Tra i metodi maiuetici contemporanei su cui oggi si lavora molto e che sono stati molto innovati grazie anche all’apporto decisivo delle neuroscienze dobbiamo annoverare l’arte di raccontarsi o metodo autobiografico, quella pratica di scrittura che al di là di eventuali obiettivi professionali o di ambizioni di pubblicazione mira all’approfondimento di sé. Lo storico e filosofo Michel Foucault si è molto occupato nei suoi scritti e conferenze del rapporto esistente tra cura e conoscenza di sé, ovvero il rapporto che si venne a stabilire al’interno della tradizione greco-romana e cristiana, tra la cura di sé e il fin troppo noto precetto del conosci te stesso.
E come esistono diversi modi di prendersi cura di sé, così esistono diverse forme di sé. Le ragioni per cui il conosci te stesso ha oscurato il prenditi cura di te stesso sono parecchie. In primo luogo è avvenuta una profonda trasformazione nei principi morali della società occidentale. Ci è difficile basare una moralità rigorosa e dei principi di austerità sul precetto che dovremmo prenderci cura di noi stessi più che di ogni altra cosa al mondo. Siamo inclini, piuttosto, a pensare alla pratica di prenderci cura di noi stessi come a qualcosa di immorale, come una scappatoia da tutte le regole possibili. Siamo cioè eredi della tradizione della moralità cristiana che fa dell’autorinuncia la condizione della salvezza. Conoscere se stessi costituiva paradossalmente la via alla rinuncia. Ma siamo anche eredi di una tradizione secolare che pone a fondamento della moralità il rispetto della legge esteriore. Come potrebbe dunque il rispetto di sé essere la base della moralità? Siamo eredi di una moralità sociale che ricerca le regole dell’accettabilità del comportamento nei rapporti con gli altri. A partire dal secolo 17esimo la critica della moralità costituita è stata compiuta in nome dell’importanza di riconoscere e conoscere il proprio sé. Ne consegue che è difficile vedere il prendersi cura di sé come qualcosa di compatibile con la moralità. Il conosci te stesso ha oscurato il prenditi cura di te stesso perché la nostra morale, che è una morale ascetica (anche se a noi contemporanei non sembra, eppure a guardare bene la nostra vita quotidiana facciamo molta attenzione a come gli altri ci giudicano e ci vedono, per cui questo ascetismo è oggi secolarizzato introiettivamente dentro le nostre anime anche se non tutti se ne accorgono), insiste sul fatto che il sé è ciò di cui ci si può liberare. Il secondo motivo da prendere in considerazione è che nella filosofia teoretica da Descartes a Husserl la conoscenza del sé (il soggetto pensante) riveste un’importanza sempre più grande come primo passo nella teoria della conoscenza. Riassumendo: si è avuta un’inversione nel rapporto gerarchico tra i due principi dell’antichità, il prenditi cura di te stesso e il conosci te stesso. Nella cultura greco-romana la conoscenza di sé appariva come conseguenza del prendersi cura di se stessi.
Nel mondo moderno è la conoscenza di sé a costituire invece il principio fondamentale. Il discorso sarebbe molto lungo e bisognerebbe analizzare tutta la tradizione greco-romana e molto altro. La cura di sé fu accettata da Epicuro e dai suoi seguaci, dai cinici, dagli stoici come Seneca, Rufo e Galeno. La cura di sé non costituiva una raccomandazione astratta, ma un’attività ampiamente diffusa, una rete di obblighi e di servigi resi alla propria anima. Si innescò una polemica, una diatriba tra i retori e coloro che predicavano il ritiro in se stessi, in particolare sulla questione del maestro. Diciamo pure che l’abdicazione del prenditi cura di te stesso al conosci te stesso è stata la leva di archimede che ha generato in buona parte il sapere disciplinare regolato dalla funzione dell’autorità del magister: la nascita delle università. Tornando alla cura di sé. Anche scrivere era molto importante nella cultura della cura di sé: annotare riflessioni su se stessi da rileggere in seguito, scrivere trattati e lettere agli amici per aiutarli, tenere taccuini allo scopo di riattivare nel tempo le verità di cui si aveva bisogno: erano alcuni degli strumenti fondamentali della cura di se stessi. Un esempio di queste pratiche di autoesercizio ci è dato dalle lettere di Seneca. La nuova pre-occupazione per il sé produsse una nuova esperienza di sé, che assunse nei primi due secoli della nostra era la forma di un’introspezione sempre più minuziosa. Tra scrittura e vigilanza si sviluppò un rapporto sempre più stretto. Si prestò sempre più attenzione alle sfumature della vita, agli stati d’animo, alla lettura, e grazie all’attività dello scrivere, l’esperienza di sé risultò amplificata e intensificata.
Si confronti ad esempio Cicerone coi più tardi Seneca e Marco Aurelio, si apprezzerà allora la meticolosa attenzione di questi ultimi per i particolari della vita, per i più piccoli moti dello spirito, per l’analisi di se stessi. Non vado oltre, per ora. Ognuno può riflettere conseguentemente a questi brevi cenni sulle ragioni complesse che hanno determinato l’ostacolo alla lettura e alla scrittura nel momento in cui si è posposto il principio del prenditi cura di te stesso al conosci te stesso (che tra l’altro è tutto proiettato all’esterno nel postmoderno ma che stride con molti paradossi)
