LPELS (ovvero: la poesia e la scuola)

di Ezio Tarantino

Sergio CorazziniC’è scuola e scuola, d’accordo. Io, poi, il mio liceo l’ho finito qualche annetto fa, non sono molto aggiornato. Ho vissuto poi una breve, atroce stagione come supplente negli istituti tecnici professionali. Troppo poco. Il mio contatto con libri di testo, programmi ministeriali, attività, curriculari o meno, oggi me lo dà mio figlio undicenne (trecento euro di libri di testo per la scuola dell’obbligo: non vi sembrano troppo? un paio di settimane fa a Prima pagina Marcello Veneziani si è dichiarato contrario a formule alternative, quali il comodato d’uso, la compravendita di libri usati ed altre, più o meno ingegnose soluzioni studiate da genitori assediati dall’incubo di dover tirare fuori del denaro per far studiare il figlio, e, in modo demagogico o no, non saprei, ha chiesto: ma perché in una famiglia italiana è considerata eccessiva, insostenibile la spesa per i libri di testo e non quella per l’ultimo modello di telefonino che cosa più o meno lo stesso?).
Ma non di questo mi sono messo a digitare.
Ma di poesia.

Per le ragioni di cui sopra, non sono molto aggiornato sui programmi dei licei classici di oggi. Non so dove si riesca ad arrivare col “programma” (ai miei tempi era un miracolo sfiorare la trimurti novecentesca, Ungaretti-Montale-Saba, poi finita lì. Anzi, per riuscire ad arrivarci, la prof. di italiano ci faceva studiare simultaneamente Foscolo e i crepuscolari – il che fece domandare ad un mio compagno: ma D’Annunzio lo prendiamo da sopra o da sotto?).
Ora, in quell’età lì non è infrequente che un ragazzo/-a nutra un’insana passione per le belle lettere. In genere per la poesia, lo strumento ritenuto più idoneo a rappresentare i sentimenti. Che sono il fuoco sul quale brucia quell’età infernale che va dai quindici ai diciotto anni.
Io, per esempio. Mai avuto un gran talento per la poesia. Ne ho scritte a centinaia. Un paio di raccolte. Le leggevo e rileggevo, ne cambiavo l’ordine, le rititolavo se necessario, indicavo con precisione la data di composizione. Fogli dattiloscritti dentro una cartellina marrone con l’elastico.
I miei maestri? Non saprei dire. Per molto tempo non c’era altri che il Grande Giacomo Leopardi (“Or poserai per sempre stanco mio cor…”). Quando arrivai a Sergio Corazzini (“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange…”) mi parve di essermi imbattuto finalmente nella modernità.
Sergio Corazzini.
Poi fu Pavese (quello delle ultime poesie, manco a dirlo, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, se no z’è sfigati no li volemo).

Mi viene da dire questo: a quell’età lì si è facilmente influenzabili, si è portati a rifare (il ritmo di una canzone, il modo di vestire degli amici, o della rockstar), ma un conto è rifare Corazzini, un conto, magari con l’aiuto di un bravo insegnante di inglese che si mette d’accordo con quello di italiano, che so, Bukowski, Carver (i primi che mi vengono in mente perché ho dei loro libri sul tavolo, ognuno citi chi vuole). Niente di trascendentale, gente che aveva qualcosa di interessante da dire facendosi magari capire, semplicemente fargli ascoltare la voce contemporanea della poesia. Stupirli dicendogli: guardate, si può fare anche così. Trovare qualcosa di adatto, non troppo complicato. Rifaranno, copieranno. Fa niente. Avranno nelle orecchie una lingua nuova, un coraggio che non conoscevano. Tradiranno l’ingenuità dell’immaturità, bene. Misceleranno la loro disperazione con il disincanto di sentirsi inadeguati, quando si accorgeranno di non avere talento. Benissimo. Nessuno pretenderà da loro risultati, ma io credo che chi è in grado di farlo dovrebbe sentire il peso di un obbligo nel mettere a disposizione modelli espressivi che diano loro una prospettiva emancipata dal sentimentalismo.
Molti ragazzi non hanno un’altra possibilità di venire in contatto con la poesia, se non a scuola. E quelli più fortunati, quelli con i libri in casa, forse, hanno meno cose da dire.

