di Luigi Scorrano
Intriga il titolo della raccolta: Ritratti salentini e gallipolini. Perché quella differenziazione? Salentini non bastava? A volte no. E perché? Perché anche Augusto Benemeglio è innamorato della salentinità, ma è ancor più innamorato di una salentinità specifica o particolare o di taglio anticonvenzionale quale poteva trovare nei gallipolini. Gioca così, all’interno di queste pagine, un’apparente opposizione, che è solo rilievo d’un più accentuato tratto in un carattere comune, di una sorta di impeto che solo alla ‘gallipolinità’ è concesso. Per spiegarmi dirò che nei gallipolini (in ispecie in quelli che il libro registra) c’è come una componente mitica che ad altri non è data: un di più di coraggio, di animosità, di voglia di confronto, di prontezza intellettuale. D’altro ancora. Può darsi che così Augusto abbia coltivato un suo mito personale che, nel suo fondo, è vero o è riscontrabile nei personaggi noti affidati ormai alla memoria storica (da Antonietta De Pace a Emanuele Barba, da Giuseppe Castiglione a Ilma e poi, sei si vuole, con lo stesso animo di cittadina religio un monumento, la tormentata fontana di Gallipoli o il carnevalesco Titoru). Sono tutte figure guardate con affetto e simpatia e trattate con quella familiarità ch’è propria di chi conosce e comprende. E di chi ammira, soprattutto se il personaggio rappresentato si caratterizza per qualche nota di originalità. Si veda, a pp. 175-76, che cosa dice di Emanuele Barba:
…una specie di geniale anarchico, […] un personaggio straordinario dallo spirito pungente, innamorato delle antitesi, dotato di una dialettica tagliente e una mente limpidissima, versatile, multiforme, molteplice e colorata. […] ma era anche un girovago, un ciurmatore, un uomo senza regole, che non sapeva e non voleva mettere radici, ordine alla propria esistenza, un tipo assolutamente indisciplinato. Quando ne aveva voglia certe sere convocava gli amici e cuntava. Dalle sue parole discendeva come un incantesimo, una musica simile a quella di una Sirena, ma alo stesso tempo poteva fare discorsi intricati e enigmatici come i labirinti delle costellazioni celesti. Inoltre sapeva essere anche un eccellente artigiano, aveva mani accorte e enciclopediche, che palpavano le cose, le soppesavano studiandole nell’intima fibra. Egli sapeva fare il muratore, il falegname e l’artista (dipingeva e scolpiva con assoluta naturalezza), le sue miracolose mani sapevano escogitare accorgimenti tecnici e invenzioni incredibili, veri e propri capolavori di artigianato.
Immagine che si stampa nella mente quella delle “mani enciclopediche” di Barba!
Un aspetto della prosa di Augusto Benemeglio , narrativa ma spesso tentata dal lirismo e da una incantevole musicalità: una prosa che conosce l’impaginatura di una retorica sonora ma anche le finezze e le delicatezze d’una parola appena avvertibile, di un’annotazione lasciata cadere quasi per caso, ma che, se ti fermi a ripensarla, t’illumina e schiarisce un intero tratto.Tra i salentini ci sono gli illustri e i meno illustri. Si va dai nomi dalla fama consolidata (Comi, Bodini, Pagano, Michele Pierri, Toma, D’Andrea, don Tonino Bello, Eugenio Barba ed altri, e quelli che, pur di meno evidente presenza, pure hanno contribuito a far marciare la cultura del Salento in direzioni anche innovative.
Se commenta un libro, Benemeglio ne coglie (e sa farlo bene) l’anima e il carattere. Rilegge un libro di poesie del compianto Ennio Bonea, Ho cercato altri cieli, e fissa in poche righe i caratteri essenziali dell’opera:
Ennio Bonea, in questa raccolta di liriche, è pieno di amarezze, ma anche di speranze, è pieno di schegge, di asprezze, ma anche soprattutto uno straordinario contemplatore di nuvole, di graffiti e ragnatele, di figlie del sole, di piume di fuoco: nubi caste, d’una bellezza astratta, intellettuale, d’analisi superiore […], ma anche nubi rosse come frecce di sangue, come tagli nella carne del cielo, che danno brividi di una liricità cristallina e metafisica.
