L’uomo-lupo

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Licaone, signore d’Arcadia, per la sua inumanità venne mutato in lupo da Zeus. Ma il mito non dice dove e come sia morto.

(parlano due cacciatori)

Primo cacciatore. Non è la prima volta che s’ammazza una bestia.

Secondo cacciatore. Ma è la prima che abbiamo ammazzato un uomo.

Primo cacciatore. Pensarci non è fatto nostro. Sono i cani che ce l’hanno stanato. Non tocca a noi dirci chi fosse. Quando l’abbiamo visto chiuso contro i sassi, canuto e insanguato, sguazzare nel fango, coi denti più rossi degli occhi, chi pensava al suo nome e alle storie di un tempo? Morì mordendo il giavellotto come fosse la gola di un cane. Aveva il cuore della bestia oltre che il pelo. Da un pezzo per queste boscaglie non si vedeva un lupo simile o più grosso.

Secondo cacciatore. Io ci penso, al suo nome. Ero ancora ragazzo e già dicevano di lui. Raccontavano cose incredibili di quando fu uomo – che tentò di scannare il Signore dei monti. Certo il suo pelo era colore della neve scarpicciata – era vecchio, un fantasma – e aveva gli occhi come sangue.

Primo cacciatore. Ora è fatta. Bisogna scuoiarlo e tornare in pianura. Pensa alla festa che ci attende.

Secondo cacciatore. Ci muoveremo sotto l’alba. Che altro vuoi fare che scaldarci a questa legna? La guardia al cadavere la faranno i molossi.

Primo cacciatore. Non è un cadavere, è soltanto una carcassa. Ma dobbiamo scuoiarlo, altrimenti ci diventa più duro di un sasso.

Secondo cacciatore. Mi domando se, presa la pelle, si dovrà sotterrarlo. Una volta era un uomo. Il suo sangue fermo l’ha sparso nel fango. E resterà quel mucchio nudo di ossa e carne come di un vecchio o di un bambino.

Primo cacciatore. Che fosse vecchio non hai torto. Era già lupo quando ancora le montagne eran deserte. S’era fatto più vecchio dei tronchi canuti e muffiti. Chi si ricorda ch’ebbe un nome e fu qualcuno? Se vogliamo essere schietti, avrebbe dovuto esser morto da un pezzo.

Secondo cacciatore. Ma il suo corpo restare insepolto… Fu Licaone, un cacciatore come noi.

Primo cacciatore. A ciascuno di noi può toccare la morte sui monti, e nessuno trovarci mai più se non la pioggia o l’avvoltoio. Se fu davvero un cacciatore, è morto male.

Secondo cacciatore. Si è difeso da vecchio, con gli occhi. Ma tu in fondo non credi che sia stato tuo simile. Non credi al suo nome. Se lo credessi, non vorresti insultarne il cadavere perché sapresti che anche lui spregiava i morti, anche lui visse torvo e inumano – non per altro il Signore dei monti ne fece una belva.

Primo cacciatore. Si racconta di lui che cuoceva i suoi simili.

Secondo cacciatore. Conosco uomini che han fatto molto meno, e sono lupi – non gli manca che l’urlo e rintanarsi nei boschi. Sei così certo di te stesso da non sentirti qualche volta Licaone come lui? Tutti noialtri abbiamo giorni che, se un dio ci toccasse, urleremmo e saremmo alla gola di chi ci resiste. Che cos’è che ci salva se non che al risveglio ci ritroviamo queste mani e questa bocca e questa voce? Ma lui non ebbe scappatoie – lasciò per sempre gli occhi umani e le case. Ora almeno ch’è morto, dovrebbe avere pace.

Primo cacciatore. Io non credo che avesse bisogno di pace. Chi più in pace di lui, quando poteva accovacciarsi sulle rupi e ululare alla luna? Sono vissuto abbastanza nei boschi per sapere che i tronchi e le belve non temono nulla di sacro, e non guardano al cielo che per stormire o sbadigliare. C’è anzi qualcosa che li uguaglia ai signori del cielo: quantunque facciano, non han rimorsi.

Secondo cacciatore. A sentirti parrebbe che quello del lupo sia un alto destino.

Primo cacciatore. Non so se alto o basso, ma hai mai sentito di una bestia o di una pianta che si facesse essere umano? Invece questi luoghi sono pieni di uomini e donne toccati dal dio – chi divenne cespuglio, chi uccello, chi lupo. E per empio che fosse, per delitti che avesse commesso, guadagnò che non ebbe più le mani rosse, sfuggì al rimorso e alla speranza, si scordò di essere uomo. Provan altro gli dèi?

Secondo cacciatore. Un castigo è un castigo, e chi l’infligge almeno in questo ha compassione, che toglie all’empio l’incertezza, e del rimorso fa destino. Se anche la bestia si è scordata del passato e vive solo per la preda e la morte, resta il suo nome, resta quello che fu. C’è l’antica Callisto sepolta sul colle. Chi sa più il suo delitto? I signori del cielo l’hanno molto punita. Di una donna – era bella, si dice – fare un’orsa che rugge e che lacrima, che nella notte per paura vuol tornare nelle case. Ecco una belva che non ebbe pace. Venne il figlio e l’uccise di lancia, e gli dèi non si mossero. C’è anche chi dice che, pentiti, ne fecero un groppo di stelle. Ma rimase il cadavere e questo è sepolto.

Primo cacciatore. Che vuoi dire? Conosco le storie. E che Callisto non sapesse rassegnarsi, non è colpa degli dèi. E’ come chi va malinconico a un banchetto o s’ubriaca a un funerale. S’io fossi lupo, sarei lupo anche nel sonno.

Secondo cacciatore. Non conosci la strada del sangue. Gli dèi non ti aggiungono né tolgono nulla. Solamente, d’un tocco leggero, t’inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino. Questo vuol dire, farsi lupo. Ma resti quello che è fuggito dalle case, resti l’antico Licaone.

Primo cacciatore. Vuoi dunque dire che, azzannato dai molossi, Licaone patì come un uomo cui si desse la caccia coi cani?

Secondo cacciatore. Era vecchio, sfinito; tu stesso consenti che non seppe difendersi. Mentre moriva senza voce sulle pietre, io pensavo a quei vecchi pezzenti che si fermano a volte davanti ai cortili, e i cani si strozzano alla catena per morderli. Anche questo succede, nelle case laggiù. Diciamo pure che è vissuto come un lupo. Ma, morendo e vedendoci, capì di esser uomo. Ce lo disse con gli occhi.

Primo cacciatore. Amico, e credi che gl’importi di marcire sottoterra come un uomo, lui che l’ultima cosa che ha visto eran uomini in caccia?

Secondo cacciatore. C’è una pace di là dalla morte. Una sorte comune. Importa ai vivi, importa al lupo che è in noi tutti. Ci è toccato di ucciderlo. Seguiamo almeno l’usanza, e lasciamo l’ingiuria agli dèi. Torneremo alle case con le mani pulite.

A Cesare Pavese toccò in sorte di non poter seguire fino in fondo la sua più genuina e profonda ispirazione, che era di natura letterario-antropologica. Lo impedì la cultura della Sinistra di allora, fortemente sospettosa di tutto quel che avesse a che fare col mito e la religione. I Dialoghi con Leucò, che da giovane ho venerato e che hanno contribuito molto alla mia formazione, dei quali questo è uno dei più significativi, sono tutt’altro che una raccolta di raccontini mitologici classicheggianti, ma aprono un abisso di conoscenza che anticipa la speculazione di René Girard.

35 pensieri su “L’uomo-lupo

  1. vbinaghi

    D’accordo con la lettura che fai di quel libro di Pavese.
    Lo lessi troppo presto, e non lo capii affatto.
    Dopo Girard, diventa illuminante.
    A latere, la leggenda del licantropo esercita su di me un fascino strano. In linguaggio mitologico, è il contrario di quegli eroi rapiti in Cielo come Romolo che diventa Quirino. Rapito in terra, il licantropo, negl’inferi dell’istinto belluino: l’antidio di cui l’Olimpo ha bisogno per costituirsi in altezza. Il che mostra il carattere cosmologico più che teologico del mito greco.

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  2. francescomarotta

    Che ci crediate o meno, la domanda che segue nasce solo, e unicamente, da semplice curiosità di dilettante (del resto, “ubi maior…”, con tutto ciò che segue) a passeggio per la rete.

    Eccola.

    La riproposizione di questo testo pavesiano dai “Dialoghi” (grandissima opera), nasce dalla volontà di mostrare un aspetto poco conosciuto della produzione del nostro, per discutere nello specifico, o è solo un pretesto per parlare, ancora, e sempre negli stessi termini, dei “danni irreparabili” che la sinistra ha prodotto, da Adamo ed Eva fino al buco dell’ozono?

    Saperlo, per me, è estremamente importante: non vorrei correre il rischio di finire OT!

    fm

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  3. vbinaghi

    Se il mio commento di sopra ti pare procedere in tal senso, vuol dire che di danni la sinistra ne ha fatti proprio tanti.
    A te, per esempio.

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  4. Fabio Brotto

    A Valter. Io credo che quella del millenario rapporto tra l’umano e il lupo sia una delle storie più interessanti. Il lupo è profondamente inciso nella nostra memoria collettiva. E tra le mille cose strane è anche questa: che l’antenato del cane (stesso patrimonio genetico) sia in assoluto la belva meno addestrabile. Nessun lupo ha mai fatto esercizi in un circo, a differenza di leopardi, orsi, leoni, ecc. Che dalla belva meno addestrabile sia derivato l’animale domestico più addestrabile è un mistero profondo. E poi tutti quei nomi germanici col wolf di mezzo. E i proverbi. E le leggende. E i lupetti scout, ecc. ecc.
    E’ chiaro che il lupo rappresenta anche un sogno, o un incubo: quello di una fuoriuscita dalla civiltà. Il lupo incarna, meglio di qualsiasi altro animale, almeno in Occidente, la natura e i suoi terrori e la sua fascinazione. La parte iniziale di “Oltre il confine” di Cormac McCarthy ha sul lupo delle pagine mirabili.

    a Francesco. Quella nota sul rapporto tra Pavese e la cultura allora dominante era dovuto. Del resto, son cose che si sanno. Tuttavia giova ricordare quei fatti, che hanno segnato non solo la vita di Pavese, ma anche in generale l’orizzonte culturale italiano (si pensi a Nietzsche-tabù, ecc.), lasciando alla nostra debole Destra il monopolio di certi temi. Ma a me interessano i lupi e gli uomini-lupo…

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  5. francescomarotta

    Per la verità, Valter, la mia domanda era, molto chiaramente, indirizzata all’autore del post, e nasceva unicamente dalla “mia” incapacità di collegare il testo di Pavese con la sua chiosa finale. Incapacità “mia”, ripeto e ribadisco. Ognuno ha i suoi limiti. A me manca, tra le altre cose, questa, per altri naturale, intuizione/connessione dei “passaggi” sottaciuti. O sottacèti.

    Vuol dire che, prima o poi, bisognerà provvedere ad aggiornare i vecchi proverbi. Dalle mie parti, sempre a questo proposito, ce n’è (ce n’era?) uno che dice (diceva?): “chi domanda, non fa errori”.

    Io avevo solo posto una domanda.

    *

    Sulle ventotto parole (28), più due (2) virgole, più due (2) punti che usi al n.3, non ho niente da dire.

    fm

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  6. Fabio Brotto

    Per precisare meglio la mia chiosa al testo. Nell’immediato dopoguerra Cesare Pavese lavorò con Ernesto De Martino ad una collana Einaudi di studi etnologici, religiosi e psicologici, in cui dovevano comparire autori come il grande Mircea Eliade, e altri, che secondo la cultura marxista allora dominante in Einaudi si erano compromessi con l’irrazionalismo (“di destra”). De Martino voleva pubblicare i saggi di costoro anestetizzandoli con grandi apparati critici che li rendessero inoffensivi per i lettori, Pavese era per i testi nella loro forza originaria. Di qui un grande tormento per il povero Pavese. Sono dati storici, non mie interpretazioni.

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  7. mbaldrati

    a parte che il fabio brotto ci ha il lanternino o il radar o il sonar che lo fanno accorrere ogni volta che c’è un testo dove c’è un po’ di sangue e viulentia, e arriva con le orecchie che vibrano come lo spinnaker di luna rossa, la frase sui danni della sinistra è proprio ridicola. pavese i problemi li aveva con se stesso, con la propria solitudine interiore, con la propria misoginia (che non gli ha impedito, per fortuna, di scrivere anche capolavori con donne protagoniste), col proprio senso di fallimento.

    comunque consolatevi: alle prossime elezioni ci sono già pronti i volti nuovi di berlusconi, flavio briatore e il fot(t)ografo corona (magari anche lele mora), che ripareranno a un po’ danni, và.

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  8. francescomarotta

    Continua ancora a sfuggirmi, sempre per incapacità mia, s’intende, il nesso tra l’uomo lupo e i famosi “impedimenti” di cui tu parli, ma grazie per la risposta: almeno mi aiuti a capire che i miei eventuali commenti sarebbero clamorosamente OT.

    Permettimi di lasciarti, prima di abbandonare la “foresta”, una riflessione (magari esagero coi termini, vista la fonte, ma passamela come tale).

    Se io posto, mettiamo, le venti trenta righe del famoso esempio di cui Pirandello si serve per spiegare la differenza tra avvertimento e sentimento del contrario (ricorderai sicuramente l’anziana signora…) e poi, come nota a fondo pagina, scrivo: “… perchè, comunque, non va dimenticata l’adesione di Pirandello al fascismo…” – ebbene, secondo te, c’è la possibilità che a qualcuno venga in mente di chiedermi che nesso mai possa esistere tra testo e chiosa, se, oltretutto, ho titolato il mio pezzo “Tinture e maquillage”?

    fm

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  9. Fabio Brotto

    Lei Baldrati dimostra di non conoscere molto le vicende culturali del dopoguerra e di Pavese, mi consenta. Tra l’altro, è nota e pubblica la corrisponenza tra Pavese e De Martino: se la legga. Imparerà che Pavese non aveva problemi solo col suo poco efficiente pisello, come Lei sembra credere. Era culturalmente molto impegnato, non pensava sempre e solo al suo personale vissuto. Crede poi forse anche che io sia Berlusconiano? O forse una Guardia di Ferro? O una Croce frecciata? Lei ignora molte cose. Un po’ troppe per i miei gusti.

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  10. Fabio Brotto

    Francesco, il tuo esempio pirandelliano non c’entra molto. Il fascismo di Pirandello è del tutto esterno all’opera,nonostante le convinzioni politiche dell’autore, qui l’opera di Pavese è invece intrinsecamente mitologica. L’esempio di P. calzerebbe se fosse un pezzo “comunista” che avesse posto problemi a Pirandello vivente in un milieu fascista. Tutti i Dialoghi pavesiani sono mitologici, la Sinistra culturale di allora era avversa a tutto ciò che sapeva di mito. A questo punto chi vuol capire capisca, chi non vuole non capisca. A me, ripeto, interessa la capacità di Pavese di scorgere la verità del mito.

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  11. Fabio Brotto

    A Valter. Rispetto al tuo 1. Io direi che più che cosmologico, il mito è antropologico. E, tutto sommato, è buona antropologia, visto che sull’umano ha ancora molto da dire, mentre sul cosmo no.

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  12. Fabio Brotto

    Giorgio Agamben scrive nel suo “Homo sacer” (Einaudi, guarda caso non più quella di Pavese):

    “Tutto il carattere del sacer esse mostra che esso non è nato sul suolo di un ordine giuridico costituito, ma risale invece fino al periodo della vita pre-sociale. Esso è un frammento della vita primitiva dei popoli indoeuropei… L’antichità germanica e scandinava ci offrono al di là di ogni dubbio un fratello dell’homo sacer nel bandito e nel fuorilegge (wargus, vargr, il lupo e, in senso religioso, il lupo sacro, vargr y veum)… Ciò che si considera come una impossibilità per l’antichità romana–l’uccisione del proscritto al di fuori di un giudizio e del diritto–è stata una realtà incontestabile nell’antichità germanica ” [Jhering, L’esprit du droit romain, trad.fr. Parigi 1886, vol.I, p. 282].

    Jhering è stato il primo ad accostare con queste parole la figura dell’homo sacer al wargus, l’uomo-lupo, e al friedlos, il ” senza pace ” dell’antico diritto germanico. Egli poneva così la sacratio sullo sfondo della dottrina della Friedlosigkeit, elaborata verso la metà del XIX secolo dal germanista Wilda, secondo il quale l’antico diritto germanico si fondava sul concetto di pace (Fried) e sulla corrispondente esclusione dalla comunità del malfattore, che diventava perciò friedlos, senza pace, e, come tale, poteva essere ucciso da chiunque senza commettere omicidio. Anche il bando medievale presenta caratteri analoghi: il bandito poteva essere ucciso (bannire idem est quod dicere quilibet possit eum offendere: Cavalca [Il bando nella prassi e nella dottrina medievale, Milano 1978, p.42] o era addirittura considerato già morto (exbannitus ad mortem de sua civitate debet haberi pro mortuo: ibid., p.50). Fonti germaniche e anglosassoni sottolineano questa condizione limite del bandito definendolo uomo-lupo (wargus, werwolf lat. garulphus, da cui il francese loup garou, lupo mannaro): così la legge salica e la legge ripuaria usano la formula wargus sit, hoc est expulsus in un senso che ricorda il sacer esto che sanciva l’uccidibilità dell’uomo sacro e le leggi di Edoardo il Confessore (1130-35) definiscono il bandito wulfesheud (letteralmente: testa di lupo) e lo assimilano a un lupo mannaro (lupinum enim gerit caput a die utlagationis suae, quod ab anglis wulfesheud vocatur). Quello che doveva restare nell’inconscio collettivo come un ibrido mostro tra umano e ferino, diviso tra la selva e la città–il lupo mannaro–è, dunque, in origine la figura di colui che è stato bandito dalla comunità. Che egli sia definito uomo-lupo e non semplicemente lupo (l’espressione caput lupinum ha la forma di uno statuto giuridico) è qui decisivo. La vita del bandito–come quella dell’uomo sacro–non è un pezzo di natura ferma senz’alcuna relazione col diritto e con la città; è, invece, una soglia di indifferenza e di passaggio fra l’animale e l’uomo, la physis e il nomos, l’esclusione e l’inclusione: loup garou, lupo mannaro, appunto, né uomo né belva, che abita paradossalmente in entrambi i mondi senza appartenere a nessuno.

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  13. francescomarotta

    Passo e chiudo.

    Molto probabilmente, allora, non sono il solo che non capisce il “senso” e i “nessi”: sto parlando di coerenza, di rapporto diretto, causa-effetto, che non colgo, mi si consenta, tra il contenuto del post – un esempio dell’indagine pavesiana sul mito: credo di averne avuto “sentore”, e non da oggi – e la notazione finale. Che avrebbe più significato, almeno dal punto di vista di una eventuale ricostruzione storiografica, se uno avesse scritto una pagina critica sulla persistenza di questo tema in Pavese.

    Se io presento una pagina nella quale Dante parla della sua ricezione dell’universo tolemaico, quale chiosa ti aspetteresti? Non certo una mia nota che dica della sua appartenenza, o presunta tale, ai guelfi bianchi. Almeno spero.

    Come vedi, ho fatto, volutamente, un altro esempio assolutamente decontestualizzato, così come il precedente. Ma la decontestualizzazione non riguarda, e non può (bisognerebbe fossi “imbecille” del tutto a muovermi in quest’ottica, almeno altrettanto “immaturo” di chi la recepisse come tale), il tema, l’argomento del post, piuttosto il nesso causa-effettuale tra il testo, nella sua datità, e la successiva conclusione (che al limite, forzando il forzabile, potrebbe rappresentarne al massimo una premessa): ebbene, questo “nesso” manca assolutamente: tanto nei miei due esempi, quanto nel tuo post.

    Ed era solo una constatazione, non una critica.

    Qualora comparisse un post, tipo “Pavese e il mito”, tutte le suggestioni a cui fai cenno, contestualizzate, assumerebbe ben altra valenza. E se ne potrebbe discutere: dati e testi alla mano. Senza preclusioni e pregiudizi.

    Invece lì, quella frasetta, denuncia unicamente la vera intenzione del post stesso.

    I miei saluti a tutti e buon proseguimento.

    fm

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  14. Fabio Brotto

    Francesco Marotta, se dopo il mio post 14 scrivi ancora “quella frasetta, denuncia unicamente la vera intenzione del post stesso” vuol dire che non hai capito nulla, o non vuoi capire nulla dei miei intenti, ma sei convinto di aver capito. Pazienza.

    Rispondi
  15. francescomarotta

    Fabio, mi sembra di aver detto di essere fermo al n.11. Non attribuirmi dietrologie che non mi appartengono. A partire, ad esempio, proprio dal “capire”. Io non ho mai capito niente, e di questo sono infinitamente grato alla vita: perché è solo questa deficienza che mi spinge ancora a “cercare”.

    Risaluti bis.

    fm

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  16. mbaldrati

    oh, povero brotto, così squisito che mi dà pure del “lei”, non lo capiscono, lo travisano. e poi lui sa che io non so nulla “della situazione culturale del dopoguerra”. Si dà il caso che con due esami di storia contemporanea, uno monografico sulla storia del pci, una mezza idea me la sono fatta. il brotto scambia le diversità di opinioni, critiche più o meno accese (e persino sbagliate, ma chi non sbaglia?), accuse ecc. per “i danni della sinistra”, mentre i demoni interiori di pavese, uno degli scrittori più tormentati della storia, sono questioni secondarie. Dai, su, tira fuori pure vittorini, e il voltafaccia di calvino su fenoglio, quanti proverbi ci sono per illustrare i danni della sinistra? Quindi oprima di darmi dell’ignorante, o mio supponente amico, guardati allo specchio.

    Invece sarebbe ora di abbandonare i proverbi, le battute da bar sport alla brotto, le sovrastrutture e prendere in considerazione, finalmente, l’uomo.

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  17. Fabio Brotto

    Abbandonare le battute da bar sport alla Brotto, e adottare la sapienza di Baldrati, che si fa le mezze idee con gli esami sulla storia del PCI. Caspita. Com’è profondo. Mi ha convinto.

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  18. Luca Ariano

    Eccovi una Bibliografia (recente) fondamentale per tracciare un discreto profilo storico del PCI. Naturalmente la bibliografia è smisurata ma questo è un buon punto di partenza.

    Paolo Spriano: Storia del Partito Comunista Italiano – Einaudi, Torino, 1967-1975 – 5 volumi
    Aldo Agosti: Storia del Partito comunista italiano 1921-1991. Roma-Bari: Laterza, 1999
    Giorgio Galli: Storia del PCI. Milano: Kaos edizioni, 1993
    Luciano Barca: Cronache dall’interno del vertice del PCI. Rubbettino editore, 2005

    Un caro saluto

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  19. Gian Ruggero Manzoni

    Brotto scrive. “A Cesare Pavese toccò in sorte di non poter seguire fino in fondo la sua più genuina e profonda ispirazione, che era di natura letterario-antropologica. Lo impedì la cultura della Sinistra di allora, fortemente sospettosa di tutto quel che avesse a che fare col mito e la religione. I Dialoghi con Leucò, che da giovane ho venerato e che hanno contribuito molto alla mia formazione, dei quali questo è uno dei più significativi, sono tutt’altro che una raccolta di raccontini mitologici classicheggianti, ma aprono un abisso di conoscenza che anticipa la speculazione di René Girard”… cari amici, fratelli, compagni e camerati (così li metto tutti), senza voler prendere le difese di Fabio, che sa bene come difendersi, così come senza voler ledere minimamente l’essere in vita e in arte di Baldrati e Marotta, uomini, intellettuali e creativi che stimo perché di valore e di sincerità, mi sento di dire che condivido obiettivamente quel che Brotto ha sottolineato, poi, se da ciò, si prendono tangenti e il dialogo-scontro diventa altro, beh, sono cavoli vostri, ma è innegabile che alla sinistra puzzava (e ancora puzza) sia mito che mitologema (seppure anch’essa super farcita da tali componenti… ora non più, almeno una parte di essa… visto che i ‘traditori’ imperversano in ogni campo… e ci siamo capiti), così come è vero che Pavese ebbe non poche critiche dai suoi stessi compagni per certe ‘leggerezze’ intellettuali non in linea, e così le definì Amendola sull’Unità. Cmq lanciare queste ‘palle’ per far riflettere su ciò che è stata la storia italiana fino al 1991, nello specifico fino al 31 gennaio 1991, quando si aprì a Rimini il XX e ultimo congresso del Pci, non mi pare, mai, tempo perso… visto che la Cosa, a mio modesto avviso, ha portorito non belle ‘cose’. Ma vi lascio al vostro schermare. Grazie per gli spunti.

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  20. lucaariano

    Concordo con questa analisi precisa e puntuale di Gian Ruggero!Premesso che ho molto amato i Dialoghi con Leucò e, in una fase importante della mia formazione culturale, sono stati importantintissimi così come tutta l’opera di Pavese che ho letto e riletto, preferisco “Lavorare stanca” e “La luna e i falò”. Ma è un mero fatto di gusto e sentire.

    Un caro saluto

    Rispondi
  21. Fabio Brotto

    Per continuare sul piano delle “chiacchiere da bar sport” che tanto piacciono a quel bonhomme di Baldrati, aggiungerò che il sospetto della cultura della Sinistra italiana nei confronti del discorso sul mito è storicamente ben spiegabile se pensiamo all’uso della mitologia fatto dal fascismo e soprattutto dal nazismo. Un ruolo importante e meritorio nella distinzione concettuale tra mito reale (antico e “primitivo”) e mito moderno, utilizzato dai regimi totalitari di destra ai fini del dominio ha avuto l’opera di Furio Jesi. Jesi ha introdotto il concetto del mito “tecnicizzato”, ovvero creato ad arte da individui o circoli chiaramente individuabili al fine di dominare le masse (quali i miti elaborati dagli intellettuali nazisti sugli Ariani ecc.), come distinto dai miti veri e propri, di cui non è possibile risalire ad un “autore” (come erano quelli greci che interessavano a Pavese).

    Visto che qui siamo tra poeti, sarebbe interessante vedere la pozizione di D’Annunzio, con la sua idea dell’artista mitopoieta, la cui parola deve plasmare la massa (vedi “Il fuoco”).
    Il barista mi caccia fuori. Trova le mie chiacchiere di infimo livello. Scusate…

    Rispondi
  22. mauro baldrati

    Gianruggero, sottolineato cosa? I danni della sinistra da bar sport di Brotto cosa sarebbero? Sul dramma della sinistra del dopoguerra, almeno fino agli anni settanta, sono stati scritti vari libri. Segnalo, tra i più recenti, quello della Rossanda, da me recensito qui: http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/07/un_romanzo_poli.html
    e quello di Ingrao. La situazione ormai è stata abbondantemente analizzata: una sorta di schizofrenia dovuta a un prolungamento di fedeltà all’URSS e la ricerca di una via italiana al socialismo, con una chiusura miope e a tratti aggressiva verso i movimenti che sfuggivano a un controllo politico di partito e/o ideologico. Sulle presunte censure a Pavese fatte dalla sinistra e ad altri scrittori, ci sono state critiche, attacchi, tutto quello che vuoi, ma Pavese ha continuato a scrivere, a pubblicare e a tradurre gli americani.

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  23. lambertibocconi

    A proposito di miti: Furio Jesi è davvero un mito. Mi pare fra l’altro che non se lo fili molto nessuno.

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  24. Fabio Brotto

    Bonhomme Baldrati, io ho semplicemente detto che la cultura della Sinistra di allora ha posto seri problemi allo sviluppo della “collana viola” della Einaudi nel senso che Pavese auspicava e che confliggeva con quello desiderato da De Martino. Si trattava di rilievo puntuale,e per nulla mio soggettivo, e non di critica generalizzata alla Sinistra, e i danni di cui Lei parla sono quelli subiti dall’interesse culturale specifico di Pavese. D’altra parte, non mi sognerei mai di attaccare nel Suo senso della “chiacchiera da bar” la politica culturale del nascente PD, e neppure quella di Rifondazione, e nemmeno quella del PCI dal 1975 in poi (che peraltro a Venezia ho conosciuto da vicino, molto da vicino, diciamo). Tanto perché Lei abbia un qualche sentore dei miei orientamenti politici,che non preciso ulteriormente, non si sa mai. Ma già, Lei mi ha etichettato come Berluschino. Va’ a capi’ i bonhommes!

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  25. mauro baldrati

    Brotto, non menare il can per l’aia, come fai di solito. Hai scritto: “A Cesare Pavese toccò in sorte di non poter seguire fino in fondo la sua più genuina e profonda ispirazione, che era di natura letterario-antropologica. Lo impedì la cultura della Sinistra di allora, fortemente sospettosa di tutto quel che avesse a che fare col mito e la religione.” Questo vuol dire che la sinistra esercitò delle censure su Pavese che gli impedirono di scrivere e pubblicare. Questo non è vero, è una tua boutade da bar sport. Ci sono state pressioni, critiche, accuse sbagliate, sgradevoli, come da sinistra si è attaccato chi non celebrava la Resistenza secondo i canoni ortodossi e molto altro, ma non censure, come hai scritto. Le censure, cioè il divieto per legge di scrivere certe parole, nei libri, nelle canzoni, è stata gestita e imposta dai governi democristiani.

    E poi, questo tuo atteggiamento infantile di darmi del lei e così via è ridicolo, renditi conto. Anche il tuo sarcasmo è infantile. Devi crescere, io non sono quell’uomo nero cattivo che ti ha fatto tanta paura da piccolo e ti ha reso quello che sei. Sembri l’infante che cerca di fare la voce grossa, ma la sua voce è sottile, un po’ patetica.

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  26. Fabio Brotto

    Ma tu, Bonhomme Baldrati, non sai far altro che sminuire i tuoi avversari? Non ti rispondo per le rime solo perché non sono a casa mia.

    Come puoi essere poi tanto ingenuo da pensare che le censure siano solo quelle aperte e istituzionali dei regimi fascisti e comunisti? Non sai che ci sono anche autocensure indotte dalla fede politica che si vorrebbe abbracciare fino in fondo? E io non ho parlato di impedimenti a pubblicare in genere, ma di pubblicare quelle cose nei modi che Pavese voleva. Sono fatti, non mie opinioni. Solo che tu, essendo il bonhomme che sei, ed essendo prevenuto nei miei confronti come ciascuno leggendo il thread può facilmente constatare, non ti sforzi di leggermi attentamente (per le chiacchiere da bar non ne vale la pena, nevvero?). Non è qui del tutto il caso di Pavese, il quale combatté con de Martino, ecc. Ma, come dissi, occorre leggere il carteggio Pavese- De Martino. E poi, i bonhommes sono portati al pensiero semplice, e la complessità li impaurisce, altro che le grullerie sull’uomo nero.

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  27. mauro baldrati

    Brotto, ti ripeto di non menare il can per l’aia, che è il tuo sport preferito (ah, no, il tuo sport preferito è massacrare gli animali indifesi, dimenticavo). Hai scritto che a Pavese fu impedito (hai usato “impedì”, cerca di non esagerare col cazzeggio) di seguire le sue ispirazioni, per colpa della sinistra. E’ una boutade da bar sport, perché non puoi motivarla, se non con balbettii su diversità di opinioni ecc. Impedire è ben altro. Si impedisce per legge, non con pressioni culturali o autocensure. Io ho scritto che il problema di Pavese era soprattutto se stesso, come il tuo problema sei tu stesso, basta vedere come usi il termine bonhomme, a me riferito (in effetti io sono una persona buona, a differenza di te, che sei uno spaccone coi piedi di burro) come insulto. Questo la dice lunga sulla tua persona.

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  28. Domenico Lombardini

    andatece piano, aho!!! mi fate venire in mente un sonetto di Pascarella!!

    Diceva bene Checco a l’osteria:
    “Ogni omo deve avécce er suo pensiero”.
    Pensi bianco? Si un antro pensa nero,
    rispetteje er pensiero e cusì sia.

    Vor di’, si te ce trovi in compagnia,
    je pòi di’: — Tu te sbaji… Nun è vero… —
    Ma, sempre semo lì, vacce leggero,
    perché ar monno, ce vo’ filosofia.

    E scrivetelo drento a la ragione,
    che fra l’omo e er principio cambia aspetto.
    Io defatti, si in quarche discussione

    trovo che di’ co’ quarche giovenotto,
    quello che sia principio lo rispetto,
    ma quello che sia omo lo scazzotto.

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  29. Fabio Brotto

    Baldrati, ho appena promesso a Fabrizio di non risponderti più. Questa volta lo giuro sulle acque dello Stige (tanto per rimanere nella mitologia): mai più scambierò post col Baldrati,che è un uomo buono (veramente io usavo bonhomme nel senso di “homme simple, peu avisé et crédule”, ma vabbè). Scrivi di me tutto quello che ti pare, e addio.

    Ma vorrei tornare sul vero argomento del post, che non è la Sinistra né l’odio che per me nutre il Baldrati.

    In un altro dei Dialoghi, Pavese torna sul tema che abbiamo visto, quello della ferinità e dell’umanità, con la storia di Ippolito, resuscitato da Artemide/Diana e portato in Italia a prestrle culto sui monti col nome di Virbio. Eccone la conclusione.

    Diana. Dunque, Virbio, è tutto qui? Vuoi compagnia?

    Virbio. Tu lo sai ciò che voglio.

    Diana. I mortali finiscono sempre per chiedere questo. Ma che avete nel sangue?

    Virbio. Tu chiedi a me che cosa è il sangue?

    Diana. C’è un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l’altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco così bene. So che è per voi vita e destino.

    Virbio. Già una volta l’ho sparso. E sentirlo inquieto e smarrito quest’oggi, mi dà la prova che son vivo. Né il vigore delle piante né la luce del lago mi bastano. Queste cose son come le nuvole, erranti eterne del mattino e della sera, guardiane degli orizzonti, le figure dell’Ade. Solamente altro sangue può calmare il mio. E che scorra inquieto, e poi sazio.

    Diana. A pigliarti in parola, tu vorresti sgozzare.

    Virbio. Non hai torto, selvaggia. Prima, quando ero Ippolito, sgozzavo le belve. Mi bastava. Ora qui, in questa terra dei morti, anche le belve mi dileguano tra mano come nubi. La colpa è mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.

    Diana. Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.

    Virbio. Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice.

    Qui, anticipando gli studi di Vernant, Detienne, Burkert, ecc., Pavese coglie la distanza tra la caccia (Diana) e la guerra e l’omicidio (Ares). Diana/Artemide come dea del confine, della zona tra natura e campi coltivati, della soglia tra l’umano e il ferino, cui l’esercito elleno sacrificava una capra prima della battaglia, perché preservasse i guerrieri dall’oblio di ciò che è umanità.

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  30. mauro baldrati

    Brotto, se non vuoi rispondermi cavoli tuoi. Neanch’io sono interessato scambiare post con te, però sappi che, ogni volta che uscirai con cose disdicevoli, come più volte hai fatto, non te la farò passare liscia. Dillo pure a Fabrizio.

    Poi io non ti odio, mi sei sostanzialmente indifferente, anche se il mondo deve pagare un prezzo per te (leggi, i tuoi massacri di animali inermi).

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  31. Fabio Brotto

    Concludo la sfilza dei miei commenti riportando una delle più belle poesie di Ungaretti, “Caino”. (da “Sentimento del tempo”)

    Corre sopra le sabbie favolose

    E il suo piede è leggero.

    O pastore di lupi,

    Hai i denti della luce breve

    Che punge i nostri giorni.

    Terrori, slanci,

    Rantolo di foreste, quella mano

    Che spezza come nulla vecchie querci,

    Sei fatto a immagine del cuore.

    E quando è l’ora molto buia,

    Il corpo allegro

    Sei tu fra gli alberi incantati?

    E mentre scoppio di brama,

    Cambia il tempo, t’aggiri ombroso,

    Col mio passo mi fuggi.

    Come una fonte nell’ombra, dormire!

    Quando la mattina è ancora segreta,

    Saresti accolta, anima,

    Da un’onda riposata.

    Anima, non saprò mai calmarti?

    Mai non vedrò nella notte del sangue?

    Figlia indiscreta della noia,

    Memoria, memoria incessante,

    Le nuvole della tua polvere,

    Non c’è vento che se le porti via?

    Gli occhi mi tornerebbero innocenti,

    Vedrei la primavera eterna

    E, finalmente nuova,

    O memoria, saresti onesta.

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  32. fabry2007

    per chiarezza devo dire che non ho preso le parti né di Mauro né di Fabio: ho solo fraternamente invitato a non proseguire in quello che mi appariva come un inutile botta e risposta.
    un caro saluto
    fabrizio

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