Pasqua
di Giovanni Agnoloni
L’aria era umida e avvinazzata. C’era un sentore di pioggia, che si sentiva attraverso l’odore di ruggine diffuso nell’atmosfera. Gli alberi si scuotevano leggermente, come se disapprovassero l’ambiente circostante. Il giardino nel cuore di Bologna era piccolo e mal tenuto. Steve, un professore d’inglese di cinquantadue anni, originario di Bristol, sedeva su una panchina con una giornale in mano. Aveva appena finito di leggerlo, e adesso non sapeva che fare. Era Pasqua, e per le strade, all’ora di pranzo, non c’era quasi nessuno.
Si alzò in piedi con la finta decisione di chi vuole autoconvincersi di essere impegnato, pur sapendo bene di non aver nulla da fare. I suoi parenti erano lontani. Il giorno prima aveva lavorato, e martedì sarebbe dovuto ritornare alla sua scuola. Viveva in un piccolo appartamento vicino alla stazione dei treni. In ogni caso, i suoi rapporti con la famiglia erano piuttosto freddi, e rivederli gli avrebbe al più dato un’emozione superficiale. Non si può certo dire che fosse felice.
Percorse a piedi il chilometro che lo separava dal centro, tenendosi sempre sotto gli eterni porticati. Il cielo era di un color grigio, e i bandoni dei negozi per lo più tirati giù. Avrebbe pur dovuto inventare qualcosa per passare il tempo. Aveva, in effetti, un amico italiano, Giancarlo, che viveva con la moglie vicino alla Torre degli Asinelli. Sarebbe andato molto volentieri a trovarlo, ma aveva paura di disturbarlo. Conosceva l’attaccamento degli italiani alle tradizioni.
Lui con le donne non aveva avuto fortuna. Un po’ la sua vita raminga – dieci anni in Australia, cinque in Germania e tre in Italia -, un po’ il suo carattere timido e insicuro, lo avevano sempre tenuto a distanza dalle occasioni di formarsi una famiglia. Non che non lo desiderasse, ma proprio non ci riusciva. Forse per questo aveva bisogno dei suoi amici, i pochi che riusciva a crearsi ovunque andasse.
Attraversò Piazza Maggiore mentre la gente usciva dalla cattedrale e i piccioni si levavano in volo. C’era un movimento silenzioso, quasi che l’umidità ostacolasse il passaggio dei suoni. I colori erano soffusi, simili a quelli di certe città inglesi nelle giornate brumose. Entrò in un bar e prese un caffè. Alla radio stavano comunicando la griglia di partenza del Gran Premio di Imola, mentre il barista e un amico ridevano gagliardamente: era appena passata una turista straniera, e proprio non riuscivano a trattenersi dal fare dei commenti piccanti.
Però in fondo era per questo che era venuto via dall’Inghilterra. Per vedere mondi diversi dal suo, per lasciarsi avvolgere da cose estranee a lui. Forse per non sentire la voce di se stesso. Più che in cerca di qualcosa, era in fuga dalle sue paure. Lo aveva sempre saputo, e nel silenzio della coscienza si era sempre ripromesso di affrontare questo problema, prima o poi. Ma il poi aveva sempre prevalso, fino ad ora. Prima di uscire Steve comprò un piccolo uovo di cioccolato, che magari avrebbe mangiato più tardi. Lo mise nella sua valigetta.
Tagliò attraverso la piazza, fino a raggiungere la via principale, che conduceva alla Torre degli Asinelli. Non aveva veramente intenzione di andare da Giancarlo, ma se avesse girato a sinistra si sarebbe automaticamente diretto verso casa sua, dunque preferì prendere a destra. Camminò per altri cinquanta metri, e trovò chiusa anche la libreria che di tanto in tanto frequentava. Poté solo sbirciare attraverso il vetro, e lesse i titoli di alcuni libri. Poi si rese conto dell’enormità della sua noia.
Attraversò la strada e si decise a suonare all’amico.
“Chi è?” rispose la voce della moglie.
“Sono Steve,” disse. “Sono venuto a farvi gli auguri.” Si sentiva un idiota mentre lo diceva. Doveva suonare tanto come un’irruzione nella loro vita privata, come una mancanza di rispetto… Ma ormai era fatta. Salì le scale che portavano al secondo piano, dopodiché vide la sagoma tozza di Giancarlo disegnarsi sull’uscio del suo appartamento. L’amico sembrò contento di vederlo:
“Steve!” esclamò. “Che sorpresa, entra!”
“Buona Pasqua!” Steve rispose, levandosi il cappello e guardando in basso, imbarazzato.
“Ci hai fatto una sorpresa, eh?” Giancarlo lo incoraggiò. Sua moglie Antonia gli strinse la mano con aria meravigliata, ma non infastidita. Tutto sommato, pensò Steve, non doveva aver disturbato troppo.
“Scusate per l’improvvisata,” disse, “ma passavo di qua e pensavo vi potesse far piacere…” tirò l’uovo fuori dalla borsa, “…ricevere questo.”
Giancarlo e Antonia sorrisero e gli fecero le feste. Proprio non se lo aspettavano. Lo invitarono quindi ad accomodarsi, ma Steve si schermì, dicendo che dovevano essere in attesa di ospiti, e non voleva davvero…
“Ma cosa dici, Steve?” fece Giancarlo. “Veramente quest’anno siamo soli. Aspettavamo dei nostri amici, ma alla fine hanno avuto un problema e non sono venuti. Vuoi restare con noi a pranzo? Ci farebbe piacere.”
