Tre poesie di Alberto DA COSTA E SILVA

Elegia

Sofrer esta infância, esta morte, este início.
As cousas não param. Elas fluem, inquietas,
como velhos rios soluçantes. As flores
que apenas sonhamos em frutos se tornaram.
Sazonar, eis o destino. Porém, não esquecer
a promessa de flores nas sementes dos frutos,
o rosto de teu pai na face do teu filho,
as ondas que voltam sobre as mesmas praias,
noivas desconhecidas a cada novo encontro.
As cousas fluem, não param. As folhas nascem,
as folhas tombam longe, em longínquos jardins.
Em silêncio, vives a infância de teus olhos
e, morto, és tão puro que te tornas menino.

*

Elegia

Soffrire questa infanzia, questa morte, questo inizio.
Le cose non si fermano. Trascorrono, inquiete,
come vecchi fiumi gorgoglianti. I fiori,
appena sognati, si mutarono in frutti.
Maturare, questo il destino. Ma non dimenticare
la promessa di fiori nei semi dei frutti,
il volto di tuo padre nello sguardo di tuo figlio,
le onde che ritornano alle stesse spiagge,
spose sconosciute ad ogni nuovo incontro.
Le cose trascorrono, non si fermano. Le foglie nascono,
poi cadono lontano, in remotissimi giardini.
Vivi in silenzio l’infanzia dei tuoi occhi,
e, morto, sei così puro da ritornare bambino.

(da: O Parque / Il Parco, 1950-52)

 

***

 

O Espaço Vazio

Quem fez de tua corola
a boca que não responde
e se verga à brisa e corta
nosso espanto e nossa fome?

Qual a fonte que te banha,
que não mana, nem se esconde
entre as ramas, e na fronte
os cabelos nos derrama?

De que és feita, de que asa
sem inércia e vôo, ausente,
mas que embalam, nas sacadas,
os leques? O rio que mente,

que oculta seu curso e praias,
teu segredo também cala.
Que escondes, ó flor? Desmaia
em nosso olhar tua cor

de ar sem céu, sem perfume,
sopro que morre na flauta,
cornamusa muda, ovelha
sem lã, aprisco e pastor.

Por entre a mão frágil, fina,
que dobra a haste sem trama
vegetal, que não te liga
nem à terra, nem ao drama

do meu sonho, ó inesistente
que em pura beleza existes,
por que foges? De que chama
nasce e morre o breve ausente?

Vences a sombra… A lembrança,
ó languido quartzo, ó nada,
mentira de vergel mansa,
è uma rede imaculada,

pois morres sem ver os dias
no teu exílio sem tempo,
sem que recebas a herança
dos jarros das madrugadas.

Ó vertigem, claro ente
de um paraíso feroz,
sal e carne dessas ondas
que as tarrafas nunca prendem,

que raízes tens na tarde
dividida pelo sol
e o seu prenúncio lunar?
Por que ficas, puro e só,

centauro de flor e ar,
que inventas a nostalgia
de ser eterno, não sendo
martírio de um raro olhar?

*

Lo spazio vuoto

Chi fece della tua corolla
la bocca che non risponde
e si piega alla brezza e spezza
la nostra paura e la nostra fame?

Quale fonte ti bagna
che non sgorga, non si nasconde
tra i rami, e sulla fronte
i nostri capelli scompiglia?

Di che sei fatta, di quale ala
senza quiete e volo, assente,
ma che i ventagli stringono
sui balconi? Il fiume che mente,

che occulta corso e rive,
tace anche il tuo segreto.
Cosa nascondi, fiore? Stinge
nel nostro sguardo il tuo colore

d’aria senza cielo né profumo,
respiro che nel flauto muore,
cornamusa muta, pecora
senza lana, ovile e guida.

Dalla mia mano fragile, sottile,
che piega lo stelo senza trama
vegetale, che non ti lega
né alla terra, né al dramma

del mio sogno, o inesistente
che in pura bellezza vivi,
perché fuggi? Da quale fiamma
nasce e muore la breve assenza?

Tu vinci l’ombra… La memoria,
o languido quarzo, o nulla,
menzogna d’umile giardino,
è un filo immacolato,

e muori senza vedere i giorni
nel tuo esilio senza tempo,
senza ricevere il lascito
delle anfore aurorali.