Ognuno, leggendo, potrà cercare le parole da conservare nello scrigno della memoria, ma tutto gli sembrerà ricco e, in un certo senso, irrinunciabile. Queste pagine arricchiranno la nostra anima, il nostro pensiero, i nostri sentimenti e la nostra cultura. Perciò bisogna essere grati ad Augusto che, in tanti anni di osservazione e di meditazione, le ha scritte e ce le consegna nella loro intatta freschezza.
Augusto Benemeglio, Ritratti salentini e gallipolini, I poeti de “L’Uomo e il Mare”, UM5-25, Taglie (Lecce) 2008.

Per me, che sono lontana dalla mia terra, il Salento, appunto, è sempre un’emozione quando scopro che se ne parla al di fuori dei suoi stessi confini. Ancora oggi molti pugliesi e salentini non hanno fiducia nelle loro origini, non capiscono che tesoro culturale e naturalistico hanno per le mani. Difatti spesso sono gli stranieri quelli che apprezzano di più le attrattive locali,dalla gastronomia all’aspetto artistico, storico e culutrale in genere.
Sono proprio contenta di questa segnalazione, che mi permetterà di fare un tuffo fra nomi, volti, luoghi e storie conosciuti da sempre, imparati mai.
Grazie.
grazie, Ramona: Augusto merita tutto quello che hai scritto.
è una persona speciale, come avevo avuto già modo di dire tempo fa.
e sul Salento concordo pienamente.
un abbraccio
fabrizio
Come sempre , Fabrizio è magnanimo , è dei grandi essere tali , ma lui ci mette la tenerezza , la gentilezza d’animo, la generosità senza limiti.
A Ramona vorrei dire grazie di aver fatto sussultare il suo cuore salentino, cuore caldo, cuore di ulivi muretti a secco e mare , cuore messapico . Ma vorrei anche dirle: Cara Ramona, tu sei salentina di nascita, io di elezione. Ci ho vissuto una trentina d’anni, nel Salento, e l’ho amato profondamente, come mia vera patria, non certo come turista o innamorato del colore locale , o perchè si spende poco , si fa vita semplice, ecc. No. Ci ho vissuto come salentino autentico e non posso sentirmi dire “forestiero”, o ” estraneo”, anche se per nascita e formazione di studi lo sono.
Cara Ramona ,sperando di farti cosa gradita , eccoti una (mia) presentazione salentina di una mia silloge di poesie , “Salento Antico” , che ebbe qualche successo anni fa.
“”..il Salento è patria del barocco , con un bel po’ di esoterismo , e magia antica, e un po’ d’algebra dei frutti maturi, come diceva Krolow.
Il Salento è fatto di una bellezza prismatica scandita dai violenti contrasti, è qualcosa simile ad un laboratorio di pittura , dove un uomo vestito tutto di bianco con guanti di gomma , lavora secondo un orario ben preciso ed è attorniato da strumenti speciali, e da non so che cosa di arbitrario , accidentale , caotico .E un pizzico di horror vacui , una infarinata di mare azzurrissimo con un versante liberty e l’altro greco classico. E poi c’è quella ruga , quella piega , quella cicatrice colorata che non sai bene dove si trovi esattamente , ma sai che c’è e si prolunga all’infinito. E’ precisamente lì che trovi la linea segreta di attraversamento per “ l’oltre”, lo spazio mentale , il mito , la leggenda , ma anche il quotidiano convertito e reinventato in mito: la sensuale melagrana aperta, simbolo della fecondità femminile, e la dolcezza del fico d’india , sotto scorza ruvida e spinosa.
