Archivi tag: Stefano D’Arrigo
D’Arrigo compie cent’anni

Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquanrantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ’Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi.
Imbruniva a vista d’occhio e un filo di ventilazione alitava dal mare in rema sul basso promontorio. Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande calmerìa di scirocco che durava, senza mutamento alcuno, sino dalla partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani e quello sventolio flacco flacco dell’onda grigia, d’argento o di ferro, ripetuta a perdita d’occhio.
Stefano D’Arrigo. Un (anti)classico del Novecento?
PROGRAMME DES JOURNÉES
Stefano D’Arrigo
Un (anti )classico del Novecento ?
Les Journées d’Études des 16 et 17 mars 2012, organisées à l’université Toulouse II autour
de l’oeuvre de Stefano D’Arrigo, visent à mettre en valeur l’oeuvre d’un écrivain dont
George Steiner s’est demandé : « Comment se fait-il qu’un livre qui marque profondément
son lecteur et transforme son paysage intérieur puisse demeurer obscur à la très grande
majorité du public de la littérature? » (Corriere della Sera du 4 novembre 2003). Continua a leggere
Prove generali di «Horcynus»
Valente darrighista (ricordiamo almeno Il folle volo. Lettura di Horcynus Orca, Roma, Ponte Sisto, 2005), Siriana Sgavicchia raduna in un’elegante plaquette a tiratura numerata (Stefano D’Arrigo, Il licantropo e altre prose inedite, Pistoia, Via del vento Edizioni, 2010) quattro prose mai edite in volume (due scene tratte da un’«operetta in un atto», un racconto in forma di lettera, una novella e un frammento diaristico finora sparsi in quotidiani e riviste) risalenti agli anni formativi dello scrittore siciliano (1942-1948), offrendo così un “ritratto dell’artista da giovane” che consente finalmente — parola della studiosa — «non solo di arricchire di spunti l’interpretazione dell’opera maggiore alla luce di nuovi reperti, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone del Novecento, non solo italiano, e che pur avendo ottenuto l’apprezzamento di illustri critici e di studiosi, anche stranieri (George Steiner è uno di questi), ha in alcuni casi prodotto resistenze e idiosincrasie». Continua a leggere
Stefano D’Arrigo – Di quei confetti lontani e amari (tratto da Horcynus Orca)
Non soltanto un singolare caso letterario (chi lo trova oggi un autore che ci mette quindici anni a rivedere le bozze di un romanzo già sotto contratto?), non solo un nostos, di cui prende grosso modo la struttura, Horcynus Orca è stato l’ultimo tentativo in Italia di scrivere il “romanzo-mondo”. Ecco le peripezie dell’eroe tra mare e terra, in un paesaggio di cacce, morte e dolore (e il saliscendi mascolino di nfunfù nfunfù), attraverso la catastrofe del settembre ’43, il periodo cruciale della storia d’Italia.
È stata all’apparire occasione di imbarazzo per critici e studiosi: un’opera grande che, come poche altre, costruisce da sé la sua vera prima materia e nel procedere forma il proprio linguaggio, che è invenzione continua e scavo, come per Gadda e quell’altro lombardo che stava sulle centomila. E poi il mare, la Sicilia, lo scorrere di molteplici fiumane di oralità, gli elementi le piante gli animali, anime (letterarie e genius loci) tutte ferine.
Il tempo è stato galantuomo con questo romanzo. A trentatre anni dall’uscita, l’orca offre intatta a una nuova generazione di lettori tutta la sua ricchezza. Offrirebbe, se solo fosse reperibile in catalogo. Bisognerebbe organizzare reading pubblici, che vanno oggi di gran moda, ché il periodare il lessico le assonanze del gran bestione sembrano fatti, come epica, per letture collettive, a voce alta.
(pagine 87-88 dell’edizione 1975 Mondadori)
Gli pareva di chiedergli, a ognuno, dove vendevano i confetti.
Questo era fatto che gli era successo con Duardo Cacciola, quando aveva sette anni lui, e sei e mezzo il suo amico del cuore. Con quattro soldi stretti nel pugno e l’acquolina in bocca, cercavano fra le case del Faro la dolceria dove vendevano i confetti. Era d’estate, e forse quei quattro soldi avevano a che fare con la passa dello spada; ed era lo scatto di sole, le due o le tre: ed era domenica, perché quel giorno sua madre gli aveva spuntato i capelli, che se non era cosa di tutte le domeniche, era cosa forzatamente della domenica. Continua a leggere


