Luca Baldoni – Calde Latitudini

La scrittura di Luca Baldoni è un calzante esempio di work in progress applicato a un canzoniere contemporaneo. Esiste in un’assenza di progettualità strutturale eppure è ideologicamente ed e(ste)ticamente definita, riconoscibile. Sembra quasi che l’intento sia produrre un testo/testimonianza perennemente in fieri (avulso cioè da sistematizzazioni a posteriori). Si potrebbe parlare di rinnovamento o ripresa del diario lirico, di una scrittura per la memoria che si nutre di pop e tradizione per esplicitarsi. Ma così facendo correremo il rischio di non notarne gli aspetti più interessanti: il rigore di una mappatura precisa che ingloba illuminazioni mistico-civili (come in Apparizione di Gandhi a Roma), epigrammi di un’Antologia Palatina anglo-italiana, minimalismo “mediterraneo” e la ricerca di una coincidenza umana che superi (senza rimuoverle) le differenze culturali. [Marco Simonelli]

*
Roma 2004

La gatta grida nella notte

non so neanche se sia una gatta,
voglio dire una femmina

ma si lamenta come se avesse le doglie,
come se desse vita a un figlio senza
sonno straziandosi sotto stelle
bellissime e placate.

Così sorge il paesaggio
di quest’anno fuori tempo.

*

Apparizione di Gandhi a Roma

Poi c’è la storia. Sinistra alleata del tuo
male personale. La spii in un poster gigantesco,
che copre la facciata in restauro di Trinità
dei Monti, dominando te piccolo che lo guardi
– non sai neanche dire con quale turbamento –
dal basso nella piazza: è Gandhi
riciclato per una pubblicità
di cellulari. E forse veramente lo stupore
che ti causa questo evento è segno certissimo
di trovarti di fronte a un’immagine divina,
idolo che abbaglia e mansuetamente piega
le frotte di gente in giro per lo shopping.

*
A Richard

Forse sento quello che ancora tu non vedi:
hai un cazzo che è una mazza, ma temi ancora
a menarlo per il mondo.

*

Etruschi, Charing Cross Road

Una losca fumeria di giamaicani a Londra
dietro Charing Cross Road. Da poco l’ho scoperta
con Claudia, fedele compañera di incursioni
che mi parla nella sua calata abbandonata
di Eros, Socrate, Diotima –

e come assurdamente ne discutiamo
buttati per le scale senza luce.

Si apre una porta e ci viene addosso
un tipo moro che mi punta: “Lo sai tu, lo sai
da dove viene il tuo sangue?” – “Come?”
“Lo sai da dove viene il tuo sangue?”
“Dall’Italia…?” –“Ma no, no, dalla Grecia!
Perché all’inizio, prima dei Romani…
………………………………………
………………………………………,
con voi siamo cugini in fondo.”

Parlava con foga e l’ho ascoltato.
Era Greco. Claudia mi guarda e dice che
ha ragione, che non sventolano le vele
dove piove.
“Ho capito. Ma allora forse
sarò Etrusco, mio nonno lo diceva sempre
che siamo ottimi Etruschi, un sangue
di ferro nella testa e nelle vene.”

Il Greco si è eclissato.
Claudia continua a ragionare,
la sua parlata livornese si fa spessa.
Rivedo il nonno, che si aggira eretto
in inverno per le strade del paese.
Fuori sarà la rush-hour della sera:
si affrontano acquisti, promozioni,
in un affanno senza luce scorre

la corsa di un’umanità provata.

Rimaniamo a respirare un fumo
che non ci sgombra il cuore.

