scorri le pagine del tuo sussidiario. Sì, qualcosa di semplice che ti possa dare una mano. SALIVA. GHIANDOLE SALIVARI. È tutto ciò che riesci a mettere a fuoco. C’era qualcosa che volevi dire. Ricordarlo forse potrebbe essere d’aiuto. Potresti trovare acqua e un punto di partenza. Perché anche se sei lì e dovrai restare ferma su una sedia devi comunque cercare un inizio, e di lì lasciare scorrere i tuoi passi e sperare di annullare la distanza.
Fogli. Hai i tuoi fogli. S’inchiodano però in un disordine che non hai voluto. Affiorano in una sequenza d’improvvisazione. Come mossi da un fremito d’autonomia si accavallano, giocano a nascondino con le tue mani nervose, ne senti il riso di scherno soffocato, ma non sai da dove proviene. Non hai tempo. Nella sala invece sembra infinito. Ti accorgi poi che il tempo sei tu, anche se hai dimenticato d’indossare le lancette.
Il silenzio è qualcosa da temere. Strano, pensi. È nel silenzio che di solito ti senti sempre al sicuro.
Poi si spezza. Un suono. Non avevi mai pensato che “spezzare il silenzio” si potesse avvertire fisicamente. Nello stomaco.
È che le parole scritte hanno sempre parlato una lingua silenziosa, ora che ci aggiungi il tuo suono sono un’altra cosa. – è voce?- ti chiedi- e se lo è, da dove arriva?-
Intanto ti sfogli. Le domande restano indietro, le riprenderai dopo per sapere chi eri e dove sei stata. Sfogli. Capisci che stai tagliandoti la pelle a poco a poco. Brandelli a terra. Forse ciò che cade non fa neanche rumore. Non sai decidere se è un bene o un male. Non sei sicura neanche che quello sia il tuo posto.
Nella grande sala c’è l’eco di dove eri prima di quel momento. Senti il mare. Lo senti come quando è troppo buio per vederlo. Ma forse sei solo tu a sentirlo, perché in fondo te lo porti sempre dentro come un amuleto. Ti chiedi anche se sei mai stata veramente in qualche posto, un posto con un nome, così da poterlo raccontare ad alta voce.
Hai bisogno di orientarti, allora segui i tuoi sentieri fragili. Nella sabbia. Righe sfilacciate. Ogni parola un passo. Incerto. Cammini dentro l’aria da una parete all’altra. Ricordi vagamente che hai lasciato cadere delle briciole, ma ora non riesci più a ritrovarle. Cazzo. Eppure l’hai letta mille volte quella fiaba, sapevi che avresti dovuto una bussola, o forse seguire il verde umido del muschio se volevi evitare i rischi.
Sabbia. La tua voce è sabbia che si richiude invece alle tue spalle. Ingoia le tue briciole. No, non dovresti essere lì. Un taglio va giù più a fondo nella carne. Stai sanguinando. Arrossisci e forse nessuno se ne accorgerà.
Ricordati, ti dici mentre prendi fiato, non devi fissare il vuoto. Vuoto? Non c’è il vuoto finché tu esisti. Ma esistere non basta per tenerti ancorata a quella sedia. Il pavimento ti tradisce come una nuvola che ti piaceva e poi scompare.
Qualcosa. O qualcuno. Dovresti cercare qualcosa o qualcuno da guardare. Non sempre, solo di tanto in tanto.
La ragazza. La ragazza è lì davanti. Minuta, stretta nella giacca nera. Il verde degli occhi le sta colando sulla sciarpa. La luce la prende di fianco. Sembra un dipinto. Ti sorride. -Ci sei- sembra dire- sei ancora quella di ieri.- Una sigaretta. Fumavate una sigaretta ieri sera. C’era vento. E faceva freddo. Il vento toglieva peso ad ogni cosa. Il freddo era una scusa se volevi tornare a casa. A nascondere il tuo nome sotto il cuscino.
Il ragazzo. Con lui hai fatto un viaggio in macchina con l’autore. Quello vero, uno di quelli che entra nelle sale con il passaporto in regola: titolo, copertina, e una dolce innegabile simpatia nelle mani. Non come te che sei lì da clandestina. Il ragazzo ha un sogno. Te lo ha detto la prima volta che ti ha vista. Tu gli hai raccontato della paura. Ma non tutta. Il ragazzo se volesse potrebbe attaccarti ad un aquilone e decidere quando è il momento di riavvolgere il filo. Sì, potrebbe tirarti a terra e strappare tutte le tue carte di navigazione e tu non sapresti mai fin dove ti eri spinta. Saresti un’isola alla deriva. Isola. Isla. Lisa. Coincidenze.
Fogli. Aggrappati a tuoi fogli.
Nella stanza, tra le luci, gli spazi sembrano elastici. Si accorciano e si allungano. Tu non sai mai dove ti trovi realmente. In verità non sai se sei di carne o di suono. Saperlo potrebbe darti un’indicazione, una coordinata per andare avanti. O fra lo stupore potresti sparire dentro una nota vuota e molesta. Dentro un verso.
Non sei neanche sicura che la tua voce arrivi fino alla parete in fondo. Non sai neanche se c’è una parete in fondo. Hai occhi troppo piccoli per tendere lo sguardo. Con un dito ti sfiori l’angolo dell’occhio destro. Zoom. No, non funziona. Ogni gesto diventa inevitabilmente una pausa prima di ricominciare. Il tempo sei tu che ti trascini lenta in questa stagione.
