Da giovane Erre maneggiava con sorridente e noncurante abilità i fuochi dell’arte propria e altrui. Oggi ha le mani piagate e la grandezza spesso lo fa arretrare inorridito.
Ma poi le mani si congiungono e il dolore diventando più forte si fa sopportabile, finché una voce gli grida: “Che cosa credevi, non sei qui per gloriarti ma per servire. Avanti!”.

mi fa pensare che…
non dobbiamo mai abituarci al dolore.
La vita ci chiama!
Ciao Roberto carissimo!
🙂
il dolore che rende capaci di umiltà e l’umiltà che rende forti nel dolore.
grazie roberto
elena f
provare dolore e contrazione (dei muscoli; non solo dei muscoli) di fronte alla grandezza; saperla riconoscere; saperla riconoscere anche in chi (e in ciò che) è solo l’ombra dell’ombra del Gotha (poetico o di altro tipo), e non ha la luce della pubblicità su di sé – questo significa essere servi della luce, assunta come unico signore: niente di meglio. chi ha occhi li usa e *trema* e ascolta la “voce” che “grida”. grazie a Roberto dal cuore
massimo
il dono di una fede forte.
un antidoto contro i riflettori e i lustrini di ogni ordine e grado.
Cari amici,
grazie per le vostre parole.
Su questo blog, con tutti i limiti insiti nel mezzo, riesco a sperimentare la differenza fra un monologo e un dialogo, e non mi è successo molte volte nella vita.
Un caro saluto,
Roberto