(Londra 1999-2006)

*

Sincope mediterranea

a James

In un appartamento in una bella via alberata
a Kilburn Park eccomi sono proprio io –

scaraventato
nel mezzo della stanza che gesticolo
e t’inveisco così violentemente
che quasi ne smemoro, trascinato
da esplosa rabbia e debolezza
perché mi stai di fronte tu,
come sei: confuso e albionico, allibito
dalla mia sincope mediterranea
in cui scateno il corpo orribile
e magnifico nella devozione
di santa implorante e sfatta
che si strozza urlandoti
dietro che ti voglio
sbattere e non solo
contro un muro –

ma fuori piove e tu mi guardi
con stupore mentre io
più di questo non so fare.

*

Violently happy

a James

Una volta mi hai raccontato con gli occhi attenti che
nel tuo periodo di più sfrenato sballo psichedelico
ti ritrovasti al Trade nelle prime ore di una domenica
mattina col tuo gonnellino blu oltremare
e gli stivali alti di cui andavi tanto fiero
a ballare strafatto
tra uomini sudati

quando dal cerchio caldo
che ti si appressava addosso
venne avanti un ragazzo
che intercettò i lembi della stoffa
dopo averti leccato in uno sguardo
e t’infilò piano ma con decisione
la punta del medio dentro al culo;
allora – mi hai detto – ti schizzò dentro
un razzo, non ci furono veli
da strappare, la musica continuò
fuori inascoltata
  
e tu ruotavi disperso
intorno a un punto fermo.

*

Archway Heights

Sorelle, non c’è pacco di doni da più calde
latitudini che possa aggirare le pragmatiche
evidenze: viviamo presso un ponte
che chiamano dei suicidi, perché
svetta arcuato venti metri sopra
un perenne fiume grigio
di macchine accodate.

Ieri mattina siamo usciti presto, e per
la strada annunci fosforescenti della polizia
chiedevano testimonianze di cittadini
per identificare gli assassini di una donna
accoltellata il giorno prima in piena luce.

La casa accanto alla nostra era già bruciata
prima che arrivassimo, qualcuno è rimasto
ad abitarla – c’è scritto Archway Heights
sopra l’entrata dissestata, e ancora
ci arrivano le lettere.

In tutto questo sulla finestra della cucina
curiamo una piantina di basilico stentato.
Stiamo saldi in una lontananza condivisa.

*

Poeti a Camden Town
Fu al liceo che l’ottima e coraggiosa
professoressa di Francese lesse ad alta
voce in classe una struggente lettera
d’amore di Rimbaud a Verlaine
dopo che questi precipitosamente
l’aveva abbandonato.

Mi sentivo eletto e pensavo
che lo faceva per proteggermi
per educare gli stolti
per segnalarmi un’alleanza
con spirito di madre e di sorella.

Un’epoca dopo –
                             eccomi di fronte
a questa casa a Camden Town,
una curiosa facciata a campana
sgretolata dall’incuria, quasi sordida,
con la finestra sotto il timpano
che forse è quella da cui

il 3 luglio1873 Arthur scrutava
Paul che arrivava dal mercato
con un’aringa in mano
per il pranzo – un quadretto di
prosa così scorante e insulsa
che vi riversò sopra il suo dèmone
più osceno, non aspettandosi che
questa volta il bene amato
si precipitasse via in furia,
attraversasse tutta Londra
sino ai Docks

dove poté solo urlargli, senza fiato,
mentre lo vedeva allontanarsi dalla banchina
eretto sul ponte del traghetto
diretto al Continente.

Per ritornare dopo il fatto – solo – qui: 8, Royal
College Street, e scrivergli infine da un tavolo,
per terra, o col foglio appoggiato
sul ginocchio scarno: Reviens, reviens
cher ami, seul ami, reviens,

je te jure, je serai bon,
voilà deux jours que
je ne cesse de pleurer,
reviens…

Luca Baldoni (Napoli, 1973) è cresciuto a Firenze e in seguito ha vissuto a lungo in Irlanda, Germania e Gran Bretagna. Ha insegnato Letteratura Italiana alle università di Londra e Oxford e collabora con articoli, recensioni, traduzioni e poesie a riviste italiane, inglesi e americane. La sua raccolta di poesie Sensi Diversi (Lietocolle 2005) ha vinto nel 2006 il “Premio Camaiore” per l’opera prima. Attualmente insegna Letteratura Italiana alla James Madison University di Firenze.

