Giorgio Vigolo

da Linea della vita

Conclave dei sogni

Il viso

Malinconia d’esistere con questo
volto remoto che ci esprime l’anima
e la sua storia e i giorni alti e perduti,
senza più averne la memoria e il senso.

Scruti meglio la pietra; in selve amare
più domestica lingua hanno le foglie
e i paesi si leggono; s’intende
l’innocenza dei monti. Ma l’umano
viso, il tuo stesso, che ti senti in carne
fitto all’essenza, che vuol dire?
Indaghi
inutilmente questa tua persona
che sempre hai teco e nei notturni vuoti
s’ingrandisce di sogni, apre il suo libro
su figure dolcissime e tremende.

E’ allora che prendendo del tuo buio
una rapita conoscenza, credi
finalmente di leggerti; decifri
lettere e i nomi sciogli.
Illuso! in altro
specchio t’appari. O dispieghi in vaste
epoche d’astri e spaziati cosmi
o stringi i tempi in questi sensi d’uomo,

solo saprai di non saper chi sei.

Pietà

In questo amaro di peccati e di pianto
sempre m’appari, viso di neve,
fra i neri sogni: e taci
e mi guardi
con occhi tanto dolci che mi levi
al cupo strazio e mi rifai l’infante
inerme che da te prese la vita.

O allontanata dalla morte in alti
silenzi senza tempo,
quale pietà ti stringe
del figlio doloroso ora che vedi
tutto il suo male e lo misuri e sai
perché nacque e quali più oscuri
giorni l’ignaro attendano
e di che morte morrà?

E avrò dei dileguati occhi la cara
luce nel cuore finché rompa nel vieto
carcer dei sensi a più librata essenza
e te ritrovi illuminata il santo
viso di raggi e lagrime.
La voce
che in quell’alba più non rispose, – oh, muta
casa poi sempre, – ancora udrò chiamarmi
dal profondo celeste.

Le foglie

Guardavo le macerie di foglie
che il vento ammulina fra i turbini
della pioggia, e le macina e le stritola,
fino a mutarle quasi nel suo ululo,
nella sua marcia funebre di sibili.

Allora m’è venuto il pensiero
della morte che stacca noi pure
così dai rami dell’albero umano,
quando vecchiezza o fuoco
di febbri hanno consunto
la nostra debole foglia.
Un soffio appena più forte
il tremulo gambo recide;
e saremo così trascinati
negli abissi, mischiati
a nuvole d’altre foglie?
La morte ci scioglie
nelle grida del vento.

Eppure, chissà quale senso
di felicità originaria
ci libererà nell’immenso,
quando tutte le corde
troncate dalla morte fumeranno
all’unisono con l’accordo
maggiore dell’universo.
Forse l’estrema gioia
che invano chiedemmo alla vita,
è quella che ci folgora al momento
di morire, nel gran mutamento.

Scura pace

Notte alta, di vento. Le mura
la porta coi merli, e i torrioni
son là dietro, confuse nella densa
chioma di nuvole rosse
che la città solleva nel blu notturno.
Respiro
l’aperta campagna, il miele
degli alveari claustrali,
l’erùca, l’anice, la menta.
A poco a poco il cielo
diventa vivo, accosta la sua guancia
sulla distesa dell’erba; e fremono
entrambi. Spariti in quel brivido
vent’anni di vita,
l’adolescente pazzo mi ritrovo
in cerca di notte e di prati.
Passati non sono
vent’anni o migliaia; mi sento
la stessa ebbrezza di buio, lo stesso
unisono originario
con tutti gli spiriti sparsi
nello stellare chiarore.
E il canto mi fa groppo
alla gola: singhiozzo
di gioia.

Che n’è della mia casa,
del letto penoso
dove mai trovo riposo
delle vendette dei sogni?
Qui solamente mi spoglio
davvero e tranquillo m’addormo:
ricordi e rimorsi
han perduto le mie péste
per l’erba dei prati di notte:
qui non m’arrivano più.
Non lo sanno questo sentiero
tra fratte e canneti
che mena a un antico sepolcro
in mezzo alle vigne, scolpito
d’amuleti.

Lì dormirò sereno
fino alle brine dell’alba:
e all’osteria dei carrettieri
fra le botti e i tavoli bruni
che fanno uno stallo di coro,
berrò il bicchiere a digiuno
che finirà di cancellare
la mia memoria umana.
Allora, rimessomi in via,
tanto vagando andrò
per sentieri e colline
finché non vedrò balenare
di dietro alle spighe
l’apparizione del mare.

Fedeltà

Quanto tempo passò che non sedevo
al pedale d’un albero fra l’erba
come in questa domenica d’aprile.
Salire a un colle e ritrovar le spighe
alte sui prati e udir cantare un merlo
son così cara meraviglia al cuore,
ch’io ne rinasco a una lontana vita
e incantato ritorna il mio pensiero
com’era quando con ingenua fede
della mia bianca pagina facevo
specchio devoto alle montagne e al cielo.