Il Salento è una sinfonia tutta barocca , con echi di surrealismo bodiniano e di follìa, anche. E’ lo spettacolo meraviglioso della storia , il luogo dell’abitabilità spirituale , ovvero di ciò che appare sensibilmente , sia esso misero o anche meraviglioso. Ma devi stare attento a dosare gli ingredienti , altrimenti ti smarrisci tanto nello spazio quanto nell’anima e non riuscirai a trovare la tua meta, ti ritrovi come un narciso decadente bizzarro dannunziano in un quadro-specchio delle tue brame che riflette la tua vanità , nascita crescita e morte di un Narciso qualsiasi freddo , ed estraneo a se stesso , con l’infanzia che ti segue e scava nidi , e tu insegui farfalle, il sogno perpetuo della farfalla che sogna d’essere uomo , leggera variopinta , coll’ali iridescenti, bellissima, o dell’uomo che sogna d’essere farfalla , che sogna di volare ( e voli sul serio, tocchi il cielo basso , t’immergi nel cielo medio e ti senti puro siccome un angelo, anzi , sei un angelo) , ma stai attento al cielo in cui voli . E’ troppo chiaro, sei costretto a coprire la tua vista con la mano , ti devi difendere dalla luce , da questa incredibile fissità della luce da mattino iniziale dell’universo, una luce che ti piove dentro, che ti ferisce, che ti fa male agli occhi e ti costringe a rifugiarti nel buio, in cieli notturni sotto la luna , donna-maga e donna-strega. Ecco l’anello inutile di Aretusa , la ninfa trasformata in fonte, parodia del peccato , e di nuovo la melagrana aperta che ti si offre come fanciulla vergine. Ecco nuovamente le farfalle di Taranto che danzano a milioni , con le invisibili ali . Ti viene la nostalgia delle ali che non hai più, la nostalgia degli odori d’incenso, dei riti misterici, i sabbath nelle memorie della luna, di tutti i concerti per farfalle e angeli soli che avevi dimenticato. La luna ora si bagna nell’acqua , nell’acqua salata di mare , che sta dietro la tenda del cielo. Ecco i vani presagi che stanno nell’altra parte della luna , ecco ciò che non vediamo, che non potremo mai vedere (c’è chi vola e chi no , il sogno delle sirene , la verità eternamente sospesa e l’inganno , i luoghi comuni , le cose pensate e non dette , gli inafferrabili frammenti di luna che l’uomo dello spazio tentò di portar via, e invece sono rimasti tutti lì, affinché la luna , la luna dei Borboni, la luna del Salento rimanesse intatta umorale azzurrina piena di magia e di follia. “Mi ascolterai dietro l’amaro volto dell’erbe che la luna dissolve?”
Ecco , questo è il Salento , il barocco fragile di Santa Croce , il nido degli Zimbalo, il libro di pietra leccese , dove le pagine non volano, ma si consumano , si erodono , e perdono il gesso e l’oro. E i cervi di Badisco sulle pareti delle grotte neolitiche . L’artista continua a lanciare la sua opera come si lanciano le lance, i pugnali, i dadi, come il primo uomo lanciò la prima parola , e non sa se essa sarà qualcosa di diverso dal solito grido di dolore.
Oh , dio, la grotta dei cervi e il percorso senza ritorno! , un trekking dello spirito , il canto isolato di fronte al morto irraggiungibile , il poeta non può cantare altro che di una brezza triste che spira ancora tra gli ulivi millenari. Il poeta non placa mai l’attesa, l’eterna attesa di qualcosa che non verrà mai. Mai. Oh, dio , ma che cos’è questo barocco dell’anima rosacea che ti si sgrana , che esalta in estatiche visioni ascensionali , e t’affligge nel tormento del dubbio?. ….Il tarlo del dubbio …Sono stati scritti trattati sul tarlo del dubbio…la mano enuncia verità e gioie che la lingua non può dire.
beh… visto che sono salentino anch’io, lascio qui alcune poesie scritte che troverete anche in iperspazio di massimo maugeri firmate da giuliano joyce, e in organismi digitali firmate da leo bloom (quando ero blogger). perché? non perché sia un poeta, ma perché, dice eugenio barba, bisogna fare a meno di non fare, o anche ‘se è turtura, all’acqua torna’ e visto che nei contatti di questo blog ci sono già stato ripromettendomi di non tornarci, sono tornato, per caso, e ci trovo il salento. non è un caso. a meno che non ci sia una casualità prestabilita. ovviamente non sono un genio ma un cretino, e pei cretini carmelo bene avea un occhio, anzi tre, di riguardo. grazie per l’inevitabile disattenzione.
‘Certamente no’
certamente no
di me non amo l’immagine
distorta
che contrabbando all’anima
per una solitudine
di me che non concedo
a te di non capirmi.
rimango zitto spesso
e lascio a spasso i demoni
dei sogni lungo i passi
di un uomo morto in strada
ucciso
dalle ideologie ammuffite.
certamente no
non amo quel che basta
a sopravvivere
di nuovo, come muta di serpente
sfregata contro il sasso di una scelta
estrema, da cui mutato il corpo
s’illumina tremante
come fuoco in una latta
traforata da proiettili
per gioco da bambini
dentro scheletri di case
abbandonate.