18 pensieri su “Luca Baldoni – Calde Latitudini”

  1. Pasquale Giannino

    “e t’infilò piano ma con decisione
    la punta del medio dentro al culo”

    Cos’è questa, poesia? Metafore no, eh? E non ditemi che sono omofobo, sto parlando del testo, cazzo! Però quanti omofobi ci sono qua dentro…

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  2. marcosimonelli

    A mio avviso lo è, una metafora. Ho visto questi versi come un correlativo oggettivo esplicitato nel corpo. La mia personale lettura del testo da cui questi versi che lei cita sono estratti consiste nella rievocazione memoriale di un personaggio che, raccontandosi, è capace di illustrare un bisogno umano di “violenta felicità”. Narra di un punto di non ritorno, una coincidenza astrale, più che corporale, mi sembra. Ho trovato brillante che proprio i due versi che lei segnala si catalizzino nella chiusa del testo: “e tu ruotavi disperso/ intorno a un punto fermo”: un essere umano che trova il suo punto fermo più esistenziale che corporale e da lì inizia la propria dispersione.

    Rispondendole: possiamo citare un’intera tradizione assodata che ha riferimenti e oggettivazioni simili anche oltre il novecento. Su due piedi, mi viene in mente Allen Ginsberg (ma questo nostro autore se ne distacca ampiamente e riconduce il suo dettato ad una tradizione italiana, felice innovazione). Mi viene in mente un sonetto scritto a quattro mani da Rimbaud e Verlaine (se non erro) in cui dell’orifizio anale veniva tessuto un ampio elogio. Non a caso questi autori vengono citati e usati come tessitura narrativa in un altro testo di Baldoni in cui è la rievocazione di un episodio adolescenziale di consapevolezza e iniziazione a corroborare il dettato. Possiamo fare anche un riferimento alla tradizione burchiellesca (tanto per ampliare una eventuale lista di esempi in cui l’ano figura in testi poetici), arriviamo fino ad alcune interpretazione della tenzone con Forese Donati di Dante, aggiungiamo passi ancora poco noti della tradizione comico-realistica, possiamo scendere fino all’antologia palatina con Stratone e altri. E l’elenco sarebbe ancora carente.

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  3. Pasquale Giannino

    Caro Marco puoi darmi tranquillamente del tu o se proprio non te la senti preferisco il voi… non fraintendere, si usa ancora dalle mie parti in Calabria come segno di rispetto anche fra amici-compari. Beh, in effetti quei due versi di evocare evocano… Nulla da obbiettare neanche sulla chiusa, ineccepibile dal punto di vista “fisico” (cioè della legge fisica ma non solo). Il fatto non è questo. Sai, io sono un tipo incazzoso ma non un attaccabrighe, per carità, la vita ci offre già tante rogne, figurati se me ne vado a cercare altre. Ma ci sono quelle tre o quattro cose su cui non transigo. Una di queste è la volgarità gratuita. Va benissimo il dire in modo crudo ed esplicito se ciò è indispensabile a rendere un’atmosfera, un sentimento, un’emozione altrimenti non “riproducibile”. Qualche esempio pratico: “incazzarsi” non è lo stesso che “adirarsi”, “prenderla nel culo” non è lo stesso che “essere fregati”, e via così… Naturalmente gli esempi sono riduttivi, non bisognerebbe mai trascurare il contesto in cui nasce – si costruisce un verso o un passaggio di prosa. Ecco perché non posso accettare le autorevoli citazioni che francamente mi aspettavo. Aggiungo, qualora ti fosse sfuggito, il caso letterario-sociopolitico di “Nord e Sud uniti nella lotta” di Vincenzo Guerrazzi, sottoposto a sequestro giudiziario negli anni Settanta per l’uso di “espressioni pornografiche di livello postribolare”. In realtà quelle frasi oscene non erano altro che le scritte comparse nei cessi dell’Ansaldo di Genova che urlavano tutta la rabbia degli operai sfruttati e presi per il culo dal padrone e dal sindacato.

