Stefano D’Arrigo – Di quei confetti lontani e amari (tratto da Horcynus Orca)

Non soltanto un singolare caso letterario (chi lo trova oggi un autore che ci mette quindici anni a rivedere le bozze di un romanzo già sotto contratto?), non solo un nostos, di cui prende grosso modo la struttura, Horcynus Orca è stato l’ultimo tentativo in Italia di scrivere il “romanzo-mondo”. Ecco le peripezie dell’eroe tra mare e terra, in un paesaggio di cacce, morte e dolore (e il saliscendi mascolino di nfunfù nfunfù), attraverso la catastrofe del settembre ’43, il periodo cruciale della storia d’Italia.
È stata all’apparire occasione di imbarazzo per critici e studiosi: un’opera grande che, come poche altre, costruisce da sé la sua vera prima materia e nel procedere forma il proprio linguaggio, che è invenzione continua e scavo, come per Gadda e quell’altro lombardo che stava sulle centomila. E poi il mare, la Sicilia, lo scorrere di molteplici fiumane di oralità, gli elementi le piante gli animali, anime (letterarie e genius loci) tutte ferine.
Il tempo è stato galantuomo con questo romanzo. A trentatre anni dall’uscita, l’orca offre intatta a una nuova generazione di lettori tutta la sua ricchezza. Offrirebbe, se solo fosse reperibile in catalogo. Bisognerebbe organizzare reading pubblici, che vanno oggi di gran moda, ché il periodare il lessico le assonanze del gran bestione sembrano fatti, come epica, per letture collettive, a voce alta.

(pagine 87-88 dell’edizione 1975 Mondadori)

Gli pareva di chiedergli, a ognuno, dove vendevano i confetti.

Questo era fatto che gli era successo con Duardo Cacciola, quando aveva sette anni lui, e sei e mezzo il suo amico del cuore. Con quattro soldi stretti nel pugno e l’acquolina in bocca, cercavano fra le case del Faro la dolceria dove vendevano i confetti. Era d’estate, e forse quei quattro soldi avevano a che fare con la passa dello spada; ed era lo scatto di sole, le due o le tre: ed era domenica, perché quel giorno sua madre gli aveva spuntato i capelli, che se non era cosa di tutte le domeniche, era cosa forzatamente della domenica.

Nella controra, tutte le porte erano chiuse: ne avevano vista una però, che stava accostata con una sedia e avevano domandato là della dolceria. Dallo scuro della porta era comparsa la faccitta di una madredifamiglia, pallida, cogli occhi cerchiati, il tuppo scapigliato, come avesse vegliato nottate o avesse qualche penìo. Per indicare la dolceria, alcune porte più avanti, dovette aprire un poco di più quella metàporta e sporgersi dalla soglia. Allora, mentre lei diceva: ecco, vedete là, muccuselli? là c’è la dolceria, uno sprazzo di quel sole arraggiato balenò dentro dal varco di porta, sfoderandosi nel buio dell’antistanza e gettando l’abbaglio della sua lama, preciso, misurato, lì davanti, sopra un catafalchetto tutto bianco e parato come una culla di vava addormentato.

Era conzato fra le sedie impagliate, con decoro di lenzuola alle spalliere e imbottimento di origlieri dentro: il muccusello, di sei anni e mezzo o sette, poteva essere lui o Duardo, era bello pulito, coi capelli come tagliati freschi pure lui, all’umberta, e col difetto di chierica da un lato, pure lui: era vestito in pompa magna, con camicia, calzette, scarpette e pantaloni, tutto di bianco, solo che le scarpette non le aveva ai piedi ma posate lì accanto, come se, non essendoci abituato, pure lui, fossero là proforma; al braccio, poi, portava il nastro con medaglietta della prima comunione, e infine, attrazione massima ai loro occhi, posava le mani sopra l’impugnatura di una spadina di latta argentata come quella dei paladini, che dal petto gli scendeva a cavallo fra le gambe, specchìandosi lucidalucida.

