Affidatevi al pensiero del cuore

di Benedetta Craveri

Non accade spesso che una raccolta di saggi consacrati alla letteratura entusiasmi lettori e critici e si imponga subito come un best-seller. Ma davvero non è sorprendente che ciò sia potuto accadere a Un coeur intelligent del filosofoe giornalista francese Alain Finkielkraut (Sock/Flammarion, pagg. 289, euro 20; in Italia uscirà da Adelphi), perché basta scorrere le prime pagine del libro per capire la sua non comune forza di attrazione. Finkielkraut ci propone la sua lettura di nove grandi storie: Lo scherzo di M. Kundera, Tutto scorre di V. Grossman, Storia di un tedesco di S. Haffner, Il primo uomo di A. Camus, La macchia umana di Ph. Roth, Lord Jim di J. Conrad, le Memorie del sottosuolo di F. Dostoevskij, Washington Square di H. James, Il pranzo di Babette di K. Blixen. Tuttii romanzi scelti qui da Finkielkraut ci invitano a diffidare dalle contrapposizioni manichee, dalle chimere sentimentali, dalle ambizioni demiurgiche, dall’ utopia dell’ uomo nuovo; tutti ci insegnano, invece, a prestare attenzione alla irriducibile diversità dei comportamenti individuali e alla necessità di interpretarli alla luce dei condizionamenti della vita reale. Siamo andati a trovare Finkielkraut nel suo appartamento interamente tappezzato di libri che si affaccia sui tetti di Montparnasse. Com’ è nata l’ idea di questo libro? «E’ un’ idea che risale a una conferenza che tenni nel 1994 su Lord Jim di Conrad. Fu allora che pensai a un libro dedicato all’ ascolto non già della filosofia ma della letteratura, un libro dove trattare i romanzieri come maestri. Ma il clima culturale dell’ epoca era poco propizio: lo strutturalismo alla cui scuola mi ero formato offriva degli strumenti per analizzare i testi letterari ma restava ostinatamente formalista e relativista. A loro volta, tanto la filosofia che le scienze sociali avevano un atteggiamento condiscendente nei confronti della letteratura considerata alla stregua di un “pensiero selvaggio” da chiarire e completare». Cosa intende con “cuore intelligente”? «E’ una bellissima espressione che troviamo in un passo del Vecchio Testamento in cui il re Salomone supplica Dio di accordargli “un cuore intelligente”, “un cuore saggio e perspicace”. Hannah Arendt se ne serve in modo estremamente illuminante nel corso della sua riflessione sul ventesimo secolo. Mi è sembrato che questo “cuore intelligente” fosse anche il tratto distintivo della letteratura. Ciò che oggi ci minaccia non è né l’ assenza totale di intelligenza né quella di cuore, ma il fatto che queste due facoltà si ignorano reciprocamente». Lei dice che “abbiamo bisogno della letteratura per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie”. A cosa si riferisce? «La nostra esistenza è una sorta di racconto ininterrotto: viviamoe al tempo stesso tessiamo la trama della nostra vita e sviluppiamo un’ attività fantasmatica continua. La letteratura è già là. Abbiamo bisogno di grandi romanzi per strapparci alle letture semplificatrici che siamo soliti fare della nostra vita e di quella degli altri. Non è questo l’ insegnamento che ci viene dal Don Quichiotte o da Madame Bovary ?». La letteratura ci insegna anche l’ arte delle sfumature? «Sì, perché è un’ arte di importanza capitale che non abbiamo più il tempo di praticare. Pensiamo all’ ultimo Barthes che diceva di voler vivere esclusivamente in accordo alle sfumature». Lei osserva che una volta la lettura ci iniziava alla conoscenza del mondo reale mentre oggi la civilizzazione delle immagini ci trasporta in un mondo virtuale dove non c’ è più posto per i libri. Non eccede in pessimismo? «Ciò che temo è che si vada smarrendo una concezione della lettura intesa come conversazione silenziosa coni grandi testi. Siamo entrati in un universo completamente diverso, chiassoso e insieme “comunicazionale”. Per gli adolescenti di oggi, incollati davanti al computer e alla televisione, la letteratura è diventata marginale. Si tratta, a mio giudizio, di una mutazione terribile». Non bisogna però dimenticare