La partenza

di Giorgio Morale

Era la soglia dell’anno 1960 e Paolo aveva ormai dimenticato l’America, quando nel suo universo fece l’ingresso un altro corpo celeste: la Germania. I pionieri ne tornavano già, portati dal caldo estivo, ed erano d’esempio ad altri. Con qualche parola straniera che s’inseriva nei discorsi rendendoli più convincenti, narravano di grandi fabbriche e miniere dove i soldi si scavavano insieme al carbone. Appena tornati, gettavano le fondamenta di case che avrebbero completato nei successivi ritorni. Quelle interrotte in stadi arretrati della costruzione avrebbero fornito nel frattempo un formidabile campo di giochi per i ragazzi. Anche il fratello minore da Colonia scriveva al padre di Paolo mirabilia. D’altra parte i soldi non bastavano mai; le cambiali, a fine mese, esigevano soddisfazione; e la madre aveva concepito un nuovo obiettivo: innalzare di un secondo piano la casa. Inoltre il lavoro alla fabbrica era diventato pesante per il padre di Paolo, che aveva superato i trentacinque anni e sentiva crescere la fatica.
“Quanto tempo dovrò durare qui?” diceva. “Se prima o poi dovrò cambiare, meglio prima che poi”.

Tutto, insomma, congiurava a favore della partenza. Paolo era invaso da un odio feroce nei confronti del denaro. Ricordava quando la madre anelava a “una casuccia: appena quattro muri nemmeno intonacati e un tetto sotto cui mettere la testa” e si domandava come mai non si sentisse appagata. A scopo dissuasivo agitava lo spauracchio dell’America.
“Ma la Germania è vicina” diceva il padre “e dopo che mi sarò sistemato anche voi potrete venire”.
La promessa alimentava in Paolo timori e incertezze. Prima comunque fu tentata un’altra strada: trovare un lavoro meno faticoso e più redditizio ad Avola. Si fece il giro dei parenti, prodighi di pareri e consigli. Rincorrendo i fili di una speranza che stentava a diventare progetto, il padre di Paolo andò in pellegrinaggio dai potentati della provincia, che lo mandarono da una parte all’altra. Fece varie anticamere, perso in stanze gremite di persone e doni. Alla fine gli dissero che aveva superato l’età per essere assunto dagli enti pubblici.
“Bisognava pensarci prima”.

La risposta lasciò una scia di sensi di colpa; fu il definitivo via libera per la partenza. Finirono le processioni e le diplomazie; cominciarono i preparativi, molto laboriosi. Il padre si licenziò dalla fabbrica e si fece il trasloco nella casa nuova. Da un giorno all’altro Paolo si trovò catapultato in un quartiere cittadino ancorché periferico e in una casa “normale” ancorché angusta. Il materno senso del decoro e la decisione di non far diventare Paolo un “ragazzo di strada” chiusero la porta di casa alle sue galoppate. Anche il padre ebbe la sua delusione: la liquidazione fu inferiore alle attese. Il proprietario, per alleggerire gli oneri della ditta e, almeno sulla carta, la fatica dei dipendenti, aveva dichiarato soltanto tre giornate lavorative la settimana.

Consumata anche questa delusione, cominciarono le visite ai negozi per dotare il padre di un corredo adatto al clima tedesco. Si prese a riempirne le valigie, bocche voraci in paziente attesa in un angolo della casa, che Paolo sorvegliava con rispetto e rancore. Poi fu la volta dei saluti ai parenti, un nuovo lungo giro. In Paolo s’alternavano euforia per le novità e avvilimento per le loro conseguenze, che via via gli edificavano attorno una prigione domestica.
“Sarebbe stato meglio rimanere alla fabbrica” si ripeteva.
Intanto, più il giorno temuto s’avvicinava, più i giorni passavano rapidamente. In mezzo a tanto trambusto Paolo sentiva crescere il vuoto in casa. Gli ultimi giorni gli sembrava strano che il padre fosse ancora con loro. Infine, incredulo, si ritrovò alla vigilia del gran giorno.

Non voleva perdersi lo spettacolo della partenza, perciò aveva pregato il padre che svegliasse anche lui, quando si sarebbe alzato. Era la prima vera partenza a cui assisteva, la prima che lo riguardasse così da vicino. Tante altre sarebbero seguite a essa, ma nessuna lo avrebbe definitivamente immunizzato da quel senso di trepida attesa che le accompagna. S’era svegliato qualche secondo prima che il padre arrivasse, aveva sentito il suo passo avvicinarsi, s’era già disposto al suo richiamo.

Una volta giù dal letto, un serpentello d’aria fredda lo fece rabbrividire. A Paolo sembrò che fossero stati abbattuti soffitti e pareti, lasciando la casa esposta a tutti i venti. Con gli occhi ancora incollati dal sonno, si portò appoggiandosi a una parete su una sedia, dove cercò un po’ di tepore accoccolandosi, consolando la testa nell’abbraccio delle gambe. Alla debole luce dell’alba, anche le cose sembravano addormentate, anche i colori. I genitori parlavano a bassa voce per non disturbarle, rincorrendosi nelle attività e nelle raccomandazioni. Lo spettacolo era molto parco, i gesti banali, appena un po’ convulsi per l’emozione. Perfino gli specchi sembravano ciechi: rimandavano ombre, non figure.