[“Le uniche cose che mi ricordo di / New York / d’estate / sono le scale antincendio / e la gente che esce / sulle scale antincendio / la sera / quando il sole tramonta / dall’altra parte / dei palazzi / e alcuni si sdraiano / lì a dormire / mentre altri stanno seduti tranquilli / al fresco. / e su molti / dei davanzali / ci sono vasi di gerani o / rossi / e la / gente seminuda / se ne sta lì / sulle scale antincendio / e ci sono / gerani rossi / dappertutto. / in realtà questo / è uno spettacolo da vedere piuttosto / che da raccontare. / è come un gran quadro / multicolore e sorprendente / che non è appeso da nessun’altra / parte”.

Charles Bukovski, da Il primo bicchiere, come sempre, è il migliore, Minimum fax. Traduzione di Damiano Abeni. Leggendo questa poesia – dannatamente “semplice”, su un giornale, qualche tempo fa, ho rivisto me, sedicenne, ululare all’ultimo amore andato a male, in un modo non orrendo nei contenuti, ma nella forma: quanto tempo buttato.]

8 pensieri su “LPELS (ovvero: la poesia e la scuola)

  1. Dona

    La poesia che tocca le corde del sentimento e che ti fa provare un emozione e’ quella che tu in un determinato momento della vita senti come tua sia che sia scritta da uno dei piu’ grandi poeti di tutti i tempi che dal calzolaio del paese. Ogni passione ha il suo momento come pure la consapevolezza di quello che vuoi essere. E’ naturale che un aiuto puo’ accorciare la strada per arrivarci.

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  2. elena f

    c’è anche chi non compra l’ultimo modello di telefonino al proprio rampollo, nè il motorino, e non gli dà neppure la paghetta, e lo stesso non arriva se non a costo di sacrifici immensi a mettere insieme i 390 euro e rotti occorrenti per acquistare i testi del ginnasio( e meno male che non ha buttato, a suo tempo, i vocabolari che, altrimenti, il salasso sarebbe stato doppiamente devastante)
    quel suicidio economico di fatto è compiuto solo in forza della speranza che quel figlio in tal modo potrà entrare in contatto con il mondo della poesia (inteso nel senso più ampio che si possa dare a questa parola) e in esso e con esso crescere. speriamo.

    elena f

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  3. Marco Saya

    Pensa che, diciottenne, la odiavo la poesia. La cavallina storna era diventata un incubo! mi risulta che in alcune scuole di scrittura la cavallina continua ad impazzare…e i discepoli si disaffezionano e se ne vanno. Questo me l’hanno detto gli alunni (oltrettutto sborsano fior di soldi) ma non posso fare il nome, ovviamente, della famosa scuola. Pessonalmente mi sono avvicinato alla poesia leggendo quello che volevo leggere e non subendo il Pascoli e &.

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  4. ramona

    Mah, Ezio, io non ho esperienza diretta, ma per quello che vedo mi sa che oggi a scuola la poesia è meno che un optional. E i ragazzi non la amano affatto. Partecipando ad un concorso di poesia aperto a tutti come giurata, ho constatato una grande partecipazione di bambini delle elementari, su spinta delle maestre (bravissime come poche!), e nell’ordine: adulti, ragazzini di scuole medie, buoni ultimi gli adolescenti. Sembra che i ragazzi di quell’età abbiano uno stop di fronte alla poesia. E la cosa è strana, perchè si sa bene com’è profonda la sofferenza dell’anima nell’adolescenza, e quanto la poesia possa aiutare nell’identificazione e nello sfogo. Sarebbe buona cosa che s’incominciasse da bambini, come una volta, con le poesie imparate a memoria come filastrocche divertenti, pur di cominciare un approccio, che non deve essere fatto pesare. Partecipare ad un concorso come questo per esempio, mi è sembrata un ottimo incentivo.
    Io a scuola non ho mai imparato, tra molte altre, la poesia del Pascoli della “cavallina storna”, e mi sono sempre sentita un handicappata per questo, fino a quando non l’ho letta da grande. Quando purtroppo la memoria fa acqua da tutti le parti…

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  5. fabry2007

    “io credo che chi è in grado di farlo dovrebbe sentire il peso di un obbligo nel mettere a disposizione modelli espressivi che diano loro una prospettiva emancipata dal sentimentalismo”.

    parole sante, Ezio. certo, non ai bambini – per cui sottoscrivo la tesi di Ramona -, ma appena possibile, cavolo!

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