Fine e traguardo

artwork_images_138991_169011_jerry-uelsmann.jpg[E non ti accorgi di aver camminato finché non comprendi di essere arrivata (alla fine o al traguardo che, in taluni casi, coincidono).
Perché è questo che succede in sogno: ti muovi, ti avvicini a qualcosa – una rivelazione, un evento, una gioia, un’angoscia – e non te ne rendi conto finché non lo tocchi.]

Fuori, nella realtà, è un’alba estiva, di quelle inopportune perché arrivano sempre con troppo fulgore, e tutte in una volta. E accecano gli occhi, pur se protetti dalle palpebre chiuse.

Io ho camminato fino allo stremo e lo capisco perché il piacere gridato dal mio corpo a riposo, fermo da pochi istanti, è inequivocabile. Che io sia sospesa o meno non mi è chiaro e non importa: ciò che conta è che le mie membra si stiano sciogliendo in una sorta di pianto liberatorio.

Anche dentro, nel sogno, è estate.
Ma io non vedo altro che un viso, un collo e spalle nude: è un uomo.

Non è un volto semplice, non è semplice considerare “volto” quell’intrico mutevole di lineamenti e io non intendo concentrarmi nel dipanamento della matassa perché sto parlando fitto fitto con i suoi occhi.

O meglio, più che parlare, sto costruendo con la mente un percorso dentro il suo sguardo, ed è un percorso fatto di parole prima sussurrate, poi dette con sempre maggiore chiarezza, e in seguito gridate, quasi con insistenza.

Sono domande.
C’è una mèta in fondo ai suoi occhi, ed è a quella che io tendo.
Ma più mi avvicino, più la mèta si allontana. Più grido, più mi disfo per il dolore e la consapevolezza dell’abisso, più gli occhi che ho davanti diventano freddi ed estranei, altro da me. Perché, nel sogno, so di conoscere l’uomo pur non sapendo chi sia.
Più urlo, più stringo nella mia mente la fine (o il traguardo).
E a un certo punto vedo me stessa in fondo al suo sguardo. Sono lontana e diversa, un’immagine coperta da scarabocchi zigzaganti, orbite nere, pelle più scura: nulla di più lontano dalla luce e dal biancore a volte offensivo della mia epidermide. Sono la Me Stessa Quotidiana, come se il percorso fulmineo di mente e parole che ho tracciato poc’anzi non sia stato altro che un’esplosione di sensi e di energie ormai ingabbiate in fondo ai suoi occhi. Il coperchio sul vaso di Pandora. Il silenzio e il traguardo (o la fine).

Gli occhi si allontanano, sordi alle grida e alle domande. E più loro si distaccano, indifferenti, più la Me Stessa Quotidiana si allarga, mi si impone.
Mi sveglio, imploro di svegliarmi sapendo che la Me Stessa Quotidiana ha ormai soffocato tutti i pori della mia pelle. Mi si è appiccicata e non c’è più verso di staccarmela di dosso: ha aderito al mio corpo permeandomi di un dolore troppo vero per poter essere ignorato. Socchiudo gli occhi e l’alba estiva, improvvisa e ingannevole, mi sembra livida di gelo.

Trovo la forza per cambiare posizione nel letto. Giro la testa.
Non c’è nessuno accanto a me. Non c’è un uomo.

18 pensieri su “Fine e traguardo

  1. Gaja

    @GC e FK: grazie a entrambi. Sul commento di GC sto riflettendo molto. Il fatto che FK sia d’accordo con lui mi spinge a esaminare la mia scrittura anche da altri punti di vista che in precedenza non avevo mai preso in considerazione. Servono a questo le critiche costruttive.
    FK: eh, credo fosse quello lo scopo: mettere addosso un po’ d’angoscia (e buttarne fuori altrettanta!)… 😉

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  2. Carla

    i sogni sono la proiezione dei nostri desideri, i tuoi sono tutti dentro gli occhi di un uomo.
    Ciao Gaja
    ti abbraccio
    carla

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  3. kairos

    Gaja, non ho ben capito perché all’osservazione di Gc, cioè sulla “scrittura sessuale” rispondi che “le critiche costruttive”servono…
    Anch’io condivido il parere di Gc e di Fk. Ma “scrittura sessuale” per me non ha un’accezione negativa. Per te ce l’ha? Scusa proprio non ho capito, per questo ti chiedo.