    I miei omaggi.
    Pasquale

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  4. Luca Baldoni

    Caro Pasquale,
    sono Luca l’autore incriminato. Innanzitutto mi scuso per il ritardo nella risposta ma sono stato via l’ultimo giorno e mezzo.

    Per iniziare vorrei dire che alla metafora si arriva – e effettivamente Marco l’ha spiegata splendidamente e non ho niente da aggiungere – ma che nel caso specifico l’esperienza descritta è di vita vissuta. E’ una cosa effettivamente capitata a un mio ex, che me la raccontò nei dettagli e che io ho cercato di ricreare. Questo non aggiunge niente al contenuto filosofico del dibattito ma tanto per spiegare la genesi.

    Ovviamente a me questo dettaglio di vita è parso sufficientemente significativo tanto da scriverne e da farne metafora di quello che Marco ha spiegato. Sulla volgarità gratuita ci sarebbe moltissimo da dire, ma la prima cosa che mi viene in mente è che è un concetto molto soggettivo. A parole Pasquale io sono d’accordo con te, e infatti mi sembra di avere usato i versi che citi perché per me erano assolutamente necessari – dunque pertinenti – per “rendere un’atmosfera,un sentimento, un’emozione altrimenti non riproducibile”. Tu trovi che questo non sia il caso, ma non hai spiegato chiaramente le ragioni per cui l’immagine ti è parsa gratuitamente volgare, o i criteri che adotti per formulare questo giudizio.

    Ringrazio Marco per aver capito e sottolineato come i due versi in questione (che lo ammetto, sono forti) si collegano a quelli finali “e tu ruotavi disperso/ intorno a un punto fermo”) dai quali non possono essere separati. Ci vuole proprio – a mio parere – l’immagine esplicita, corporea, di strada della prima parte, come polo antagonista della volata “metafisica” della chiusa.

    LUCA

    Rispondi ↓
  5. lambertibocconi

    1) Molto belle.
    2) Pasquale Giannino, non ti sconvolgere così tanto per un paio di versi che non ti piacciono e perché l’idea di qualcosa nel culo di un maschio ti fa terrore.

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  6. Fabio Brotto

    Se posso esprimere un parere, quei due versi sono semplicemente bruttini,o poco riusciti, e a mio parere stonano. Cosa opinabile, peraltro. Lo direi anche se il soggetto fosse femminile e l’orifizio evocato un altro. A sgombro di equivoci. Dirò anche che l’insieme dell’opera non è niente male.

    Ad Anna vorrei dire che il Giannino (con cui se ricordo male non vado in genere molto d’accordo)non ha qui dimostrato l’atteggiamento cui ella allude. Egli ha un temperamento “rajasico” che mi ricorda quello di un mio collega calabrese. Del resto, non capisco il perché del terrore che Giannino stesso avrebbe provato. Ovvero, se è quello che ho inteso, mi sembra un po’ psicanalisi da strapazzo. Per così dire, e rimanendo nella celia.

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  7. viadellebelledonne

    i versi sono ottimi e coraggiosi, i due versi in questione non mi piacciono tanto ma forse sono necessari. a.