(2008)
‘In me’
in me la tua voce
a volte più forte
del sole accecante
quando l’asfalto
cuoce lucertole
nello sferzante miraggio
nell’afa di morte.
in me la tua voce
lontana nel vuoto
nel corpo in cui nuoto
distante dal mondo
come un fanale
cui la falena
si abbevera e sbatte.
dentro la voce
che muove il mio corpo
quando egli urla
e che strazia alla foce
del mondo col fiume
di morte che dentro
mi porto. un cortome…
…traggio la tua voce (dentro)
che recita il canto
di un agosto meriggio
bruciante di plastica
e di sortilegio.
(2008)
‘vivo?’
mi vien da pensare
a un caro pier paolo
consumista all’eccesso dell’anima
scavato dal volto
di gente non colta
nei sentire diversi
colta nel vivo
fior fuorilegge.
sento di essere
di apparire diverso
e diverso lo sono
diverso da me
che non vedo
silenzio
nel roboante frastuono
di nubi di corsa
attorno al tuo viso
a cui chiedo perdono
e ottengo pietà.
produci
predici
pratichi voci
in veci di corpi.
muori.
(2008)
‘1. Una foglia cade’
C’è un altro mondo,
oltre prima e dentro questo:
il cosmo di una foglia rutilante.
Soltanto casualmente un occhio
può distinguerne il confine
e districarne i bordi e i limiti cerchiati
di birra sopra il foglio:
inavvertito cado, foglia sul cammino
vedo un buco sfocarsi… un bar vicino.
(La vedi, obliqua,
spirale di volteggio,
da un non so dove, foglia,
davanti al tuo
interrotto viaggio?)
Ti fermi!
Trafitto dal bello casuale:
l’evento del vento che stacca la foglia
e la scaglia violenta lontana dal ramo.
Ti lanci a trattenere colla penna,
l’eventuale danza misteriosa
impossibile a irretire,
il tragitto della foglia sul quaderno.
Forse può un teatro,
un’elettrica memoria,
una videopresa della macchina
a ripetere?
ma a te,
coscienza per quell’attimo allargata,
sai che resta?
solo il ruvido ricordo di una festa,
vivido e invadente,
nello scorrer della gente
che poco o nulla sente.
(da “Poetilica Lucchese”, 13. 10. 2004)
‘4’
iride fantastica d’occhi tenui lungo l’orbita cangiante
rami scricchiolanti teneri germogli fuscelli poco consistenti
particole di spazio disarmante e lunghe camminate.
in sintonia discorde con rari avvenimenti
si distolgono da noi respiri e sguardi
confusi e senza senso.
3
e tacque!
2
e sparì così dentro un rinnovato desiderio di morire
e rinascere in primavere enormi d’oro e rosso e verdi
e non conoscere di sé mai
il fantasma che alberga da anni senza mai pagare
tra stanze strette e mura immacolate di dolore.
un colore simile al rantolo di una creatura
agonizzante trafitta da cristalli purissimi di luce
al bordo polveroso di una strada nerissima e pulita
così spesso si porta a spasso il proprio straccio
di illusione: chi lo chiama vita chi lo chiama sogno
chi lo chiama amore.
1
passi stanchi riflessi contro specchi
gomme lisce acciottolate sugli emisferi dubbi
ti amo ti amo ti amo
il sole torrido e freddissimo il semicerchio ovale
dei tuoi occhi da me che mi allontana.
mi racconto illusioni e storie che finiscono
prima o poi
bene o male
scende o sale
un ascensore il destino la ruota che rintrona
su strade lunghissime e sconnesse
senza fine
mi disegno un circuito di macchinine e gare
chi è più forte?
mi chiedo
chi arriva prima chi non arriva mai
chi naufraga aggrappato al relitto di un nave
e la tempesta si abbatte su corpi privi
di calore come una fredda giornata di agosto, dopo un tremendo temporale.
(da “Le bottiglie che vengono dal mare”, 2006)
‘tre’.
