A Lily at the Mercy of the Waves

Se c’è un diritto di alcuni testi a farsi pur leggere da qualcuno, un diritto esercitato spesso a prezzo di lotte e inenarrabili difficoltà, ci sarà anche il diritto di un libro a una copertina appropriata. Un vestito adatto a presentarsi al mondo, a farsi vedere, a circolare, e che pure rappresenti qualcosa di ciò che è all’interno.

Nella sostanza un problema di marketing, di catturare l’occhio del visitatore di librerie, edicole e supermarket, di seduzione, neppure troppo discreta in alcuni casi. Scansando il rischio di ingannevole pubblicità. Ecco allora la lusinga dei gusti: sobrietà Bauhaus o florilegi Art Deco? Colori vivi o tinte autunnali? Prevedere, orientare quello che vuole il pubblico. Ma c’è anche il proposito del narratore di sostenere il testo con qualche cosa d’altro, un supplemento di significato, un elemento che lo scrittore senta un po’ suo, in modo non dissimile dallo scritto.

«L’illustrazione è un po’ abusiva in letteratura», dice Guido Scarabottolo, cover artist per l’editore Guanda, in alcune riflessioni raccolte da Dario Oliviero in un inserto domenicale di «la Repubblica» (17 giugno 2007). Eppure si cercano immagini e apparati iconografici per presentare, per far sì che le storie inizino a raccontarsi, così come i cicli pittorici delle chiese medievali illustravano le favole morali dei predicatori.

E benché nell’inserto domenicale si dica che tutto è cominciato nel «1965: quell’anno Bruno Binosi e Mario Tempesti misero sull’Oscar Mondadori di Addio alle armi un’illustrazione. Non fu la prima, ma fu un cambio di strategia», la realtà storica è, come sempre, un po’ più complessa rispetto a questa breve memoria.

Una piccola storia curiosa accompagna la vicenda editoriale della prima edizione della Nascita della tragedia. Nietzsche stesso, a illustrare l’originalità del suo libro, volle rompere anche con le convenzioni tipografiche delle pubblicazioni accademiche e fece preparare da un artista, Leopold Rau, un disegno per il frontespizio della sua opera, un Prometeo che si libera dalle catene.

Nella sua ottima Guida alla Nascita della tragedia (Editori Laterza) Gherardo Ugolini è tornato sopra il significato di questa immagine: «Vi si vede Prometeo che solleva le braccia, alle quali sono ancora appese le catene appena spezzate, e con un piede schiaccia l’aquila… La figura di Prometeo è concepita quale maschera di Dioniso, come campione dell’empietà (il furto del fuoco) e artista titanico. Entro questo schema l’avvoltoio sta a simboleggiare il terrore dell’esistenza, mentre il gesto dell’eroe che spezza le catene corrisponde al piacere creativo dell’artista» (p. 21).

Un’illustrazione dunque, come se Nietzsche volesse dare sostanza di immagine a un testo che già di suo ha un inequivocabile intento narrativo: la favola dell’impulso dionisiaco che di nuovo genera opere e «spettatori estetici» dopo un lungo sonno e un’altrettanto lunga tortura di vincoli e mutilazioni. L’illustrazioni dell’idea tragica di Eschilo e del suo significato universale e attuale, una narrazione che, come ogni altra, in Nietzsche prende una forma programmatica di polemica artistica e filosofica. Potere della suggestione degli sfondi di cartapesta delle opere wagneriane. Friedrich Nietzsche. La sua è una prosa energetica, ma per me più che esaltare muove a compassione. Nietzsche, dell’attività creativa del drammaturgo e dell’esperienza dello spettatore, fa un modello esemplare e mitologico di vita estetica, che contrappone all’indifferenza e all’insensibilità del suo tempo. Così si capisce l’ostilità ad Aristotele. Assistere a una tragedia non poteva essere uno sbarazzarsi di sentimenti incompatibili con la vita sociale, una cura per poi ritornare purificati al pedestre tran tran della città. No, lo spettatore doveva cambiare nel suo essere, anzi, rinascere. Come Dioniso Zagreo, avrebbe raccolto le sue membra disperse in una nuova vita, ricostituito ancora l’integrità del suo essere. Quanto questa riflessione dica sulla vita e sul sentire di un giovane professore di filologia a Basilea, è appunto occasione di… mah, commozione? Compassione? Sono davvero impressionanti le foto di Nietzsche negli ultimi anni di vita “biologica”, trascorso il tempo della sua esplosione creativa. Malato, assente, un Dioniso smembrato appunto alla fine dell’opera.

Non credo che nessuno abbia mai ricordato un fatto semplice: Nietzsche non assisté mai a una tragedia attica. Ne conosceva i testi, li capiva, ma per lui parlare di tragedia era un po’ quello che sarebbe per noi parlare di cinema conoscendo solo pochi copioni, e senza mai aver visto una proiezione, un filmato, nulla.

