Oratio Dominica

Nella foto, il testo cimbro del Pater inciso sul bronzo in Val Terragnolo

Renato si divertiva spesso a ironizzare sui nostri piccoli riti domestici.

«Così mandi i tuoi figli a catechismo, ci tieni a dar loro una formazione religiosa. Non mi ricordo di averti mai visto esibire molta devozione da giovane», mi stuzzicava.

«Appunto, non ho mai esibito un bel nulla. Tu non hai bambini, non conosci i vantaggi dell’insegnamento religioso. E non intenderli in senso pragmatico. I miei figli cresceranno e potranno fare quello che piacerà loro, ma intanto la loro educazione sarà completa, avranno più scelte davanti: se uno dev’essere ateo, o pagano, come sono molti adolescenti, e sei tu, che lo sia con cognizione di causa, non per ignoranza assoluta».

«Beh, rispetto laicamente le tue opinioni, ma se fossi al tuo posto non sarei così netto con i giudizi, specie su cose che non conosci. E i tuoi bambini come prendono le vostre… uhm… sollecitazioni?».

«Cosa vuoi… sono attaccati all’abitudine più che al messaggio. Io recito la prima parte del Pater, loro dicono il resto. Una specie di piccola recita, una litania per piccoli».

«Ah… gli lasci la parte del pane e dei debiti…».

«Anche quella del male, gliela lascio volentieri. Sul pane ho sempre avuto problemi. Io il pane preferisco darlo, se posso, piuttosto che riceverlo. E fuor di metafora. Quella del Pater, se di metafora si tratta, non l’ho mai capita fino in fondo».

«Pane quotidiano significa sostentamento materiale, cibo, no?».

«Credo di sì. Ma come si fa a esserne sicuri? Magari si voleva intendere un pane spirituale, un pane della vita che elimina la morte, un pane mistico, o supersostanziale, chi lo sa? Io ne dubito. Gesù probabilmente predicava in aramaico, che non possiede un lessico metafisico molto sofisticato, e si rivolgeva a uomini e donne semplici. In ambienti platonici del terzo secolo si sosteneva che il termine che accompagna il pane nei vangeli di Luca e Matteo è un hapax in greco, coniato per rappresentare un’espressione aramaica per cui non c’è equivalente in altre lingue. Qualcosa che indicava ciò che è necessario all’esistenza, ma chi può dire che cosa era considerato necessario da letterati alessandrini? Per me comunque quello è il pane che deve riempire le pance vuote alla fine di ogni giorno. Primum vivere. Così lo spiego ai miei figli. Per millenni, fino a un centinaio d’anni fa, anche qui, gli uomini vedevano le loro famiglie morire di fame, bastava una siccità, una guerra, un incendio. Era comune fare gli scongiuri a ogni semina, chiedere intercessioni. Pregare. Ogni giorno rinnova la differenza tra la vita e la morte fisica. Il pane significa direttamente la vita, capisci? Per questo il pane dev’essere quotidiano. Altro non si dovrebbe veramente chiedere, perché il pane basta, e non avanza. Le altre petizioni, quelle sì, sono di natura più spirituale».

«Così il pane è la continuità della vita materiale».

«E ti par poco?».

«E se il pane non arriva?».

«Eh… non si è mai sicuri che arrivi. Per quello lascio la parte del pane ai bambini: loro sanno che ogni giorno troveranno sulla tavola il necessario all’esistenza. Io non ne sono così sicuro, ma preferisco non pensare che l’oratio dominica sia un insegnamento vuoto, una preghiera inefficace, come quando non c’è più pane, e debiti tentazioni e mali abbondano come non mai, come oggi. Non me la sento di pensare che per duemila anni gli uomini abbiano recitato una formula di cui si è dimenticato il senso… magari, con quelle parole, senza sapere hanno chiesto un pane duro che sa di sale, un pane difficile da mandare giù, un pane che molti non mangerebbero».

«E dona a noi lo nostre pa’, qui es sabre tota cause, ma liberart uns von der Weah un vume Teivele. Quia tua est potestas et gloria in saecula. A sa sais», liturgiciggiò incoltivatamente allora lui, giungendo le mani con atto di rustico orante. Voleva prendere in giro? Non mi piacciono le canzonature, tanto meno quelle raffinate.

«Davvero credi che esista un dio capace di capirti?».

«Oh, caro mio, sono solo parole, Dio dovrà pure capirle! Nel mezzo delle guerre di religione nel Cinquecento, in qualche luogo dell’Europa, in un campo dopo la battaglia, i morenti avranno pregato insieme nella loro ultima ora, ognuno con le parole delle orazioni recitate da bambini. E passata Babele, torneranno ad avere la stessa lingua». Già, la speranza è davvero l’ultima cosa a morire. Renato intanto continuava a parlare con espressione rapita da ispirato delirante.

