G, Mahler, Sinfonia n.1, Il Titano
Sto saldamente dove m’ergo eppure spargo
dita e braccia al cielo – e sono cielo
e vento e nube -. Il mare
nella bisaccia, una conchiglia per cappello
mi godo questa stretta vita,
camicia lisa che non mi veste e benedico
l’attimo presente che mi vede
gigante d’un passo varcare l’orizzonte,
sparire, lasciarmi il nulla alle spalle
– e una scia di colore.
*
Oblomov
Nel giorno dell’inizio possedevo un bel sestante
un bagliore di pugnale, un sorriso vincitore,
l’irresistibile grazia dei santi
il passo proteso, il cuore in avanti
verso una gioia nuova, la prima, incontenibile
gioia del movimento
– ma fu un giorno soltanto, il primo,
l’errore benigno che regala ogni lacrima
dal niente all’eterno.
Nel giorno
dell’inizio accesi un mondo altro
parallelo,
chissà se falso o vero – ma l’importanza
di questo vero è soltanto relativa
all’angoscia di morte
a quell’orrido vuoto oltre il dopo che m’inchioda
nella penombra, su un divano
a cercare il coraggio d’iniziare
o di finire.
*
Mater dolorosa
Io sono ambigua natura
femmina e maschio, chiarezza e mistero,
il passo dietro il battente, il respiro
del vento nella casa abbandonata.
Come potresti non amarla questa sfida che inebria
desiderio creaturale che venga dalla notte
che dal nulla appaia facendosi carne,
voce
e che felicità sarebbe bagnarti di una luce
che incapace di scemare e mescolarsi col tutto
dubbioso dello spazio e del tempo ti danni
a una felicità che non ha senso
senza un dolore…
Io sono
il buio che ferisce la carne, ti risveglia
e ti fa vivere davvero.
L’età delle Veneri
Il suo canto appena cantato si spense
sulle labbra di lei; rimase il ventre
vuoto come un guscio antico
devastato.
Ancora
lo scettro a volte riluce nella notte
– ma è una notte, questa, eterna di caligine
e sempre più tenebra s’addensa
risucchia ogni luce –; incurante
siede su un trono regale e attende
che passi l’ora del male, che sorga
l’aurora dopo il macello.
*
Ai tiranni democratici del ‘900
Ho l’abitudine a volere
sottraendo alla libertà il pungolo del male
per sedare la sua bestia nel canto imbonitore.
Ho l’azzurro di un canone antico
teorie semplici ed essenziali
ho la forza del bene, la sua
incommensurabile noia
e l’immenso
tempo della storia trascorso a mimare
la potenza di Dio
imporre grazia a legioni infernali
(sana quod est saucium, rege quod est devium)
col ferro e col fuoco (fove quod est frigidum)
perché di me resti il segno nel mare e nel vento
e in ogni cosa che senza
l’esattezza d’un canone si muova.
*
Agli integralisti di ogni religione
Siamo tutti padri figli e figli dei figli
mitezza e luminosità di padri e madri, saggezza
di parole, genitivo verbo a profusione
a memento di generazioni
camminiamo su arcobaleni come asceti
della ragione
– ma poi meniamo
basso quando scocca l’ora
della follia e la parola si fa lama
coltello la mano e il cuore
trabocca di sé in un bagno di veleno.
E dunque siamo l’uno il doppio il tutto nel simbolo
dell’unità divisa
siamo pronti a dare la vita per un bimbo che soffre
ma poi siamo apocalisse
per una sola parola
che scissa
esce rauca dalla gola.
*
A un vecchio amore
Sei stata la dea improvvisa
e mio profondo,
parole trovate dove cade ogni tempo
e il significante rattrappisce in una semplice
mimica del volto;
ho amato il tuo sembiante con la segreta
angoscia del lutto
(ricorda lo strazio del bivio
fra due sentieri che portano a niente)
mentre l’umile stella del mattino
lenta si spegneva, incombeva
la notte degli occhi.
E poi bagliori d’incendi, alluvioni
– soltanto il cielo nero
concedeva un varco.