Pericolo d’esserci
rischiando
non sapere d’esistere
l’abbandono del senso
l’abbondanza di sesso
tra le tue gambe
torpore dell’io
di non femmina
la tua invidia del pene
nascosta o palese
coma di frasi
la sorte su ruote
storte
i pensieri intricati
rampicanti di fusti
di bosco
di aria
pruriginosa nel sogno
rompicapo di teste
corrotte le stelle combattono
della vittoria la coda è quell’attimo
battito
di fotogramma dell’occhio
batter di ciglia
gocciola il naso
trema la terra
il cuore stanco ne avverte vagiti
né teme i rincari che rendono piombo
l’oblio.
Il punto del centro
è punto a sua volta
dal dubbio del cerchio
dal punto all’esterno
la stessa fatica
d’andare e tornare
rende ogni punto
un moto
a tristezza browniana.
L’eccesso dell’uno
l’eccesso dell’altro
decesso nel mezzo
decesso nell’esito
contorno del vuoto
del nulla che al centro
dirada tentacoli
simile a luce
dall’alba alla stanza
dallo sbadiglio
al sonno che sveglia:
carichi s’è
di sogni pesanti
sulle vite degli altri.
Aspetto il calar delle siepi
tra pochi viluppi
l’onda è fantastica:
precarietà
di tersa amnesia.
Non puoi coltivare dei fiori
fuori
dai vasi
dai torridi campi del Sud.
il sangue nel tufo:
l’acquerugiola
conta a ogni goccia
chi muore
colla buona postura
o l’amore sgraziato
di chi fermo resiste
senza tanto rumore
con lancinante premura.
(da “N-essimo quadernone a righe. L’uso della penna nell’epoca della sua riproducibilità elettrica”, 24.1.2000)
Caro Gianluca, tutte interessanti le tue poesie, ma solo ” In me” ritrovo il salentino pieno di “saudade”, e i riflessi del Salento, colti nelle sue caratteristiche peculiari , nei sortilegi e nella ritualità. E’ un Salento luttuoso e gioioso ad un tempo, un salento, come disse Carmelo Bene, che vomita morti che non servono a nessuno, ( neppure la storia “ufficiale” se ne ricorda) , martiri che cadono e ricadono mille volte , in un “silenzio di aggrovigliate chitarre”.
grazie ancora, Augusto.
e grazie anche a Gianluca.
Caro Augusto, naturalmente quando ho parlato di stranieri parlavo in generale, non potendo conoscere le tue origini e i fatti della tua vita. Ma proprio l’amore per il Salento che traspare da ogni tua parola mi ha fatto intuire che non eri esattamente un nativo. E come vedi avevo ragione e tu stesso me lo confermi. Sono i nativi che spesso non riescono a capire la bellezza e la fortuna di abitare in una terra come la Puglia e il salento in particolare.
Non ti è mai capitato d’imbatterti nella meravigliosa semplicità e il genuino stupore della gente che si meraviglia quando vede come sono apprezzati dagli “stranieri” i piatti cucinati in casa, le verdure saporite, i peperoni “a salsa”, le melanzane sott’olio, il vino fatto in casa, le orecchiette, i ciceri e tria…. e cento altre cose che tu conosci bene? Si meavigliano che cose così semplici e quotidiane siano tanto apprezzate.
Era solo un esempio…Non dico che questo accada sempre,ci sono ottimi segnali di interesse verso le proprie origini, anche senza essere costretti a rivalutarle perchè emigranti e quindi malati di nostalgia… Ma chi viene da fuori coglie maggiormante i particolari che sfuggono a chi li ha sempre sotto gli occhi. E poi sceglie di restare. E non perde il senso di stupore estatico che lo ha conquistato all’inizio, e diventa un salentino vero, ma consapevole.
Le tue parole sono bellissime, poesia pura e concreta, esprimono molto meglio di quello che potrei mai fare io i miei stessi pensieri, le mie stesse opinioni su questa terra, che anche io non ho mai amato tanto come da quando sono lontana… Credo che me le conserverò, se me lo permetti….