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  4. Gaja

    @Kairos: no, no, no! Assolutamente no! È una critica più che positiva! Volevo proprio intendere che, essendo positiva, mi dava la spinta per “costruire”. Ovviamente mi sono espressa male. Grazie per il tuo apprezzamento!

    @Carla: Cara, in realtà io credo sia esattamente il contrario. I miei sogni sono tutti dentro ai *miei* occhi ed è giusto che rimangano lì. Ti abbraccio forte anche io, Carla.

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  5. vbinaghi

    Quale sesso!
    E’ il mistero del desiderio, l’amante senza volto.
    Vedasi Lucio Apuleio, L’asino d’oro, Favola di Amore e Psiche.

    Ave, dolce Gaja.

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  6. giovannichoukhadarian

    Ottimo prof. Valter, la scrittura di Gaja Cenciarelli è sessuale negli snodi sintattici, nelle scelte del lessico. Le style c’est tout, ed ella lo sa almeno quanto te.

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  7. vbinaghi

    Ciao Meister, no io di stile so poco, manco completamente di intelligenza critica, come ti dissi a mensa. Se ho piccolo talento di scrittura è puro fiuto animale.

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  8. matteo

    Desiderio sì, ma negato. Un desiderio che si infrange nell’altro, si spezza e sprigiona un suono di specchio rotto.
    Senza volto, con mille volti, tutti egualmente inespressivi perché, la meta, il vero volto, ci respinge, non possiamo raggiungerla.
    Bello.

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  9. Gaja

    @Valter: è il mistero del desiderio, sì. soprattutto quello. L’amante senza volto è il passo successivo che coincide anche con il trovarsi di fronte alla realtà. Con l’essere faccia a faccia con se stessi e ritrovare l’amore che ti impedisce di darti a chi non ti merita. Grazie. Il tuo puro fiuto animale – da quel che leggo – non è né piccolo né poco importante, come ti dissi altrove. Ti abbraccio, romantico.

    @GC: Ancora un po’ di food for thought.

    @Matteo: analisi perfetta. Come se mi avessi letto dentro. Grazie di cuore.

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  10. giovannichoukhadarian

    “Mi si è appiccicata e non c’è più verso di staccarmela di dosso: ha aderito al mio corpo permeandomi di un dolore troppo vero per poter essere ignorato. Socchiudo gli occhi e l’alba estiva, improvvisa e ingannevole, mi sembra livida di gelo”. Appiccicarsi, staccarsi, aderire, permeare, socchiudere – tutti i predicati verbali che contano di questi periodi rimandano a un solo campo semantico. Questa è scrittura forte, in quanto tale desiderante e per ciò stesso sessuale. Bell’esito, bisognerebbe vederla sulla distanza lunga (ma il precedente di “Extra omnes” depone in verità a favore dell’autrice)

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  11. fk

    Un bisogno d’amore che è sogno agitato da fantasmi propri, paura e desiderio, gli occhi specchio desiderante di un sogno infranto, che potrebbe rinascere; ma la strada è lunga.
    Ci vedo anche questo, e sempre d’accordo col Meister, critico indiscusso e indiscutibile.

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  12. Gaja

    @FK: Un sogno agitato da consapevolezze, occhi che si specchiano nella realtà e che tentano di comprenderla, non comprendendola. Sì. Tutto ciò che vedi è giustissimo: il percorso è – o potrebbe essere – infinito. E anche la spietatezza dello sguardo finale, del nulla che appare dopo il sogno, il senso quasi di liberazione da qualcosa che sembrava splendido ma che *dentro* si sapeva falso come una statua di gesso. La cosa più bella di questo scambio è che ha fatto immergere fino in fondo anche me nella storia che ho raccontato. Non sarei mai arrivata a certe conclusioni, come quella che ho appena scritto, con tanta chiarezza. Un bacio, Franz.

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