O vertigine, chiaro essere
di un feroce paradiso,
sale e carne di quelle onde
mai intrappolate dalle reti,

quali radici hai nel tramonto
diviso dal sole
e dal suo annuncio lunare?
Perché rimani, puro e solo,

centauro di fiore e aria,
tu che inventi la nostalgia
di essere eterno, non essendo
martirio di uno sguardo raro?

(Da: O Tecelão / Il Tessitore, 1953-1959)

 

***

 

O Poeta, Ao Poeta

E tinha de ser eu
um ser ausente a tudo,

um enviado da terra,
reduzido a cansaço,

quem apenas diria
o que fora ditado,

posto só no escuro,
pelo céu o acaso.

Entre a sombra e o lume
de seu tempo desfeito,

voltaria de mim
para a espera, que anulo,

deste deus que não fui
no menino, que, preso

nos seus gestos de então,
recompõe no mais puro

exílio, toda a febre,
a carne que lhe deram,

a palavra e o choro,
as sobras do infinito,

o seu sonho partido
entre o dormir e o medo.

Eram belas as vozes
de que fui o segredo

e que ouvi, longe em mim,
a contar-me o que cedo

ao órfão, ao desditoso,
ao coberto de fezes

– alguém que vai profundo,
sendo êxtase e beijo,

no corpo que me serve,
e me vê no que vejo.

*

Il poeta, Al Poeta

Dovevo essere io,
quello che a tutto è assente,

un inviato della terra,
ridotto a consunzione,

che avrebbe detto appena
quanto già fu dettato,

posto da solo al buio,
dal cielo o dalla sorte.

Tra l’ombra e la luce
del suo tempo disfatto,

a me ritornerebbe
per l’attesa, che annullo,

di questo dio che non fui
nel bambino, che, preso

nei suoi gesti di allora,
ricompone, nell’esilio

più puro, tutta la febbre,
la carne che gli diedero,

la parola e il pianto,
le briciole d’infinito,

il suo sogno diviso
tra dormire e paura.

Erano belle le voci
di cui sono stato il segreto,

udite in me, lontane,
a narrarmi quanto lascio

all’orfano, al derelitto,
all’uomo coperto di feci

– qualcuno che s’inoltra,
fatto estasi e bacio,

nel corpo che mi serve,
che mi vede in tutto ciò che vedo.

(da: As Linhas Da Mão / Le Linee Della Mano, 1967-1977)

***

14 pensieri su “Tre poesie di Alberto DA COSTA E SILVA

  1. Giovanni Nuscis

    Molto belle. Elegia è quella che preferisco:

    “Vivi in silenzio l’infanzia dei tuoi occhi,
    e, morto, sei così puro da ritornare bambino.”

    Grazie, Francesco.

    Giovanni

    Rispondi
  2. francescomarotta

    Grazie Giovanni e grazie Fabrizio.

    Di Alberto Da Costa e Silva so solo che è nato a São Paolo nel 1931.
    L’ho conosciuto (intendo la sua opera) grazie a un’amica che, qualche anno fa, di ritorno da un viaggio in Brasile, mi portò alcuni libri: l’antologia “As linhas da mão” del nostro, e due opere “folgoranti” di una poetessa incredibile, Cecilia Meireles (se trovo il coraggio, e ce ne vuole davvero molto, provo a tradurre un paio di testi).

    Non ho mai trovato niente di Da Costa in italiano, ma ieri, via mail, un amico mi ha fornito un’indicazione: sembra che Scheiwiller (e chi altri, se no?) nei primi anni Ottanta abbia pubblicato un suo libro, forse un’antologia, curata da Giuliano Macchi e Luciana Stegagni Picchio, in una collana di letteratura luso-brasiliana. Relata refero: ignoro, ergo sum. Ho fatto un giro in rete, ma non ho trovato niente.

    Pregasi quanti hanno notizie del nostro di depositare qui, a uso e consumo di tutti, il loro sapere.

    p.s.