*
Ai politici di sinistra
I carri del vinti e dei vincitori
sono i medesimi carri e soltanto per gioco
la storia issa a bordo ora l’uno ora l’altro
degli attori del grande macello – la storia
è l’amore infedele di noi che dormiamo
nel suo letto sospirando paradisi
e dèi amici – e il carro con fragore
procede fra impennate di cavalli,
li guidano eroi che sembrano immortali
ma sono miti soltanto, di seconda mano
– da sempre lo sappiamo
ma poi fingiamo di ignorarlo,
facciamo ala, al fragore applaudiamo,
lasciamo che roda dentro quel tarlo
della ragione e fin che vola, il carro,
sogniamo con lui di volare.
*
Ai politici di destra
Ci sono grida che svegliano Dio
di soprassalto dalla pace della sua assenza,
lo toccano dritto al cuore ed Egli geme;
né può fare altro
non può turbare l’armonia perversa
della nostra assenza – noi che presenti
chiudemmo occhi e orecchie ad ogni grido
e quel che ci esce dalla bocca è sbraito soltanto
sgraziato d’animale
razionale
che grida e soffoca ogni grido.
*
Ai gerarchi della chiesa
Era meglio starsene stiliti al sommo di un’etica
nutrire l’anima di verità assolute
rivelate dagli accoliti
di un dio vetusto e sanguinario
liberato da una caverna che Cristo
il grazioso un tempo chiuse; era meglio
la crudeltà antica dei papi medioevali
il furore dei santi e degli eretici, il pauroso
oscillare tra bene e male senza mentire
a noi stessi ma soltanto al mondo intero
col sorriso del giusto affilando pugnali.
Oggi siamo tutti monaci del male
che combatte altro male perché il bene trionfi;
Cristo nel tempo s’è dissolto, è asceso
al cielo e se ne sta in disparte
a meditare
la Chiesa fa affari coi poteri secolari,
l’eternità e finita
– ci rimane soltanto una vita
di dubbi e macelli razionali,
un cuore fradicio di noia
o misteriosa nostalgia.

sei grande Mario, lo sai?
sì, lo sai!
Un abbraccio immenso…
🙂
bellisimo il Titano con la scia di colore e la trasparente ira dolcissima di chi non si rassegna
al male, in bilico tra profetica invettiva ed elegia, come sempre nei migliori versi di Gianmario, un carissimo saluto, Viola
“ho amato il tuo sembiante con la segreta
angoscia del lutto”
grazie gianmario.
sempre grande!
“benedico
l’attimo presente”:
difficile sapienza, se mantenuta insieme al “bel sestante” del giorno dell’inizio forse la felicità potrebbe avere senso anche senza dolore, e magari non ci sarebbero rischiosissime avventure da confidare alla carta.
O forse no.
Un caro saluto,
Roberto
“mi godo questa stretta vita,
camicia lisa che non mi veste e benedico
l’attimo presente che mi vede
gigante d’un passo varcare l’orizzonte”
“e che felicità sarebbe bagnarti di una luce
che incapace di scemare e mescolarsi col tutto
dubbioso dello spazio e del tempo ti danni
a una felicità che non ha senso
senza un dolore… ”
“siamo pronti a dare la vita per un bimbo che soffre
ma poi siamo apocalisse
per una sola parola
che scissa
esce rauca dalla gola.”
Vivere sempre, intensamente, con il coraggio di chi ha paura e la bramosia di chi nasce.
Grazie Gianmario e scusa se solo ora ti conosco.
grazie Fabrizio
Stella
Ringrazio per tutti i ringraziamenti! ;o)
Queste poesie le ho scritte per l’uomo (e ovviamente le donne), con le sue grandezze, le sue inanità, le paure, le vacuità. Mi piace come sono gli uomini (e le donne) :o) e nello stesso tempo mi terrorizza. Ringrazio perché le poesie sull’uomo in genere sono poco apprezzate.
Ciao
mahler è il mio compositore preferito, il titano però secondo me non è la sua più bella sinfonia che rimane la nona: sublime!
bella poesia questa di lucini.
ciao
francescaromana