E nel mio piccolo ti segnalo quando anch’io ho cercato di descrivere certe emozioni, ma non sono così brava, perciò sii comprensivo…
visto che hai nominato badisco, vai qui:
http://www.lapoesiaelospirito.it/2008/07/15/ritorno-a-porto-badisco/
e qui invece trovi la Lecce dei miei ricordi
http://ramona.blog.dada.net/post/239738/LECCE%2C+NEI+MIEI+RICORDI
Grazie ancora per le tue parole e per aver fatto sussultare il mio cuore salentino…
(Sono particolarmente d’accordo sulla luce intensa e sui contrasti di questa terra)
#Sono i nativi che spesso non riescono a capire la bellezza e la fortuna di abitare in una terra come la Puglia e il salento in particolare#
Concordo. Tante mie poesie le ho scritte quando ero al mare, ai laghi alimini, un po’ di anni fa, quando ancora c’era tanto spazio e sabbia e mare in cui disintegrare i propri ambiti voli a filo d’acqua tra l’accecante bianco blu del cielo mare e l’infinito della sabbia. Poi è cominciata la ‘colonizzazione’ del turismo… selvaggio. 🙁
Un saluto a voi tutti e un grazie al signor Centofanti.
🙂
Vi dono questa cosa, scritta ai Laghi Alimini, tanto tempo fa, quando ancora era visibile la sagoma minima del relitto di una nave
(scusate se non sono all’altezza delle vostre parole, che spero accogliate come un baratto, direbbe Eugenio Barba). Grazie e buonanotte.
da “L’apocalisse dell’epoca mia” (2000)
Bagnato di sodio e di sole
il mio corpo,
non m’appartiene
che un doppio artefatto
creato da loro fin troppo
perfetti
e scappano – vedi – le forme
contorte al segno del dito
che sposta un guazzame di sporco.
Rivolta interiore che soffoca
l’estremo ricordo infilato
negli anni – come imperlato
nel corpo di stenti. Cozzato
e svilito su filo di stagno.
Perché come nave l’immagine trema
del piede sul frigger di pietre,
e taglia precisa contorni di morte
la sorte di chi sottovuoto
aspetta l’aprirsi del cuore
uno squarcio
,feritoia ferita,
disabituato a sperare…
come si stende però questo grido
avvolto coll’onda sbuffata e riavvolta
e un giorno rimane fra tanti ineguali
a fare di colpo un sorriso stentato
come di passo su pietre di mare.
9.agosto.2000
sono felice per questi incontri salentini.
spero che Augusto diventi un nostro fedele compagno di viaggio.
Intanto grazie a te, Fabrizio che , postando il mio libro , hai consentito questi singolari “incontri” salentini, che mi riempiono di gioia, naturalmente. Sono uno degli ultimi “operai della vigna” , ma sarà difficile che vi liberiate di me, in questo giardino che è la poesia dello spirito. A Ramona dico che è bravissima nel descrivere il Salento e le sue emozioni, con uno stile che è semplice , piano , ma dolce e armonioso , e pieno di risonanze interiori. A suo tempo ho scritto un lavoro ( I Naufraghi) che è quasi interamente incentrato sulla “dannazione” dell’essere salentini ( esiste una sorta di maledettismo tutto salentino, vedi Carmelo Bene, vedi Bodini, vedi il primo Comi, ma ci sono anche tanti pittori meno noti , che non sto a elencare , e vedi – in parte – lo stesso nostro amico Gianluca , con le sue poesie, che fluttuano tra il guazzame e il sublime, tra la dissonanza dei cocci di bottiglia montaliana , ma possiamo anche dire – da salentini – bodiniana e tomamiana ,verriana memoria , e la melodia lirica classica, ben espressa nel finale) che quando sono in patria devono andarsene via per poter vivere in senso pieno e dignitoso , cioè lavorare, affermare la loro professionalità e personalità ( ne hanno molta); e quando ne sono lontani non fanno altro che essere assaliti dalla saudade, che è fatta di cieli luminosissimi e mari smeraldini , come quello di Badisco , di grandi mitici ulivi saraceni , che hanno più di mill’anni , ma anche di cibo povero , dai ciceri e tria alle friselle , la cicoria , i pomodori secchi sottolio, le orecchiette con le rape, ecc.tutte cose meravigliosamente buone. Ramona ha ricordato a lungo Lecce, città bellissima , raffinata, che gronda cultura da tutte le parti, ma anche ironia e senso del gioco.