Ma non è l’autunno, di questo ne sei certa. Se fosse autunno si prenderebbe tutti i fogli che hai scritto, ti dici. Fossi tu un autunno di vento. Fossi tu un autunno di vento e le tue parole foglie, forse una folata improvvisa le farebbe cadere fra le loro mani. Fra le loro mani, foglie. Fogli.
Fermiamo tutto adesso e aspettiamo. Aspettiamo l’autunno e potremo leggere le foglie.
Le tue parole ritornerebbero al silenzio ma si potrebbero toccare. Amare qualcosa è così, e anche capire è così a volte. Qualcuno te lo ha anche detto tempo fa – ho bisogno di toccare ciò che amo- Amo ciò che tocco. Tocco ciò che amo. E il resto? No, non è così semplice scegliere la via della concretezza. Il resto si tramuta in un rimpianto. A volte, non sempre .
Carta. Inchiostro.
Toccare e amare. No, non come te che ti perdesti quando t’innamorasti di un amante della Cina del Nord . Lui non era te che amava. Lui non esisteva neanche, ma tu non ci dormivi, camminavi su e giù, guardavi il mare, vi leggevi il racconto dei suoi occhi e lo amavi lo stesso. Lo ami anche adesso perché capita che sei tu il tempo e il tempo è sempre.
Carta. Inchiostro.
Non sai se è una buona idea pensare a questo ora. Meglio affidarsi a qualche appunto. Li versi dalla gola.
Versi.
Vorresti una matita rossa per le correzioni perché scrivere è così, si possono sempre eliminare gli errori, e si può anche imbrogliare se si ha il coraggio o forse solo la necessità di farlo, non come la vita che comunque la racconti, dentro di te sarà sempre solo come l’hai vissuta.
Il suono adesso è indolore. È incredibile quanto sia facile abituarsi a tutto, pensi. Gli occhi sono anestetizzati da una luce che appare e scompare, non riesci a capire se lo sono anche le gambe, questo lo scoprirai dopo. Di te resterà un’immagine in un cassetto.
Dopo scoprirai anche in che modo i tuoi fogli si riordineranno, se mai ci riusciranno ancora. Ma lo farai dopo, dici, quando ritornerai al mare. Al caos delle tue stanze. Al silenzio nel buio. Al vizio della tua vita qualunque.
Poi l’ultima parola cade, ruzzola sul pavimento dopo un interminabile istante in cui credi che non riuscirà mai a toccare terra e riportare anche te a quella che sei. Un’isola. Isla. Lisa.

Da sempre mi affascinano i testi scritti in seconda persona. E’ uno stile poco diffuso, perché abbastanza difficile da rendere e soprattutto da sostenere. E’ un ritmo particolare, con cadenze sue, che tiene la lettura come in uno stato di sospensione e di mistero. Tu qui ci sei riuscito benissimo.
“riuscita”.
cara lisa
ti ho letto. la misura è giusta.
ci vediamo in costiera la prossima primavera.
@mauro baldrati
ti ringrazio per la lettura. Sì, scrivere in seconda persona mi affascina molto proprio per quello che tu dici. è una forma in cui il narrato e il narrante si sovrappongono e non possono indulgere al compiacimento dell’uno o dell’altro, si crea solo apparentemente una voce esterna che richiede una totale onestà narrativa che non sempre si riesce a mantenere…purtroppo. ti ringrazio ancora.
@ franco arminio
grazie franco. e a presto,qui oggi sembra che la primavera sia arrivata.
lisa
@lisa.
“riuscita”
“la misura giusta”
sono d’accordo con Mauro e Franco perchè la tua scrittura la conosco da qualche anno.
una chiusa che sigilla l’apprensione della cera che la sera, leggendone, ha consumato.
questa forma di narrazione è affascinante, faticosa fino alla fine, per l’autore, ma affascinante.
davvero.
come sempre, lisa, ci siamo, anche oggi, solo sfiorate tra una faccenda di corsa e l’altra. come succede spesso, che ci sono anche le faccende quotidiane. così sono passata di qui.
i miei complimenti, come sai.
paola
se mi anagrammi
non mi troverai
mai
@paola
vero paola ma poi per fortuna in qualche modo ci si trova. grazie
@mario ardenti
se c’è un anagramma c’è sempre una soluzione che vuole essere trovata magari a piè di pagina o forse “i dentro amari” di un verso. grazie a te
lisa
@ lisa
non esiste una soluzione, non negli anagrammi e neppure dentro gli “amari dentro”
ove possa esistere, è solo nell’assenza di domande: cosa rara, molto rara, e che richiede amori totali e corrisposti.
solo la terra pacifica la terra, ma quasi mai succede, e dunque si emigra per lande utili soltanto ad un sonno meno incerto, inevitabilmente “pavoneggiandosi” con quel misero che resta, che per quanto suoni e per quanti applausi possa a volte destare, tomba rimane.
troppo semplice? scarsamente intellettuale?
di anni ne ho parecchi ed ho visto molte cose, ho visto scambiare rosari per un bacio, condannandosi a pregare, per sempre.
ciao
mario ardenti