    In un’altra mail, una persona, sempre ieri, mi ha chiesto se Alberto Da Costa e Silva è un eteronimo brasiliano di Melquiades Fermin Herrera. L’ho rassicurato che non è così, ma mi ha risposto di essere molto scettico…
    Vi prego, dicèteglielo voi, se no quello è capace di non dormire la notte.

    Pacs vobiscum.

    fm

    Rispondi
  3. jolanda catalano

    ….erano belle le voci/di cui sono stato il segreto…

    Di chiunque siano, sono versi splendidi, tutti.

    abbracci
    jolanda

    Rispondi
  4. paolarenzetti

    Quel Melquiades ha lasciato un ricordo così nostalgico, che più di un…chiamiamolo “lettore” e non (………) certo ha dovuto verificare!
    Ciao Francesco.

    Rispondi
  5. francescomarotta

    Ho l’indicazione bibliografica precisa di quella che, fino a questo momento, sembra l’unica traduzione italiana di Da Costa e Silva:

    “Le linee della mano/Antologia poetica”, a cura di Adelina Aletti e Giuliano Macchi, con un saggio di Luciana Stegagno Picchio, Milano, Scheiwiller, All’insegna del pesce d’oro, 1986.

    Probabilmente (la butto lì, ma non ne ho nessuna certezza, non avendo mai visto il libro in questione), deve trattarsi di qualcosa di molto vicino a “As linhas da mão”, São Paulo/Rio d. J., Editora Difel, 1978, l’antologia che ho io e dalla quale ho tratto i testi. Lo stesso titolo, poi, sembra un’indicazione in tal senso.

    ***

    Cara Jolanda, Alberto “esiste e lotta insieme a noi”. Sono d’accordo con te, “sono versi splendidi, tutti”, più belli di quello che qualsiasi versione potrebbe mai rendere. Già la traduzione, di per sé, ruba sempre qualcosa, ma, e questa è una mia idea, di fronte alla “musicalità naturale” del portoghese, qualsiasi tentativo, anche il meglio riuscito, è una sorta di piccolo “crimine”. Si dovrebbero leggere questi versi in lingua per accorgersene, per cogliere le sfumature di queste note/sillabe scritte sul pentagramma dell’aria e del respiro.

    Pacs vobiscum: DICO, vobis, fratresque sorores.

    fm

    Rispondi
  6. francescomarotta

    Ciao Paola, ti leggo dopo aver postato.

    Forse Melquiades tornerà, il professor Lazzaro Visconti mi ha fatto avere altri testi. Se trovo il tempo per “tradurli”…

    fm

    Rispondi
  7. francescomarotta

    Grazie, Fabrizio. Cercherò di approcciare l’immensa Cecilia Meireles, anche se, mi sa, che devo andare parecchio lontano…

    Ciao.

    fm

    Rispondi
  8. carmine vitale

    un poeta che non conoscevo concordo con marotta su cecilia meireles della qule ho queste due poesie che a mio avviso esplodono in tutta la loro grandezza.

    Non cercare là.
    Ciò che è, sei tu.
    Sta in te.
    In tutto.
    La goccia è stata nella nuvola.
    Nella linfa.
    Nel sangue.
    Nella terra.
    E nel fiume che si è aperto nel mare.
    E nel mare che si è coagulato in mondo.
    Tu hai avuto un destino così.
    Fatti a immagine del mare.
    Datti alla sete delle spiagge.
    Datti alla bocca azzurra del cielo.
    Ma fuggi di nuovo a terra.
    Ma non toccare le stelle.
    Torna di nuovo a te.
    Riprenditi.

    remi battono le acque:
    devono ferire per andare.
    Le acque vanno acconsentendo,
    questo è il destino del mare.

    c.

    Rispondi
  9. jolanda catalano

    Caro Francesco, sono lieta di leggere che Alberto “esiste e lotta insieme a noi”.
    Per quanto riguarda la necessità di approcciare i testi nella lingua madre, devo dirti che sono alquanto ignorante in materia, ma ribadisco che la traduzione rende a pieno quelle note/sillabe scritte sul pentagramma dell’aria e del respiro. Non avresti potuto dire meglio. In attesa del post sull’immensa Cecilia, rinnovo il mio abbraccio e un caro saluto a tutti.

    jolanda

    Rispondi

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