Lo stesso Eugenio Barba , citato da Gianluca , che io ho conosciuto bene ( l’ho anche intervistato per conto di una teleonda Gallipoli) , che è veramente cittadino del mondo nel senso più ampio del termine, uno dei pochi geni del teatro ancora viventi, non sa distaccarsi dalla sua memoria dell’infanzia e dell’adolescenza ( se ne andò da Gallipoli che aveva solo quindici anni), e ciò non solo lo ritrovi nei suoi bellissimi libri,(leggete La canoa di carta) , ma spesso – nascosto tra i turisti – lo ritrovi in carne e ossa , nel Salento, che va alla chetichella a rivisitare i suoi luoghi dell’anima.
Ciao a tutti.
Caro Augusto, che bello aver conosciuto Eugenio.
Ti saluto. A presto!
Credo che il Salento debba davvero molto ad Augusto Benemeglio. Non so ancora le ragioni che l’hanno fatto così tanto innamorare di una terra per certi versi stregata (in senso buono, naturalmente), ma è certo che nell’anima sua e nel cuore e nella mente è più salentino lui di noi stessi che qui siamo stati partoriti e cresciuti. Quando Augusto racconta di qualcuno o di qualcosa ti fa venire la pelle d’oca. Entra nel personaggio o nella vicenda narrata come nessun altro sa fare. Per me, è un genio della letteratura che avrebbe pieno diritto ad occupare spazi sconfinati. Gli voglio bene. E gli sono grato per tutto ciò che scrive per le mia rivista. Un grazie oceanico, Augusto.
Conosco Augusto, ormai da qualche anno. Ho avuto modo di leggere tutti i suoi testi e ho avuto il piacere di collaborare con lui. Ritratti salentini, scritto con un linguaggio chiaro e scorrevole, è una delle sue opere più belle per il fatto che porta alla riscoperta e in alcuni casi alla scoperta di personalità che hanno reso più grande il Salento. Bisognerebbe fare in modo che il libro arrivi in tutte le librerie d’Italia per dare modo a tutti i salentini sparsi per il paese, e non solo a loro, di leggere questo piccolo gioiello. Attendo con ansia il secondo volume che so essere già in cantiere.
Elio Scarciglia
Caro Direttore, la tua amicizia è una delle cose più belle e preziose della mia esistenza. E quella stessa amicizia ti fa ingigantire i miei meriti . Senza la tua rivista , che tu dirigi magistralmente da oltre trent’anni , e che è l’emnblema stesso della salentinità vista come spazio dell’anima , non ci sarebbero mai stati i ” ritratti salentini”.
Quindi sono io che sono in debito di gratitudine con te, ma non d’affetto.
Un forte abbraccio.
Augusto
Caro Elio, se tu troverai il tempo di darmi una mano “editoriale” , faremo anche il secondo volume di ritratti salentini. Non mancano certamente i “personaggi”, alcuni veramente straordinari, come Claudia Ruggeri, Leonardo A. Verri, Giulia Licci, Mario Marti Brana Sumanac, ed altri ancora…Grazie delle belle parole.
Ciao. Un abbraccio.
Augusto
Caro Augusto, sono pronto a trovare tutto il tempo che occorre. Tu sai benissimo l’interesse che nutro Per Claudia Ruggeri e già solo questo nome basta per essere interessato al libro.
Ciao mi chiamo tulino ,
mi piace molto il ritratto di Augusto Salentino
perche^ mi fa ricordare i momenti vissuto nel salento quando ero nel magico 2999.
Ricordo che saltavo i massi a gallipoli come fossi stato un bambino.
avverto ora come i naufraghi la mia zattera come la terra vive il passato.
Io che ho visto morire i pescatori .Uno di loro si chiamava lu Ngio!
Provo fastidio fisico …
Augustino,
sono contenta di averti avuto vicino quando ero bambina ,
ti devo dire grazie …
Salento antico per me e^ andare via dal mio paese !!!
Non perche^ non mi piace ma perche ^ non mi vuole,
A volte a Gallipoli soffia un vento che ti spinge oltre,
e che non ti dimostra il bisogno incessante di esserci.
Se fossi una foglia vorrei sfracellarmi con forza a terra…
per sentirla davvero mia!
Cara Isotta , gute nacht!Fremd bin ich wieder aus…Come va a Berlino?
Leise flehen mein lieder/ durch die Nacht zu dir…
Un abbraccio forte e tanti baci.