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  8. Pasquale Giannino

    Brotto, a me poco importa andare d’accordo con te o chiunque altro. Per quanto mi riguarda sono un uomo di formazione scientifico-umanistica, non mi ritengo perfetto né onnisciente e ho una fame incontenibile di sapere, più che altro mi piacerebbe capirci qualcosa in questo mondo pirandelliano gremito di sedicenti maestri e falsi profeti, dove ognuno pretende di avere la verità in tasca e di imporla agli altri. Aggiungo che da sette anni e mezzo timbro ogni mattina il cartellino e vivo sulla mia pelle la disfatta dell’uomo e della sua cultura, o per meglio dire di quel po’ che per miracolo era scampato agli assurdi massacri del secolo scorso e della modernità galoppante. Oggi i genocidi sono molto più subdoli, impalpabili. E non hanno oppositori perché ci hanno insegnato che questo è il mondo migliore possibile e non ci permettono neanche di immaginarne un altro.

    Detto ciò, Luca, per rinfrescare la memoria di cosa stiamo parlando:

    “e t’infilò piano ma con decisione
    la punta del medio dentro al culo”

    Comprendo le tue ragioni ma ti assicuro che al posto tuo questi versi non li avrei usati, avrei tentato una formula differente però non chiedermi quale perché non ti saprei rispondere, ti dico che non avrei impiegato questi versi non solo perché li trovo di una volgarità inutile e gratuita, ma soprattutto perché non riesco a ravvisarci neanche un briciolo di poesia. Se di poesia stiamo parlando. Se poi invece disquisiamo di un fatto di cronaca allora il discorso cambia.

    Anna, le cose di cui ho terrore sono ben più gravi, in fondo il culo prima o poi te lo sfonda la vita, anche se non sei avvezzo a pratiche di sesso passivo.

    Alla belladonna dico che sono d’accordo sull’affermazione “i due versi in questione non mi piacciono”, però mi sembrano tutt’altro che necessari.

    Cordialmente.
    Pasquale

    Rispondi ↓
  9. Luca Baldoni

    Ragazzi/e,

    non vi pare che ci stiamo un po’ impantanando con questa questione delle dita negli orifizi, in fondo solo 2 versi su un totale di ** (non so quanti esattamente)?

    Mi rendo conto che il periodo pre-ferragostano non è forse quello migliore per discutere di poesia, io comunque non parto per le vacanze prima del 13 agosto e quindi sarò on line ogni giorno sino a quella data, se ci sono domande su altri argomenti sarò felice di rispondere…

    Fabio, che cosa vuol dire “rajasico”?

    Ciao a tutti

    Rispondi ↓
  10. Fabio Brotto

    Rajas è, nell’Induismo, il fuoco dell’irascibilità, che contraddistingue il temperamento di coloro che veloci si accendono, e invade i guerrieri che divengono furenti nel colmo della battaglia. C’è anche il temperamento contemplativo-filosofico “sattvico” e quello terragno-inerte “tamasico”, di cui un mio collega filosofo pitagorico-metafisico-bramino predicava molti dei nostri allievi. Non sono stato molto preciso, e chiedo venia, ma non sono studioso di filosofia orientale. Il tutto ha a che fare con la famosa tripartizione della società “aria” antica, ecc.

    Rispondi ↓
  11. Marco Simonelli

    Cari tutti commentatori,
    chiedo innanzitutto scusa se riprendo questo post soltanto adesso.
    Dunque: nei corsi di scrittura creativa incoraggiano chi si avvicina alla poesia a parlare di cose che conoscono, di oggetti e storie con cui il soggetto scrivente è venuto a contatto in vario modo. Corsi di scrittura a parte, credo sia il buon senso a far partire una scrittura da un’esperienza diretta.

    Come qui ha sottolineato Luca e come il testo stesso allude, “Violently Happy” è la narrazione di una narrazione. Fermo restando che stiamo parlando di soli due versi su cui sembra si sia riversata tutta l’attenzione (anche la mia, senza nulla togliere al resto) e che i gusti, come moltissime altre cose, sono opinabili, personali e soggetti a continui cambiamenti, mi viene da fare alcune considerazioni (che sperimento prima di tutto su me stesso, in relazione ai feedback di questo post, provando anche a fare qualche personalissima elucubrazione).