Antonia supportò l’invito di Giancarlo, vedendo che Steve era tentato, ma al tempo stesso non aveva il coraggio di accettare. Alla fine si decise a ringraziarli e a dire di sì. Giancarlo gli diede una pacca sulla spalla, come per complimentarsi della decisione. “Vedrai che tortellini in brodo ti prepara l’Antonia…” disse.
Steve adesso si sentiva davvero strano. Era tanto che non passava una festività in compagnia di amici. Di solito era solo, oppure a pranzi in ambienti formali, dove a nessuno importava molto degli altri. Qui gli sembrava di essere a casa, e provò gratitudine per Giancarlo e Antonia. Quest’ultima apparecchiò anche per lui – ormai era quasi mezzogiorno – e intanto i due uomini si sedettero in salotto a bere un analcolico.
“Allora, Steve, che mi racconti? È un mesetto che non ci vediamo per bene. Col lavoro tutto a posto?”
“Sì, Giancarlo, grazie… Non mi lamento, davvero. E tu?”
“Come sempre, più o meno. I normali alti e bassi del commercio, anche se ora è un momento difficile. A proposito, quell’offerta è sempre valida…”
Giancarlo non perdeva mai occasione di ripeterglielo. Dal momento che gestiva una concessionaria auto nella zona industriale della città, aveva bisogno di un brillante comunicatore plurilingue per curare le relazioni con l’estero. Aveva sempre pensato all’amico, conosciuto proprio in occasione dell’acquisto di una piccola auto da parte sua, ma Steve aveva sempre detto che stava bene così e che prima di cambiare voleva riflettere bene. Adesso all’inglese di Bristol venne quasi da sorridere, al sentire come l’amico sapesse sfruttare ogni occasione per fare affari. Per lui, nonostante il lavoro di insegnante, era un periodo così e così. Aveva perso gran parte degli stimoli del passato, anche perché la felicità che aveva sperato di raggiungere non aveva mai bussato alla sua porta.
“Non so, Giancarlo, magari adesso poteri pensarci sul serio…” disse infine.
“Oh, ma questa sì che è una buona notizia! Antonia, hai sentito? Steve vuole prendere in considerazione la mia offerta!”
“…Davvero?” Antonia sopraggiunse dalla cucina. “Ma senti! Allora fra un po’ diventiamo anche colleghi!”
Steve era un po’ confuso. L’esuberanza dei suoi amici a volte lo metteva un po’ in imbarazzo, anche se in fondo gli faceva piacere. “Beh, sì, sarebbe divertente, no?”
Si misero a tavola dopo un quarto d’ora. Mangiarono bene e in allegria. Forse era la prima volta che a Steve capitava una cosa del genere: si sentiva su di giri, come se la svolta tanto attesa stesse per arrivare. Bevvero anche del buon vino, e alla fine assaggiarono una colomba artigianale che Antonia avevano comprato da una bottega lì vicino.
“Dovremo presentargli Luciana, Giancarlo,” la moglie disse al marito, dopo aver posato il bicchiere sul tavolo.
“Beh, magari potreste lavorare insieme, no?” Giancarlo rilanciò verso Steve. Lui era smarrito. Non sapeva chi fosse Luciana, e la cosa lo interessava ma lo preoccupava anche. Quando si parlava di donne, era sempre vittima di questo gioco perverso di desiderio e paura, un tira e molla da cui non era mai riuscito a liberarsi, a partire dall’adolescenza. “Chi è Luciana?” domandò, con un filo impercettibile di apprensione nella voce.
“È la mia segretaria”, disse Giancarlo. A volte Antonia le dà una mano, anche se lei si occupa principalmente di contabilità. Luciana è brava con il francese, ma le manca un supporto inglese. Tu potresti fornirglielo. E magari, col tuo fascino nordico, formerete un bel team…” ammiccò, dandogli di gomito.
“Ma sì… gli affari andranno a gonfie vele!” Antonia rincarò la dose. E scoppiarono tutti e due a ridere. Steve per un attimo si sentì estraneo alla situazione. In parte perché quando i bolognesi scherzavano, caricavano di più il loro accento e non riusciva a seguirli bene; in parte perché, in questo caso, lo stavano involontariamente mettendo di fronte al suo maggior blocco psicologico. Che fosse veramente arrivato il momento di affrontare la sua paura, di decidersi a vivere come una persona normale, anziché come un ramingo? Mentre gli amici ridevano, passarono alcuni secondi, in cui percepì vivamente il proprio stato di crisi, ma poi fu come se i colori si riaccendessero. Un raggio di sole era riuscito a perforare le nuvole e, sbucando di lato alla Torre degli Asinelli, era penetrato nella sala da pranzo. Non sapeva come mai, ma anche a Steve adesso stava venendo da ridere, quasi si dimenticasse del suo aplomb anglosassone, e si trasformasse lentamente in un italiano della razza più chiassosa.
Però si sentiva bene, e forse da martedì per lui sarebbe iniziata una nuova vita.

Caro Giovanni,
semplice e toccante. Speriamo che l’anno prossimo il tuo professore, magari non più professore, non si stupisca più di trovare chiusa la sua libreria il giorno di Pasqua.
Un caro saluto,
Roberto
Interessante, l’aria avvinazzata.
ciao
Paolo
Grazie, Roberto e Paolo. Me l’ha ispirata un mio amico straniero che insegnava a Bologna…
Un caro saluto, e a presto,
Giovanni A.