Per un momento, si erano persi cogli occhi sulla spadina, come se lo scintillìo che ne sprizzava, li abbacinasse. Se la madre l’armò, pensavano, segno che può averne bisogno: segno che si deve difendere e segno che si sa difendere. Era armato, incavallato, in altri termini, persuaso serio del fatto; andava forse fra grandi e ignorati pericoli, dove sarebbe stato solo, senza padre né madre né un amico, nessuno, per sentirlo se gridava aiuto: tutta la sua salvezza era affidata al suo braccio e a quella spada, forse di vero acciaio temperato, una vera spada, forgiata corta, appositamente per il suo braccio, perché potesse giostrarci senza sforzo. Quasi gli morivano dietro, dall’invidia che gli faceva con quella spadina.

Ma riguardatolo in viso, il muccusello gli sembrò più grande, assennato e come invecchiato da un secondo prima, come uno che s’andasse a buscare il suo pane di morto in quell’impresa, in quel lungo, lunghissimo anzi, per non dire infinito rischioso viaggio, e intanto si fosse appoggiato all’origliere per farsi un sonno.

Pareva dormire, infatti, summo summo; col sonno attaccato con la saliva; aveva una ruga in mezzo alla fronte, che lo faceva apparire come soprapensiero; la luce gli tagliava la faccia in due metà e sembrava che ne avesse fastidio e ci si aspettava che quel fastidio gli avrebbe fatto sollevare le palpebre da un momento all’altro, finendo per svegliarlo. Intanto, lui e Duardo pensavano: però, a che gioco si potrebbe giocare più con lui, anche se depone la spada, anche se non intraprende più il suo viaggio, a che gioco, con uno che sta così serio?

Scandaliatasi che mentre lei gli indicava la dolceria, essi avevano smirciato il catafalchetto alle sue spalle, la madricella sbiancò e arrossì come fosse stata colpa sua, si tirò dietro la metàporta e ripeté ancora: muccuselli, là è la vostra dolceria, là è, ma stavolta come li implorasse lei, per il bene suo e per il loro, ad andare a comprarsi i confetti, a levarsi dalla sua porta. All’ultimo istante, mentre ritirava la faccitta e li guardava, videro che teneva in mano un ventaglio moscarolo, con la paglia sfilacciata e annerita di carbonella e fumo del focolare, ma in quel momento, con quel ventaglio, una volta tanto moscarolo di nome e di fatto, certamente gli cacciava le mosche al muccusello.

Dopo alcuni passi si erano girati, la porta era quasi chiusa con quello spiraglio nero come una feritoia a lutto. Senza dirsi niente, specchiandosi l’uno nel pallore dell’altro, erano tornati indietro in punta di piedi e ripassata quella porta, si erano messi a correre ed era stato mentre correvano che finalmente gli era scoppiato il pianto a tutti e due. Correvano e piangevano. Il pianto, giusto per annacquargli gli occhi, gli finì subito, appena usciti dalle case sulla striscia di terradura, fra il mare e le melonare, che abbrevia dal Faro a Cariddi: però, continuarono a correre per tutta la terradura lunga, a occhio e croce, più tre che due chilometri. Corsero talmente a gettasangue, che quando si fermarono, avevano ancora gli occhi umidi di quelle due lagrime.

Era di quei confetti lontani e amari, che gli sembrava di domandare, domandando di barca a ogni spiaggiatore che incontrava. Domandava di confetti a chi sicuramente, dati i tempi, aveva i catafalchetti suoi dietro la porta, eppure nessuno lo ronzava con male parole: avevano tutti, come la madricella farota, la loro faccitta contegnosa, coi tratti riguardosi del mondo, la loro bella cera di cerimonia che pigliavano e s’imponevano in faccia, sulle angustie e gli strapazzi privati, per fargli faccia a lui.

11 pensieri su “Stefano D’Arrigo – Di quei confetti lontani e amari (tratto da Horcynus Orca)

  1. ezio

    Roberto, quella del reading di Horcynus è un mio vecchio pallino.
    Pensa ad una rappresentazione fatta in barca, fra Scilla e Cariddi, che cominci alle sette di sera e termini la mattina dopo, all’alba, in Sicilia…. Immagino tutta una serie di barche, su cui far sistemare il pubblico, e una più grande con gli attori; e le barchette delle femminote che di tanto in tanto saettano sui “bastardelli”, e le orche, i delfini, che guizzano fra le onde (da farsi prima che comincio a devastare la zonea con quel maledetto ponte….)