    Provo a immedesimarmi nel testo: come faccio a stabilire se un’espressione è necessaria? Io personalmente faccio delle prove, più che di gusto, di coerenza. Volendo fare un mini-workshop su un verso:
    “la punta del medio nell’orifizio anale” stona alquanto perchè, usando un termine medico, si ammanta d’una pruderie che non compete a questo testo.
    “la punta del medio dentro” lascia invece qualche dubbio (se ci si riflette, non è così scontato dove poi possa andare ad entrare, no?)
    Penso ad altre soluzioni formali ma proprio non mi vengono. Ma ci sarebbe da pensarci ancora. Qualcuno suggerisce?

    Dopo “Vaffanculo” di Marco Masini (mi sembra dati inizio anni ’90) la parola “culo” entra ufficialmente nella pop-song italiana. Escludo quindi che una tale sovraesposizione mediatica di un lemma possa essere passata invano.

    Distaccandomi: non è forse la parola “culo” a provocare una reazione (non stiamo a distinguere se positiva, negativa, di schifo, etc… un testo letterario e soprattutto poetico è fatto anche per questo, per far provare emozioni, di qualsiasi tipo). Credo che qui ciò che in teoria potrebbe provocare uno spiazzamento nel lettore sia il concetto di (mi esprimo in termini da anatomopatologo, anche se complicati) inserzione di un dito nell’orifizio anale associata ad un piacere frastornante.
    Ciò destruttura semplicemente un preconcetto anatomico, cioè che l’orifizio anale non possa esser fonte di piacere. Magari non per tutti, a qualcuno però si. Ci sarebbe da fare tutto un discorso sulla prostata che non ho la competenza necessaria per portare a termine.

    Ho pensato anche ad una decontestualizzazione della stessa azione descritta nei due versi di “Violently Happy”: siamo tutti italiani, qui, apparteniamo ad una cultura igienico sanitaria che prevede e fa largo uso del bidet. Beh, per quella che è la mia esperienza di igiene personale, l’azione descritta nei suddetti versi dovrebbe a rigor di logica essere praticata dalla stragrande maggioranza di noi, o no?

    Sto leggendo un saggio inglese in cui c’è un capitolo dedicato a tutta una serie di problemi simili, nella scrittura della poesia contemporanea. Come è possibile scrivere una poesia erotica senza scadere nella trivialità? E’ principalmente un fatto di omogeneità e coerenza formale. Ma se volessimo parlare di poesia erotica per “Violently Happy” a mio avviso saremmo fuori strada. Mi sembra che il testo accenni alla scelta di uno stile di vita. Ad una differenza.

    Sempre rimanendo in un ambito di problemi di espressione, mi viene in mente un bellissimo testo su un vaso da notte in “Rime di Argia Sbolenfi”.

    Inoltre (ultimissima cosa): anch’io, fin qui, mi sono ammantato dietro ad un preconcetto. Cioè che Baldoni abbia voluto offrire una scrittura/testimonianza. Non so se sia esattamente questo il caso, ci sarebbe da chiederglielo. Spesso si scrive anche delle nostre paure, di ciò che ci spaventa, di ciò che ci terorizza e paralizza. Di ciò che ci fa male, che ci uccide dentro. E se fosse questo il caso? Dopotutto, quella felicità, non è “violenta”? Non potrebbe accennare ad un sentimento di perturbante sconcerto?

    E’ anche qui, a parer mio, il dovere morale della scrittura, l’illuminare le paure, portare insomma una requie momentanea di luce laddove il buio paralizza.

    E questi due versi, per fortuna, l’hanno fatto.

    Rispondi ↓
  12. Marchesa

    un commento a quanto dice Giannino:

    “ti dico che non avrei impiegato questi versi non solo perché li trovo di una volgarità inutile e gratuita, ma soprattutto perché non riesco a ravvisarci neanche un briciolo di poesia. Se di poesia stiamo parlando. Se poi invece disquisiamo di un fatto di cronaca allora il discorso cambia.”