La partenza! Due valigie accanto alla porta, qualche cassetto aperto, qualche oggetto fuori posto: tutto lì. Eppure contrastava tanto col puntiglioso ordine che abitualmente regnava nella casa, che questa sembrava sottosopra, come se fosse stata sconvolta da quel vento di prima e adesso aspettasse che tutto finisse per riacquistare la sua stabilità. Poi la tavola li riunì ancora una volta, dando l’illusione della quotidianità. Ma l’orologio teneva il tempo e il padre lo interrogava a intervalli sempre più brevi. Al suo “E’ ora!” il gruppo si sciolse. Accanto alla porta aspettavano le valigie, presso cui si svolsero i saluti. Quel giorno Paolo non prevedeva venticinque anni di emigrazione. Intanto s’imprimeva nella memoria lo scorcio della fronte e dei bei capelli biondi e ricci, mentre il padre abbassava per salutarlo la guancia rasata delle grandi occasioni.

E poi ci fu la cosa più difficile da raccontare, il bacio che avvinse il padre e la madre e li tenne ambedue con gli occhi chiusi, le bocche che aderivano, le mani dell’una dietro la nuca dell’altro, lasciando Paolo per la prima volta escluso da un loro abbraccio. A domandarsi come nella loro vita potesse materializzarsi una scena tanto bella da risultare imbarazzante, che egli aveva pensato appartenesse solo alle favole e alle locandine cinematografiche. Quindi la porta s’aprì e si chiuse, come tante altre volte. La madre lasciò scorrere tutta la serratura e disse:
“Adesso non ci rimane che aspettare, come due anime del purgatorio; aspettare finché arriverà la prima lettera”.
Improvvisamente la madre, che con quella frase era sembrata volersi immobilizzare per un tempo indefinito, si riscosse:
“Non gli ho ricordato di non dormire sul treno, di stare attento alle valigie. Vagli dietro, diglielo!”

Intanto il padre ne aveva fatta di strada! Quando Paolo lo vide, così piccolo, le valigie parevano inchiodarlo a una fatica immane. Eppure era quasi alla fine del corso, e quando Paolo lo chiamò egli non sentì e continuò a camminare. Paolo correva e il padre camminava, ma la distanza non sembrava ridursi. A Paolo veniva da ridere: quasi quasi arrivavano alla stazione! Il padre s’accorse di lui solo quando Paolo gli fu allato e gli riferì il messaggio. Posò le valigie e diede a Paolo il bacio che segretamente attendeva. La bocca gli si contrasse come quando era morta sua madre, mentre diceva al figlio:
“Bravo! Sei grande ormai. Adesso vai a casa”.
Paolo se ne tornò indietro piano piano. Il sole cominciava a scaldare. Paolo ripensava alla smorfia di dolore che gli aveva dato la misura dell’amore del padre, a come sembrava piccolo fra le due valigie, alla sua avventura in Germania, all’incognita della vita solitaria con la madre. Soprattutto, la mente ritornava alla cosa più sorprendente: quel bacio fra il padre e la madre.
(da Paulu Piulu, Manni 2005)

7 pensieri su “La partenza

  1. marino

    Avevo letto una lettura di Bartolomeo Di Monaco su questa storia.
    Finalmente ne leggo uno stralcio. Molto bello Giorgio. Spero che
    tu ne proponga altri estratti, e mi piacerebbe sapere se questo
    é l’incipit.

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  2. Giorgio

    Francesco, Marino, grazie della vostra attenzione.

    Questo brano, Marino, è la conclusione della prima delle due parti di cui si compone il romanzo. L’ho proposto per il fatto che l’emigrazione di questi ultimi tempi è tornata prepotentemente un problema attuale, e pensavo di proporne un altro brano, tra qualche settimana, che racconta la vita di emigrati italiani in Germania.

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  3. marino

    gast-arbeiders, temi importanti, anche da queste parti. Lo leggeró volentieri, ma lasciati dire fin da ora che il tuo racconto non si lascia asfisiare dal sociale, ma contiene tutto un linguaggio proprio della narrativa epica, racconto di viaggio e di sogno. A tratti molto intimo.
    Goedenacht, Giorgio.

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  4. Giorgio

    Grazie ancora, Marino. E Guten Nacht anche a te (anch’io feci un salto al nord, ma mi fermai in Germania, appunto, a Koelln am Rhein).

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  5. Giovanni Nuscis

    “Quel giorno Paolo non prevedeva venticinque anni di emigrazione.”

    Immediato il richiamo al tenente Drogo de “Il deserto dei tartari.”

    Il viaggio e la partenza assurgono qui a paradigma di tutti i viaggi e le partenze, col loro carico di attese e di dolore per il distacco, le molte incognite; per il lutto soft senza la morte e senza il corpo inerte. Il tema, certo, è molto attuale, epopea che si ripropone per i milioni di migranti di ogni etnia staccatisi dal luogo natìo, soprattutto in questi ultimi anni, per poter sopravvivere.

    Questo frammento rivela alcune scelte. Nello stile: evitando il “genere”, gli espressionismi descrittivi, il meticciato linguistico, nel tentativo di cogliere una modernità sempre più sfuggente. Il fuoco descrittivo è qui rivolto al cuore delle cose, ai sentimenti, all’umanità profonda di anime semplici quali, in fondo, tutti siamo, denudati dalle nostre velleità, dai veli fittizi che ci opacizzano e nascondono, dei beni che diventano propaggini di noi, nostre proiezioni.
    Vedo qui una poetica forte, una presa di posizione decisa nei confronti di una certa letteratura ma, soprattutto, da un certo nostro sguardo sul mondo, su di noi e sui nostri non valori.

    Giovanni

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