E a fare una digressione su Eschilo, c’è da dire che, nonostante il successo delle sue opere presso il pubblico ateniese, qualcosa non piacque al popolo delle aquile e degli avvoltoi, che hanno vista lunga. Quell’uccello mandato da Zeus a divorare il fegato del titano era una misera caricatura e nuoceva al buon nome del genere dei rapaci. Allora essi eccezionalmente interferirono nella consuetudine delle faccende umane. A prestar fede alla storia dell’aquila di Plinio,

huius [avis] ingenium est et testudines raptas frangere e sublimi iaciendo, quae fors interemit poetam Aeschylum
(Questo volatile possiede l’istinto di rompere la corazza delle testuggini che cattura, facendole precipitare dall’alto, e questa circostanza causò la morte del poeta Eschilo)

Un intervento critico appunto dall’alto, fuor di metafora. Ancora oggi si sa poco sull’autore della stroncatura. Consenso e buon senso e alcuni indizi punterebbero allo strano volatile ibrido, metà aquila metà avvoltoio:

quidam adiciunt genus aquilae quam barbatam vocant, Tusci vero ossifragam
(Alcuni aggiungono alla famiglia delle aquile quella che chiamano aquila barbuta, gli Etruschi tuttavia la chiamano ossifraga)

Eccoci arrivati all’immagine che dà titolo al post, A Lily at the Mercy of the Waves, un giglio in fiore sulle increspature delle pagine di un libro, un giglio in balia delle onde. È l’opera che mi ha colpito più di ogni altra immagine in una visita all’esposizione Hideo Suzuki: pater noster, a Toronto nell’estate 2006. Si tratta di una serie di foto in bianco e nero di un artista giapponese che usa spesso libri ed esseri organici nelle sue composizioni. Questa foto era il pezzo forte dell’esposizione, e ha attirato qualche attenzione critica. A Lily at the Mercy of the Waves è l’immagine più vicina al senso complessivo dell’opera narrativa che io abbia trovato; fino al profumo di gigli che esala dai vecchi libri e fa correre l’immaginazione al calore di passate estati, all’intimità di vecchie parole, alla nostalgia di quello che i flutti del tempo afferrano, e qualche rara volta restituiscono in una spiaggia lontana, come relitti, come racconti, come il giglio che galleggia sulle onde di pagine da scrivere, scritte. Come il messaggio nella bottiglia. Come una preghiera.

A Lily at the Mercy of the Waves vorrei vederlo in copertina del mio piccolo libro, così che guardandolo ogni volta possa sentire il battere passato del cuore.

Allora un’altra storia potrebbe cominciare così:

Lilium floruit in secretissimo libro
Io sono il giglio che è fiorito nel libro più riposto. Io sono l’ancora delle tue memorie, il colore delle tue pupille. Il profumo che oggi ancora confonde e annoda i fili del pensare…

Postilla

Non succederà. Un sondaggio tra conoscenti (informale, ma è un sondaggio, di questi tempi fonte privilegiata, assieme all’interesse personale percepito, di acquisizione di conoscenze) dà responso che la foto in bianco e nero è triste, funerea, non suggerisce avventura, ma una sepoltura (delle belle speranze, eppure è un giglio, non un crisantemo). Un libraio, l’esperto dell’aspetto pragmatico e conclusivo della vita commerciale dei libri, suggerisce una bella foto a colori (anche se costa qualcosa di più alla stampa), che so, qualche momento felice di villeggiatura, due occhi intensi di donna, una bella veduta, una posa spiritosa, insomma, qualcosa che allieti e non deprima. La grana grossa del monocromatico fa tanto quieta introspezione, tutto resta dentro. Niente sembra accadere fuori, oltre le pagine nello spazio circostante. Il fiore in chiaroscuro… chi è capace di vedere le sfumature? Di coltivare le memorie? Di far crescere qualcosa?

6 pensieri su “A Lily at the Mercy of the Waves

  1. Carla

    mhm…quanto buon gusto!

    io trovo che l’immagine(mi piace chiamarla così) in bianco e nero, conservi tutta la nostalgia del suo passato (la sua antichità, e per questo, rimane molto più suggestiva di una sferzata di colori…anche se il colore ha tutto il suo potere…
    ma il potere, sta anche nell’interpretazione che l’immagine stessa riflette su chi la guarda, al di là del suo colore…

    Buona sera Roberto 🙂

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  2. Roberto Plevano

    Buonasera Carla, e salutami Milano, che non visito da troppo tempo.
    Mi sono deciso a mettere qui la foto di Suzuki perché non si trova più da nessuna parte (la piccola galleria d’arte deve avere cambiato ragione sociale e sito web) e mi è sempre sembrato un’opera molto evocativa. Qui la locandina dell’esposizione:
    http://indexg.com/press_pressrelease.asp?gx_id=6501
    Quella foto mi è rimasta dentro, sarà perché in quel periodo stavo scrivendo furiosamente ed ero, come dire, ipersensibile a certi temi, associazioni.
    Poi, un paio d’anni dopo, la faccenda pragmatica di pensare a una copertina per una pubblicazione. Il resto deve ancora venire.
    Un caro saluto

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  3. Carla

    Sarà più facile che io ti saluti il mio lago…;-)
    la locandina…mi ricorda Magritte….il peso, la misura
    nella mera esistenza dell’uomo.

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  4. Roberto Plevano

    Ops… il lago, naturalmente. Il Lario, no? Peccato che il catalogo della mostra sia stato rimosso dal Web un anno fa. Tutte le composizioni rappresentano oggetti organici e inorganici, piume, conchiglie, fiori e manufatti come libri, ingranaggi, oggetti pre-industriali colti o composti in una fissità senza tempo, eppure morbida, comunicativa. Si è salvato solo il libro cum lilio (strano accoppiamento per un artista giapponese).

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