    Premettendo che non sono un’esperta di poesia, l’ho studiata, la leggo, conosco le raccolte di Luca da cui gli estratti. Pur non essendo all’altezza delle (a mio parere deliziose) disquisizioni di Marco (Ciao Marco!), preferisco mantenermi nel piccolo e muovere una semplice osservazione: perchè scindere “cronaca” e poesia, se per cronaca intendiamo esperienze di vita vissuta?
    Non è proprio la lezione novecentesca che insegna, ribadisce e nobilita quanto poesia e vita possano aderire l’una all’altra senza dover Sempre tenere a mente “l’esempio espressivo” della grande tradizione?

    A tal proposito suggerisco un’occhiata ai primi versi di Il PCI ai giovani del Pasolini, sottolineando, con un certo divertimento mio debbo confessare, l’osservazione tra parentesi che aggiunge ulteriore ironia al tutto e che, IMHO, dà il suo contributo anche in questo contesto.

    E una nota a Luca: rileggendo ora Archway Heights mi viene ancora una certa emozione. Resta una delle mie preferite. un bacio dalla Ciudad.

    Rispondi ↓
  13. Luca Baldoni

    Grazie Marco e Marchesa per le vostre osservazioni. In effetti cio’ che mi distanzia dalle prese di posizione di Pasquale e’ proprio una visione della poesia che lui non ha reso esplicita ma che chiaramente traspare. Piu’ che la presunta volgarita’ in se stessa, mi sembra infatti che a Pasquale abbia dato noia l’uso di determinate espressioni nella sfera poetica. Se si fosse trattato di un brano di prosa avrebbe eccepito allo stesso modo? Io penso di no, e mi chiedo allora perche’ la poesia debba negarsi degli ambiti che e’ tendenzioso sminuire come “cronaca”.

    Ovviamente a questo punto potremmo tornare al messaggio iniziale di Marco, e sottolineare come la poesia di determinate cose ne ha sempre parlato. Ma e’ anche vero che la storia letteraria vive di idealizzazioni ideologiche, che abbiamo alle spalle secoli di cristianesimo e di cultura sessuafoba e anti-corporale, per cui il Novecento si e’ duvuto rimboccare le maniche e procedere strappo dopo strappo per recuperare la sfera del corpo, della sensualita’, del vissuto sulla propria pelle, e rimetterlo al centro dell’attenzione senza moralismi e senza rimanere impantato nelle (per me assurde e antiquatissime) dicotomie alto/basso, corpo/spirito etc…

    Marchesa mi fa piacere ti sia piaciuta Archway Heights, e’ anche una delle mie preferite. Vivi a Londra?
    Ciao a tutti

    Rispondi ↓
  14. Pasquale Giannino

    Luca, ma non ti sembra esagerato tutto ‘sto sproloquio? In fondo stiamo parlando del buco del culo…

    Rispondi ↓
  15. Raffaello Fontanella

    Buongiorno Luca,
    sto tentando di contattarLa dietro richiesta del poeta Brane Mozetic che ha bisogno di parlarLe per un progetto letterario in collaborazione con
    Sandro Bertolucci
    Lillo di Mauro
    Saverio Maggio
    Lucio Micheli
    Spero che leggerà questa nota e avrà la possibilità di rispondermi all’indirizzo [email protected] così che possa passarLe tutte le informazioni necessarie.

    Grazie e saluti,
    Raffaello Fontanella

    Rispondi ↓
  16. Fabrizio Bregoli

    Mi chiedo: riletti oggi a distanza di qualche anno, questi testi genererebbero la stessa discussione sulla coppia di versi incriminati? O la poesia è già stata virata verso toni così espliciti da non sollevare nemmeno più sorpresa su quel dito medio?

    Rispondi ↓

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