E santo questo cielo e questo verde
m’appariva; con gli alberi e col vento
mi credevo fratello e confidavo
alla pace del bosco ogni mia pena.
Nel gran castagno veneravo un padre,
un maestro silente e mi sentivo
dall’ombra sua guardato e benedetto.

Oggi ancora ai più tardi anni ritrovo
quella mia pura verità, mi sento
in tanta solitudine beato
e con me stesso quasi sono in pace
poiché la vita e i mali, ora m’avvedo,
non giunsero a mutarmi e ancora è uguale
l’uomo ch’io sono a quel che fui fanciullo.

Nella mia vita un senso, una ragione
unica leggo e il mio destino intendo.
Vedo il filo continuo di questa
che credetti insensata e contraddetta
mia esistenza terrena, or che scrivendo
questi versi fra l’erba con la vena
stessa che allora timida tentava
incerte voci, una promessa antica,
un voto primo in fedeltà m’adempio.

La luminosa traccia

La luminosa traccia
in me del tuo bel volto
dura come il sole
nell’aria che s’agghiaccia
notturna ancora un ultimo colore;
ma quando poi s’oscura,
l’anima in sé si volge
col dolore del cielo;
allor la voce ascolto
che dal cuor mi risorge
ove discesa m’era e par che ispiri
il volo de’ miei sogni in lenti giri.

Circe

E chissà che questa non sia la morte.
Pallide strade perdonsi nell’erba
stridula al vento della sera fredda;
alberi non vedo né casolari
ma solo il circo dei monti deserti
che orla ancora un tramontato sole.

A mano a mano che inoltro mi spoglio
d’umanità nel desolato vespero;
i prati, il cielo mi vuotano l’anima
e mi sento lentamente svenare
dalla solitudine che m’assorbe.

Non resisti alla gran forza dei monti
che ti si bevono come una pioggia
e i ricordi scendono sotto terra,
che nome avevi adesso non sai più.

Tremendi, i colori della campagna
quando consumano i tuoi sensi umani
e a poco a poco ti mutano in terra,
quando ti fanno diventare prato,
distesa d’acque, orrore di pietraia,
e non ti puoi più alzare in piedi e correre
e chiamare.
Solitudine, hai vinto.

D’un Dio che muore

O velenosa luce
che tingi il giorno d’apparenze amiche
e celi il fitto orrore
d’una piaga tremenda al petto occulta
del dio morente di cui siamo il male
oscuro;
e nostra gioia,
mostro senso felice
d’esistere, gli amori
santi, – è quanto più làncina
la sua ferita e d’alta febbre l’arde.

I secoli poeti

Al centro delle visioni

Al centro delle visioni
donde irraggiano i paesi ammirabili
risali al punto vivo
ch’è in te nel cuore,
ove il tuo guizzo primo s’innestò
e il filo gettato s’avvolse
a quel minimo uncino
che fu la tua presa alla vita.

Poi fece matassa di vene
e ruota di sangue; mai stanco
l’arcolaio girò girò,
filò il continuo stame,
in varie trame tessuto
e nodi faticosi o attenuato
fino al punto di rompersi.
Io posso rifare la strada,
salire al punto vivo
ch’è dentro me ne cuore.
Al centro delle visioni…

Graffito nel carcere

I

Se qualche grazia ancora
ai delirati segni
dopo morte perdona,

non sia l’incerto suono
che dai fogli dilegua,
ma nell’intimo dono
una luce si salvi
e il perduto consoli.

Dal cupo incubo muro,
graffito di dementi
figure e nomi oscuri
(pietosi in prigione!)

serbi memoria un carme
da recare alle ombre;
vesta un calmo
lino l’ignudo.

Amico di Caronte

Non v’è mai luce

Non v’è mai luce che non sia tradita
dall’ombra che la scura
ala su di lei protende;
un dio geloso scende
sul tetto dei felici e una misura
doppia di lutti da ogni bene aspetta.
E quanto più risplende
la gioia al cuore e colmo ogni suo voto
crede il mortale, è un cieco in auree bende
che su altissima vetta
rade l’orlo del vuoto.

L’ora di notte

Felicità, solitudine, gloria
questo avresti voluto dalla vita;
ma la solitudine
ha divorato la felicità;
e la gloria
verrà fuori dopo la morte,
come la meretrice
che aspetta l’ora della notte.

Ho paura, la sera

Ho paura la sera
solo all’imbrunire
quando s’aggrava
sulla mia anima il peso
della tristezza, ho paura
di traversare la strada,

che non s’allenti in quell’attimo
la mia ultima presa
alla vita; e una volontà
di sonno, più forte
di tutto, mi stenda
sul letto d’asfalto.

L’eremita di Roma

VIII

Andava seria nel vicolo
con una ventrata di cani
la nera madre e il senso
della città incarnava
dolorosa e sacra
d’incensi,
gli uberi delle cupole
arrovesciati al cielo
farinoso dello scirocco.

XVI

Nel burrascoso meriggio
il vento scapiglia
il gran pìspino
della fontana,
lo sfrangia,
in ispruzzi, lo scaglia
in arco lontano
sui ruderi
delle Terme.
Sorprendo
nel sangue
una gioia che sale:
il ricordo
di felici tempeste
sommuove l’inerte.

XX

E ti basti una sera
ancora come questa,
sul fiume,
nel tiepido inverno
che tutte le foglie
ha lasciato sui platani,
fermi a un immaginario
Ottobre di mosaici;

ti basti il calmo fuoco
delle nuvole, ora che il cuore
a poco a poco si fredda e scende
così cupo l’inverno dell’anima.

Parlo con l’eco

II

Una luce si stacca dalla luce,
un’immagine di lontano
mi viene incontro
nel sole degli alberi
variato d’ombre
come il pensiero che chiede,
che ancora non crede;
tanto dubita l’animo
quando la felicità s’avvicina
e teme di non riconoscerla.

XI

Separati e congiunti
com’è nostro destino
abbiamo passato la notte
protesi sul filo
di suoni
da due vette vicine
che hanno in mezzo una città.
E ci mandavamo parole
e sogni e promesse
a unirci sul mare di lumi.

Fili d’erba

Particelle di me

Particelle
di me, di mia sostanza
umana
sono queste che io perdo
sulla pagina,
particelle
in cui si sfalda
e cade
a poco a poco
l’esistere.

Il filo della vita

L’esistenza
è una fluida
durata di dolore
che condensa talora
la felicità
in grani d’essenza sublime.

Consolazioni di attimi,
scintille discontinue sul filo
della vita
che poi fulmina tutto.

(Giorgio Vigolo, Linea della vita, Arnoldo Mondadori Editore, 1949)

Biobibliografia

(Roma 1894 – ivi 1983).

Fu collaboratore di varie riviste, quali ” Lirica“, “La Voce“, “L’italia letteraria“, “Circoli“, “Letteratura“. Sul “Mondo” tenne una rubrica di critica musicale; come musicologo fu anche collaboratore della Rai. Curò la prima edizione critica de I sonetti di G.G. Belli (2 voll., Formiggini, Roma, 1930-31), cui premise un ampio saggio, e fu traduttore di Hoffmann e di Hoderlin (determinante, con Belli, nel segnare l’ispirazione poetica di V.). Dopo le prose liriche de La città dell’anima (Studio editoriale romano, Roma, 1923), Canto fermo (Formiggini, Roma,1931 con una sezione di poesie), Il silenzio creato (Quaderni di Novissima, Roma, 1934), proseguì con le raccolte Conclave dei sogni (ibid.,1935), di aperta polemica con l’ermetismo, Linea della vita (Mondadori, Milano, 1949), Canto del destino (Neri Pozza, Venezia,1959), La luce ricorda (Mondadori, Milano, 1967), premio Viareggio; raccoglie gran parte delle poesie precedenti più una sezione di inediti, I fantasmi di pietra (ibid., 1977), La fame degli occhi (Florida, Roma, 1982). E’ autore inoltre dei racconti in Le notti romane (Bompiani, Milano, 1960; premio Bagutta), dei romanzi La Virgilia (Editoriale Nuova, Milano,1982), e La vita del beato Pirolèo (ibid., 1983), entrambi composti negli anni ’20 ed editi da P.Cimatti, oltre a prose narrative raccolte in Spettro solare (Bompiani, Milano, 1973) e in Il Cannocchiale metafisico (Edd. della Cometa, Roma, 1982). Mille e una sera all’opera e al concerto (Sansoni, Firenze, 1971) comprende una scelta degli scritti musicali.

(da Letteratura italiana. Dizionario degli autori, Asor Rosa dir., Giulio Einaudi Editore,2008 )

Selezione testi di Elena F. Ricciardi

4 pensieri su “Giorgio Vigolo

  1. Marco Guzzi

    Bello questo ricordo di Vigolo, un poeta elegante e isolato.
    Lo conobbi alla fine degli anni ’70 prima come grande traduttore di Hoelderlin e poi come autore.
    Era una persona schiva e riservata, quasi del tutto emarginato dal mondo letterario romano.
    Ma la sua acuta introduzione a Hoelderlin resta ancora attuale.
    Grazie
    Marco Guzzi

    Rispondi
  2. fabrizio centofanti

    grazie, Marco.
    Vigolo è sulla soglia di un’epoca che muore e ne racconta la malinconia struggente da cui siamo chiamati a emanciparci.

    Rispondi
  3. Magda

    Per me Vigolo non è solo un poeta elegante e isolato, ma un autore che ha condotto una sua personale ricerca poetica contro il conformismo dell’epoca in cui visse. Sono quindi da rileggere non solo le sue raccolte poetiche, ma anche i suoi bellissimi racconti ambientati in una Roma magica e segreta

    Rispondi

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