
di Giorgio Morale
E’ la mancanza d’immaginazione a spingerci
nei luoghi immaginati anziché restare a casa?
E se Pascal sbagliasse sullo starsene
seduti buoni buoni nella propria stanza?
(Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione)
Arriva l’estate, la grande stagione, e ci disperde. Ci riprende la nostalgia, per il nomadismo, per il mare.
Per viaggiare occorre un certo stoicismo, dobbiamo prendere distanza dalle nostre cose, la casa, gli affari, i genitori anziani.
* * *
Il primo giorno andiamo con Demetrio in un ristorante. Il cameriere mette una bottiglia di vino al centro del tavolo e spiega qualcosa. Demetrio ci traduce: è l’omaggio di un amico.
“Questa è l’usanza” dice. “Quando qualcuno arriva”.
In un ristorante all’aperto, la musica. A un tratto parte la danza, il cerchio. Figure geometriche dei corpi, decorazione in movimento. Le antiche kore, la grazia.
Il convivio. La portata è al centro del tavolo, ognuno prende la sua parte.
La vita all’aperta, il passeggio.
Strana la parlata. Il tono e la cadenza sono quelli del Meridione d’Italia e mi sembra di coglierne un senso familiare. Però, quando pongo attenzione alle parole, la lingua mi diventa inaccessibile.
Fusione degli elementi del paesaggio, terra e acqua mescolate insieme. Alberi sulla riva del mare, montagne in lontananza, una diversa gradazione d’azzurro.
Finalmente! Un mese lontano da cronache di nulla e resoconti di zeri, maneggi politici e spostamenti millimetrici di potere. Dove niente potrà raggiungermi, se non guerre totali o cataclismi naturali.
Un mese a seguire le evoluzioni della luna, aspettando come un evento il suo sorgere ritardato ogni giorno. Dalla veranda di casa o dalla riva del mare.
A Iolco. Pensa, da qui partì Giasone, da qui salpò la nave Argo. La cultura, la memoria: siamo fatti anche di questo.
L’onda sui sassi. Lo stesso suono da millenni.
Sole, mare, vento. Questo nei giorni, questo nei discorsi.
La sabbia bianca, il mare azzurro. A Milospotami, sull’Egeo. Adesso capisco l’espressione “Egeo ondoso”.
A Meteora. Un prete ortodosso ci spiega che le pietre sono cadute dal cielo. O forse, penso io, è la terra che s’alza sulla punta dei piedi per vedere il cielo. O forse è sempre la stessa storia della terra che dà l’assalto al cielo.
Bello il nartece, il lampadario e gli affreschi. Il giudizio universale, la storia di Cristo e la vita dei santi. Tutto lo spazio pieno, non un centimetro di vuoto.
Non c’è una via, persino sperduta, in montagna, che non abbia una cappellina con le sue icone. I fedeli s’inchinano, si segnano, baciano le immagini, accendono un lume o una candela.
Quale iconoclastia? Neppure un cattolico venera tante immagini. Quale scisma? Anche qui ori e decorazioni.
Verso Delfi. Dappertutto o la montagna o il mare. Spesso l’una e l’altra. E sui paesi domina la mole arrotondata di una basilica bizantina.
Erin ha un’intuizione.
“Ecco a cosa si sono ispirati per il teatro greco”.
“A cosa?”.
“Ai fianchi della montagna”.
E indica le insenature che si aprono nelle valli.
A Delfi. Non so cosa mi colpisce di più: la storia – e l’arte – o il paesaggio.
A un certo punto, scendendo dallo stadio, vediamo formarsi un mulinello d’aria che solleva una colonna di polvere e attraversa il piccolo spiazzo davanti a noi. Un prodigio?
La domanda di Erin, dopo essere usciti dal museo di Delfi.
“Pensate che abbiamo capito tutto? Siamo sicuri che gli antichi volessero dire quello che noi pensiamo?”.

“Pensate che abbiamo capito tutto? Siamo sicuri che gli antichi volessero dire quello che noi pensiamo?”.
Qualcuno ha detto che scrivere è comunicare con l’inesprimibile…
Un bel diario di viaggio…
Ciao Giorgio
Grazie, Paolo, dirò a Erin che ti piace la sua frase, ne sarà contenta.
In effetti abbiamo avuto la Grecia degli umanisti, quella di Foscolo e Hoelderlin, poi quella di Nietzsche, quelle di Snell, Vernant, ecc. E altre certo ne verranno.
L’idea dà le vertigini.
Ho ricordato grazie a questi appunti, il mio ultimo viaggio in Grecia, una scena simile in un ristorante di Olimpia, il paesino di Megalopoli (piccolo, piccolo!), e tanta, ma proprio tanta mussaka!
Ciao, e grazie.
luca
Grazie a te, Luca.
Anche quello a cui mi riferisco io è un paese piccolo, però il tuo ha un nome impegnativo, Megalopoli! Il mio è Nea Anchialos, vicino Volos. Mi pare che nelle città sia un po’ diverso anche in Grecia, purtroppo!
Sì, infatti. Megalopoli è nome impegnativo. Ricordo, formato mega, una sola piazza. Mi fermai a un chiosco a prendere un gelato. C’erano dei piccioni, degli anziani che chiacchieravano e un matto, grasso, che parlava con qualcuno, chissà chi.
Hai ragione, credo. Ricordo la periferia di Atene (non ci torno da un po’, era il periodo in cui la città cominciava a cambiare aspetto nelle strade e nelle infrastrutture), misera e poco ospitale. O Patrasso. Zona di partenze e di incroci, e di strani affari.
è possibile stare chiusi in una stanza e girare il mondo, ma sarebbe un viaggio solitario.
L’immaginazione può l’inimmaginabile, ma non ci darà mai il respiro e l’impronta di quel luogo.
ciao Giorgio
Ciao, Carla, sottoscrivo quanto dici sui luoghi. Curioso che oggi si parli di luoghi anche nel post di Marino sulla lettura.
Ad alimentare il dubbio di Elizabeth Bishop, mi viene in mente anche la frase di Montaigne: “A chi mi domanda la ragione dei miei viaggi rispondo che so bene quello che fuggo ma non quello che cerco.”
C’é qualche parallelo Mar del Nord – navigli, ottimo Giorgio?
“dobbiamo prendere distanza dalle nostre cose”…
…”Siamo sicuri che gli antichi volessero dire quello che noi pensiamo?”.
Tra l’attesa del viaggio ed il suo compiersi, spesso, il diaframma del pregiudizio, dell’inconscio desiderio di conferme, il nero drappo dell’apatia, dello stereotipo prefigurato. Non sempre, non subito si vive il viaggio coi sensi liberi. C’è chi viaggia con la solita musica nelle cuffie, mangiando le pietanze di ogni giorno, parlando con le persone con cui parla ogni giorno delle cose di ogni giorno. Allora i paesaggi, i visi, le atmosfere altro non sono che proiezioni del già visto.
Qui si coglie invece l’adesione ai luoghi, la chimica segreta che fonde l’antico e il recente, il conosciuto e lo sconosciuto, nello spaziare dei sensi e dello spirito.
Ciao, Giorgio
Giovanni
Marino, grazie del tuo passaggio, e lieto della coincidenza, questa attenzione ai luoghi.
Giovanni, grazie delle tue attente parole, mi fanno venire in mente il tuo amato Chuang Tzu: “E’ camminando che si traccia la via”… oppure Cacciari, quando parla del viaggio come “spezzarsi-aprirsi all’ignoto” (“L’arcipelago”).