    Sulla Bottega di lettura ci fu una indimenticabile staffetta fra me e Giorgio Morale, che forse avrai letto, a suo tempo.
    La lettura di Horcynus è stata per me una esperienza indimenticabile.
    ciao
    Ezio

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  2. Roberto Plevano

    Ezio, ti dirò, sono stati i tre post di Morale su Horcynus che mi hanno fatto (ri)prendere in mano il romanzo. Con la raccapricciante scoperta che l’edizione del 2003 è praticamente esaurita. Così qui nella mia provincia c’è una copia di biblioteca in cui i soliti noti si passano note di lettura.
    Leggendo, ho avuto l’impressione che D’Arrigo si recitasse a voce alta i passaggi, prima di metterli giù.

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  3. ezio

    D sicuro scriveva a mano, e una pazientissima signora mandata da Mondadori lo seguì per tutto il tempo battendo a macchina quello che scriveva.
    Io l’ho letto nell’edizione originale.
    E.

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  4. Roberto Plevano

    Per TUTTO il tempo? Scusa (è il filologo che parla), che cosa intendi per edizione originale? Il dattiloscritto della pazientissima signora? Il chirografo? A quanto ne so, D’Arrigo ha continuato a lavorare sul testo per anni dopo la pubblicazione Mondadori.

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  5. fabrizio centofanti

    quando mia madre, molti anni fa, mi disse che era un libro bellissimo, rimasi stupito, trattandosi di donna colta ma di non vastissima esperienza in letteratura contemporanea. da allora mi ripromisi di leggerlo. passarono eventi e governi, ne vidi di tutti i colori e ne lessi di tutte le risme. ma il libro è ancora lì, a ricordarmi che c’è qualcosa che non riusciamo fare, qualcosa che in questa vita non porteremo mai a termine.

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  6. vibrisselibri

    Fabrizio, ti invidio. E’ bello avere un libro del genere, lì, ad aspettarti.

    Roberto, sto cercando inutilmente la bellissima storia della dattilografa che praticamente si “installò” in casa D’Arrigo per seguirne la stesura (complicatissima, difficile, con la casa editrice che premeva per chiudere e lui che si rintanava nella stanza in preda a deliri e depressioni….), ma non lo trovo. Ricordo di averlo scaricato da qualche sito. Forse Giorgio se lo ricorda.

    Io l’ho letto, ovviamente, sulla “prima edizione”, non sul manoscritto!
    Ciao,
    Ezio

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  7. Giorgio

    Ottimo, Roberto, non si parlerà mai abbastanza di D’Arrigo. Anch’io ho sentito dire da varie persone che non trovano più in libreria “Horcynus Orca”, ed è una vera vergogna. Sono d’accordo con te: ci sono nel libro sonorità che sarebbero certamente esaltate da una lettura ad alta voce.

    Ezio, certo che mi ricordo la lettura di “Horcynus”, è rimasta per me un’impresa memorabile. Non ricordo invece le vicende della composizione del libro: eppure sono passati solo due anni da quando m’immersi nella lettura di D’Arrigo…

    Fabrizio, anch’io ho una lunga lista dei desideri… comunque, quando potrai affrontare questo libro, penso che sarai abbondantemente ripagato della fatica. Tanti brani si leggono proprio con gioia.

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  8. enrico de lea

    Iniziai a leggere (vivevo a Messina) l’Horcynus nel lontano 1974 (o 75?), appena uscito, per reazione alle frasi demolitorie del ns. insegnante di liceo. Lo apprezzai dopo i vent’anni. E’ un romanzo che ha fatto da inspiegabile sfondo al mio legame (personale, familiare, culturale, politico…) con l’area dello Stretto di Messina: c’è, dentro, tutto il mondo dei nostri padri, in generale.

    A Messina, presso il Capo Faro, hanno istituito il Parco Letterario Horcynus Orca.

    La rilettura di Giorgio anche per me è stata di grande impatto.

    Penso talvolta alle retoriche dulla “sicilitudine” ed a quanto siano negletti, rispetto al resto degli autori siciliani, i nomi riferibili all’universo dello “scillecariddi” : D’Arrigo, Cattafi, la Insana o nomi meno noti come Beniamino Joppolo, Guido Ghersi,Andrea Genovese…

    Ciao a tutti, E.

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