che il numero dei veri lettori è stato sempre estremamente limitato. «Sì, ma in primo luogo siamo stati tutti trasportati dalla speranza dei Lumi, dall’ idea che la bellezza e la cultura si sarebbero diffuse grazie all’ insegnamento, salvo poi dover constatare che più la scuola si democratizza e meno riesce a trasmettere il gusto dei libri. In secondo luogo il termine stesso di “cultura” ha cambiato di senso. Oggiè diventata una condizione, un possesso, un dato di fatto. Uno stato di cose a cui hanno prestato manforte delle élites irresponsabili che non vogliono trasmettere più alcunché». Lei analizza un’ altra forma di incultura che è la camerateria. «Ho scoperto il concetto di camerateria nella Storia di un tedesco di Sebastian Haffner, l’ unico dei nove libri di cui mi sono occupato che non è un romanzo, bensì la testimonianza di un tedesco sulla Germania degli anni ‘ 30. Il protagonista è uno studente di legge, refrattario alla propaganda nazista, che viene speditoa preparare il suo ultimo esame in un campo della gioventù. E’ lì che si adegua all’ entusiasmo del gruppo, al riso fusionale, all’ oscenità collettiva, giungendo poi alla conclusione che l’ avvilimento della Germania è dipeso dal fenomeno della camerateria prima ancora che dalla propaganda e dal terrore». Non prende in considerazione l’ eventualità che, soprattutto nei giovani, il cameratismo possa essere un sentimento positivo? «La gioventù ha molti vantaggi, e non c’ è bisogno di elencarli, ma ha un inconveniente: è malleabile e conformistae perché un giovane possa accedere alla propria vera individualità è indispensabile che si strappi al glutine comunitario. Credo che il cameratismo possa essere un fattore positivo se mantiene un rapporto con l’ amicizia. La camerateria, invece, è una esperienza fusionale e proprio per questo è pericolosa». Nel 1968 lei aveva diciannove anni e ha vissuto la rivoluzione studentesca in prima persona. Cosa ricorda di quella esperienza? «Ricordo dei momenti splendidi, ma anche dei momenti dove mi comportavo come tutti gli altri, mi lasciavo attirare dalla massa, trascinare dalla corrente. E questo furore gregario non l’ ho dimenticato… Mi sono spinto molto avanti in quella stupidità politica, che consisteva di essere più a sinistra di tutti gli altri. Ho sentito la necessità di uscire da questo ultragauchismo intorno al 1975, quando ho scritto con Pascal Bruckner Il nuovo disordine amoroso, che era già una riflessione critica sullo spirito militante. Ma ci ho messo tempo». A proposito di una vittima del conformismo ideologico, lei dedica una delle sue letture critiche a Il primo uomo di Camus. «Ho scelto per più di una ragione questo suo romanzo autobiografico. Ciò che mi ha più colpito è un aneddoto su suo padre, morto in guerra quando lo scrittore aveva soltanto un anno. Mentre combatteva nelle file dell’ esercito francese in Marocco, Camus padre e un altro soldato avevano trovato una sentinella sgozzata a cui era stato ficcato in bocca il sesso reciso. Il soldato aveva reagito all’ orribile scoperta avanzando due spiegazioni. Una progressista “sono a casa loro e tutti i mezzi sono buoni per liberarsi di noi” – e l’ altra culturalista – ” è così che si fa da loro”. Il padre di Camus si era limitato a dire: un homme ça s’ empêche – “un uomo si trattiene”. L’ uomo in rivolta di Camus altro non è che la lunga esegesi del grido di suo padre». La letteratura le appare come il migliore antidoto ai veleni dell’ ideologia, eppure la scelta stessa dei romanzi che lei analizza non costituisce una scelta ideologica? «Mi consenta di dissentire. Quello che lei dice può applicarsi ad alcuni dei romanzieri di cui mi occupo, a Kundera, Roth, Camus, ma non a Henry James, a Dostoevskij, a Karen Blixen. Scrivendo questo libro ho abbandonato l’ arena e il tribunale, non ho rivestito né i panni dell’ avvocato né quelli del pubblico ministero, ma ho scelto dei libri per me rivelatori, che mi illuminano sulla mia propria esistenza».

Repubblica 17 ottobre 2009

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *