Gianmario Lucini, Dieci testi

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G, Mahler, Sinfonia n.1, Il Titano

Sto saldamente dove m’ergo eppure spargo

dita e braccia al cielo – e sono cielo

e vento e nube -. Il mare

nella bisaccia, una conchiglia per cappello

mi godo questa stretta vita,

camicia lisa che non mi veste e benedico

l’attimo presente che mi vede

gigante d’un passo varcare l’orizzonte,

sparire, lasciarmi il nulla alle spalle

– e una scia di colore.

*

Oblomov

Nel giorno dell’inizio possedevo un bel sestante

un bagliore di pugnale, un sorriso vincitore,

l’irresistibile grazia dei santi

il passo proteso, il cuore in avanti

verso una gioia nuova, la prima, incontenibile

gioia del movimento

– ma fu un giorno soltanto, il primo,

l’errore benigno che regala ogni lacrima

dal niente all’eterno.

Nel giorno

dell’inizio accesi un mondo altro

parallelo,

chissà se falso o vero – ma l’importanza

di questo vero è soltanto relativa

all’angoscia di morte

a quell’orrido vuoto oltre il dopo che m’inchioda

nella penombra, su un divano

a cercare il coraggio d’iniziare

o di finire.

*

Mater dolorosa

Io sono ambigua natura

femmina e maschio, chiarezza e mistero,

il passo dietro il battente, il respiro

del vento nella casa abbandonata.

Come potresti non amarla questa sfida che inebria

desiderio creaturale che venga dalla notte

che dal nulla appaia facendosi carne,

voce

e che felicità sarebbe bagnarti di una luce

che incapace di scemare e mescolarsi col tutto

dubbioso dello spazio e del tempo ti danni

a una felicità che non ha senso

senza un dolore…

Io sono

il buio che ferisce la carne, ti risveglia

e ti fa vivere davvero.

L’età delle Veneri

Il suo canto appena cantato si spense

sulle labbra di lei; rimase il ventre

vuoto come un guscio antico

devastato.

Ancora

lo scettro a volte riluce nella notte

– ma è una notte, questa, eterna di caligine

e sempre più tenebra s’addensa

risucchia ogni luce –; incurante

siede su un trono regale e attende

che passi l’ora del male, che sorga

l’aurora dopo il macello.

*

Ai tiranni democratici del ‘900

Ho l’abitudine a volere

sottraendo alla libertà il pungolo del male

per sedare la sua bestia nel canto imbonitore.

Ho l’azzurro di un canone antico

teorie semplici ed essenziali

ho la forza del bene, la sua

incommensurabile noia

e l’immenso

tempo della storia trascorso a mimare

la potenza di Dio

imporre grazia a legioni infernali

(sana quod est saucium, rege quod est devium)

col ferro e col fuoco (fove quod est frigidum)

perché di me resti il segno nel mare e nel vento

e in ogni cosa che senza

l’esattezza d’un canone si muova.

*

Agli integralisti di ogni religione

Siamo tutti padri figli e figli dei figli

mitezza e luminosità di padri e madri, saggezza

di parole, genitivo verbo a profusione

a memento di generazioni

camminiamo su arcobaleni come asceti

della ragione

– ma poi meniamo

basso quando scocca l’ora

della follia e la parola si fa lama

coltello la mano e il cuore

trabocca di sé in un bagno di veleno.

E dunque siamo l’uno il doppio il tutto nel simbolo

dell’unità divisa

siamo pronti a dare la vita per un bimbo che soffre

ma poi siamo apocalisse

per una sola parola

che scissa

esce rauca dalla gola.

*

A un vecchio amore

Sei stata la dea improvvisa

e mio profondo,

parole trovate dove cade ogni tempo

e il significante rattrappisce in una semplice

mimica del volto;

ho amato il tuo sembiante con la segreta

angoscia del lutto

(ricorda lo strazio del bivio

fra due sentieri che portano a niente)

mentre l’umile stella del mattino

lenta si spegneva, incombeva

la notte degli occhi.

E poi bagliori d’incendi, alluvioni

– soltanto il cielo nero

concedeva un varco.

*

Ai politici di sinistra

I carri del vinti e dei vincitori

sono i medesimi carri e soltanto per gioco

la storia issa a bordo ora l’uno ora l’altro

degli attori del grande macello – la storia

è l’amore infedele di noi che dormiamo

nel suo letto sospirando paradisi

e dèi amici – e il carro con fragore

procede fra impennate di cavalli,

li guidano eroi che sembrano immortali

ma sono miti soltanto, di seconda mano

– da sempre lo sappiamo

ma poi fingiamo di ignorarlo,

facciamo ala, al fragore applaudiamo,

lasciamo che roda dentro quel tarlo

della ragione e fin che vola, il carro,

sogniamo con lui di volare.

*

Ai politici di destra

Ci sono grida che svegliano Dio

di soprassalto dalla pace della sua assenza,

lo toccano dritto al cuore ed Egli geme;

né può fare altro

non può turbare l’armonia perversa

della nostra assenza – noi che presenti

chiudemmo occhi e orecchie ad ogni grido

e quel che ci esce dalla bocca è sbraito soltanto

sgraziato d’animale

razionale

che grida e soffoca ogni grido.

*

Ai gerarchi della chiesa

Era meglio starsene stiliti al sommo di un’etica

nutrire l’anima di verità assolute

rivelate dagli accoliti

di un dio vetusto e sanguinario

liberato da una caverna che Cristo

il grazioso un tempo chiuse; era meglio

la crudeltà antica dei papi medioevali

il furore dei santi e degli eretici, il pauroso

oscillare tra bene e male senza mentire

a noi stessi ma soltanto al mondo intero

col sorriso del giusto affilando pugnali.

Oggi siamo tutti monaci del male

che combatte altro male perché il bene trionfi;

Cristo nel tempo s’è dissolto, è asceso

al cielo e se ne sta in disparte

a meditare

la Chiesa fa affari coi poteri secolari,

l’eternità e finita

– ci rimane soltanto una vita

di dubbi e macelli razionali,

un cuore fradicio di noia

o misteriosa nostalgia.

7 pensieri su “Gianmario Lucini, Dieci testi

  1. violaamarelli

    bellisimo il Titano con la scia di colore e la trasparente ira dolcissima di chi non si rassegna
    al male, in bilico tra profetica invettiva ed elegia, come sempre nei migliori versi di Gianmario, un carissimo saluto, Viola

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  2. robertorossitesta

    “benedico
    l’attimo presente”:
    difficile sapienza, se mantenuta insieme al “bel sestante” del giorno dell’inizio forse la felicità potrebbe avere senso anche senza dolore, e magari non ci sarebbero rischiosissime avventure da confidare alla carta.
    O forse no.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. Stella M.

    “mi godo questa stretta vita,

    camicia lisa che non mi veste e benedico

    l’attimo presente che mi vede

    gigante d’un passo varcare l’orizzonte”

    “e che felicità sarebbe bagnarti di una luce

    che incapace di scemare e mescolarsi col tutto

    dubbioso dello spazio e del tempo ti danni

    a una felicità che non ha senso

    senza un dolore… ”

    “siamo pronti a dare la vita per un bimbo che soffre

    ma poi siamo apocalisse

    per una sola parola

    che scissa

    esce rauca dalla gola.”

    Vivere sempre, intensamente, con il coraggio di chi ha paura e la bramosia di chi nasce.

    Grazie Gianmario e scusa se solo ora ti conosco.
    grazie Fabrizio

    Stella

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  4. gianmario

    Ringrazio per tutti i ringraziamenti! ;o)
    Queste poesie le ho scritte per l’uomo (e ovviamente le donne), con le sue grandezze, le sue inanità, le paure, le vacuità. Mi piace come sono gli uomini (e le donne) :o) e nello stesso tempo mi terrorizza. Ringrazio perché le poesie sull’uomo in genere sono poco apprezzate.
    Ciao

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  5. francescaromana

    mahler è il mio compositore preferito, il titano però secondo me non è la sua più bella sinfonia che rimane la nona: sublime!

    bella poesia questa di lucini.

    ciao

    francescaromana

    Rispondi

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