«Ma guarda, io ti capisco bene sai. Le richieste sono sempre… come dire… imbarazzanti, soprattutto se non se ne può fare a meno. Qualche volta – detto con una smorfia un po’ amara della bocca – non resta altro che chiedere. Chiedere chiedere, chiedete e vi sarà forse dato, chiedete e magari la passerete liscia, chiedere costa poco o nulla, no? No! Chiedere costa, non hai idea quanto, un occhio della testa, un braccio e una gamba, una vita intera. È una faticaccia: chiediamo con atteggiamento umile, con il cappello in mano, con la testa china, con gli occhi bassi, in ginocchio, con la schiena rotta. Per ricordare che siamo dei poveracci». Il discorso di Renato rischiava di perdersi lontano, in direzione di antiche istruzioni: “non parlate molto”. Eh, lo si sapeva anche allora che non abbiamo poi molto da dire.

«E tu, Renato, non chiedi mai? Chi non chiede mai nulla non vive».

«E che cosa dovrei chiedere? Dovrei pensare a quello che non ho ottenuto?». Ah Renato, non parlarmi di quello che avresti voluto per te, per noi. Ogni volta che ci penso, alle tue, alle nostre cose, sento un groppo in gola, anche adesso. No, dovevi aver sentito la mia silenziosa e postuma rimostranza, perché hai continuato con cose invece molto più leggere.

«Eppure io mi sveglio ogni mattina e sono stupito di essere vivo, del mio cuore che batte, e le mie braccia si godono il calore dei raggi del sole, e gusto il vino, il pane – appunto! – e la soppressa che mi offri, e non ho chiesto niente. Ti ringrazio Luca, mio piccolo strumento contingente di divina intercessione. Oremus frater: vinum nostrum cotidianum dános hoy. Consoliamoci insieme». Alzò un bicchiere invisibile e bevve il vino supersostanziale. Alla mia salute, sperai. Caro vecchio Renato, sentivo il tuo buonumore aprirsi a ogni visita alla mia piccola famiglia, sapevo che le tue cose, quello che speravi di realizzare quando eri più giovane, cioè più ignorante delle cose del mondo, erano diventate sostanza di cenere, ma qui da noi dicevi: «per fortuna!», e apprezzavi il piacere di una bella chiacchierata. È così strano, le cose semplici non fanno comunemente parte delle massime aspirazioni di un uomo, come a dire: «entro dieci anni voglio essere titolare di un’azienda e dar lavoro a trecento persone!», «entro cinque anni voglio essere primario di neurochirurgia!», e invece Renato avrebbe detto: «domani, ah, domani, voglio fare una bella conversazione con un amico, e poi andarcene sui colli in trattoria». Che cosa volere di più?

No, magari fosse così facile. Ci si alza ogni mattina, al lavoro, al fare, al costruire, all’agitarsi, non si smette mai, in attesa di qualcosa, come dannati in pena, prima il castigo e poi la colpa. Una tale fascinazione connessa al fare, gli uomini che fanno sono osservati da spettatori incantati. Forse quel fare servirà a renderli giusti, a rivelare loro un supplemento di grazia. Dio solo sa se ce n’è bisogno! Il miglior argomento contro la giustificazione per mezzo delle opere è stato in verità disponibile fin dall’inizio di questa storia: se destinati alla beatitudine sono coloro che piangono e che hanno sete di giustizia, saranno pur persone a cui evidentemente non è andata molto bene nella vita, no?

Rinunciai a provocare Renato su tutte le altre richieste, sarebbe stata una discussione senza fine e senza capo, ed era già tempo di andare. Detta l’ultima parola, preferisco pensare che i miei debiti siano stati rimessi, non potrei morire sapendo che ancora c’è qualcosa da regolare. Sono stato educato così, a pagare i miei debiti, soprattutto a non farne, se possibile. Ma qui c’è uno spiraglio per sollevare un piccolo orgoglio di creatura: “sicut et nos, così come anche noi – proprio noi! – li lasciamo cadere”. Ecco, io avevo cominciato a cancellare qualche minuscola pendenza, a perdonare offese ricevute, magari a prezzo di un certo sforzo, offese che nessuno ricorda di aver recato, di cui nessuno, se non io, si è mai accorto. Sarà stato sufficiente?

3 pensieri su “Oratio Dominica

  1. robertorossitesta

    Si sputa tanto sulle abitudini in quanto abitudini, ma l’importante è proprio cercare di prenderne di buone. Poi il resto, se deve venire, viene quasi da sé.
    Certo, occorre non discutere troppo con i dubbi magari legittimi che immancabilmente ci assalgono, quantomeno non farsene sviare.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. Roberto Plevano

    Mi affascina il contrasto che c’è, in molte tradizioni religiose, tra l’abitudine consolidata nel rito (che deve essere sempre uguale) e il bisogno di assoluto di ogni “comunicazione” tra l’umano e il divino, che di norma è comunicazione a senso unico, ma è “come se” fosse un dialogo. Quindi, nascosto, c’è un potenziale di imprevedibilità in ogni invocazione, così come le discussioni umane sono imprevedibili per natura.
    Il Pater, come lo vedo io, è una preghiera che esprime un ostinato, incoercibile, orgoglio di creatura.

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  3. fabrizio centofanti

    grazie, Roberto.
    m’interrogo spesso sul significato del Padre nostro.
    quel supersostanziale mi lascia sempre perplesso, mentre mi intriga il non indurci in tentazione.
    ma di questo parliamo un’altra volta.

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