Ah!!! Augustino hast du alles gelesen?
weisst du , ich muss jetzt 5 bilder machen…sind vielleicht 300 euro…sehr gut fuer mich!
ti ho scritto che ho da fare 5 quadri su commissione , non sono molto grandi ma sono 70 euro a quadro , e dato che la polizia mi ha fatto la multa di 86 euro per essere passata con il verde…..e lasciamo perdere …mi sa tanto che devo iniziare a dipingere…per pagarmi la multa…Sono odiosi i poliziotti tedeschi!!! ma anche quelli Italiani..
ma secondo te augustino …va be niente …chi ti ha scritto queste cose in deutsch???Mi saluti la mia zia Cicolina!!
Caro Augusto, se dovessi scrivere un libro, sicuramente, lo dedicherei a te e lo intitolerei “Il tesoro di Augusto” sottotitolato “L’eredità spirituale del mondo”. Naturalmente mi basterà assemblare le tue opere. Le mie parole potrebbero sembrarti esagerate o spiritose, ma semplicemente sono madide d’ammirazione per te, caro Augusto e non senza motivo. Tu sei uno scrittore “illuminato”, un grande “maestro” nell’arte dello scrivere e comporre poesie. Estemporaneità, concisione, romanticismo, ironia, genuinità, innovazione, trasparenza emergono, già, dalle tue prime opere. Ricordo che rimasi affascinata dalla lettura de “L’isola della luce”, la favola mitica sulla nascita di Gallipoli. Pensavo che nulla di più bello avresti potuto scrivere più, ed invece come da un cilindro magico, ecco, saltano fuori dei veri capolavori letterari e poetici. Io, come salentina e ancor di più come gallipolina leggendo “Ritratti salentini e gallipolini” ho ritrovato me stessa, le mie origini, la mia gente, il mio vissuto e quello che non ho ancora vissuto. Ho ritrovato il pensiero che si libera delle futilità quotidiane e si lascia volutamente trasportare da un avvolgente zefiro letterario. E’ un viaggio verso la conoscenza della storia, delle tradizioni, della cultura, della santità, del mistero. In questo viaggio c’è un bagaglio, però, che appartiene a tutti, perchè si visita e si rivisita un mondo che appartiene, in realtà, all’umanità intera.
“Ritratti salentini e gallipolini” scava nel cuore dell’umanità per ridestarne la voglia di un vivere coscienzioso e umile, spogliato di ogni ipocrisia. Questa raccolta mi ha lasciato assaporare aspetti del passato nella contestualità dei messaggi del presente. E’ una raccolta che esalta il valore della vita, ricorda la fortuna di possederla e l’importanza di condurre un’esistenza dignitosa, accostandoci alla comprensione delle nostre capacità.
Caro Augusto, ti sei accoccolato con semplicità e completezza nei meandri dell’animo umano, scandagliandone le ambizioni, le intenzioni, i desideri, gli amori, i dolori, le passioni, le tentazioni, i sacrifici, le aspettative, le felicità, le solitudini, come ancora ci stupirai? Grazie, caro Augusto per il tuo immenso dono. Stefania
Cara Stefania, grazie. Mi hai lasciato senza fiato, per tutte le belle cose che hai scritto su di me , ingingantite dal tuo grande affetto in un’aura quasi mitica. In realtà sono solo un povero scriba che s’arrampica sulle parole , in cerca di persone generose come te, e ogni tanto ci riesce , a trovarle.
Un grande abbraccio e di nuovo grazie.
Cara Isotta, che dirti ancora?
Mein armer Kopf/ Its mir verruckt,/Mein armer Sinn/ Ist mir zertuck…
Mi manca la dieresi sulle u…ma insomma, capisci bene come stanno le cose, Isottina mia…Omai sono proprio rinco……Vai a Berlino dalla vecchia Rosa , la professoessa di letteratura russa che traduce Tolstoj e Dostoevskij, e portale i miei saluti.
Ci vediamo la prossima estate.
Ciao.
Augusto ma quale rinco e rinco…tu sei il piu grande scriba che io abbia conosciuto su questa faccia terrestre !!!!
augusto il motto di questo mese era …La coscienza non si fa con le palline!!!tu che pensi???
HI Hi HI ….
mi prude il mignolo ….