I letterati – Inchiesta di Pasquale Giannino

effetto-polaroid

Risponde Franz Krauspenhaar

Un APS è un autore a proprie spese e la Manuzio è una di quelle imprese che nei paesi anglosassoni si chiamano “vanity press”. Fatturato altissimo, spese di gestione nulle […] Il sistema Manuzio era molto semplice. Poche inserzioni sui quotidiani locali, le riviste di categoria, le pubblicazioni letterarie di provincia, specie quelle che durano pochi numeri. Spazi pubblicitari di media grandezza, con foto dell’autore e poche righe incisive: “un’altissima voce della nostra poesia”, oppure “la nuova prova narrativa dell’autore di Floriana e le sorelle” […] in fondo anche Proust e Joyce hanno dovuto piegarsi alla dura necessità, i costi sono tot, noi ne stampiamo per ora duemila copie, ma il contratto sarà un massimo di diecimila. Calcoli che duecento copie vengono a lei, omaggio, per inviarle a chi vuole, duecento sono di invio stampa […] ne distribuiamo milleseicento […] Stampa effettiva: mille copie in fogli stesi di cui solo trecentocinquanta rilegati. Duecento all’autore, una cinquantina a librerie secondarie e consorziate, cinquanta alle riviste di provincia, una trentina per scaramanzia ai giornali, nel caso gli avanzasse una riga tra i libri ricevuti […] Sarebbe infine arrivato il momento della verità, un anno e mezzo dopo. Garamond gli avrebbe scritto: Amico mio, lo avevo previsto, Lei è apparso con cinquant’anni di anticipo. Recensioni, lo ha visto, a palate, premi e consensi della critica, ça va sans dire. Ma copie vendute pochine, il pubblico non è pronto. Siamo costretti a sgombrare il magazzino, a termini di contratto (accluso). O al macero, o lei le acquista a metà prezzo di copertina, com’è suo privilegio.

Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

Il questionario affronta il problema della vanity press ma non solo. La denuncia è contro il sistema culturale, servo del guadagno facile e del mercato. Oggi non importa se hai scritto Ulisse o Moby Dick. Oggi importa quanto margine riesci a portare nelle tasche dell’editore. Il libro è diventato un mero bene di consumo, il rispetto per l’autore è andato a farsi fottere. Per di più c’è un “silenzio” che farebbe impallidire il mafioso più incallito. Le risposte di Franz sono vere e dirette: lui dice “le cose come stanno”, senza inutili giri di parole. L’auspicio è infrangere il muro di omertà che ci attanaglia. Mi pare un ottimo inizio.

Cosa vuol dire, oggi, essere uno scrittore?

Vuol dire vivere di precarietà, in retroguardia. Non necessariamente questo è un vivere male la propria vita.

Che tipo di messaggio ritieni di trasmettere ai lettori?

Non credo ai messaggi prefabbricati. Nei libri metto me stesso, la mia esperienza, uno sguardo. E spero che possano essere in qualche modo utili. Il messaggio, se c’è, deve scaturire da solo.

Pensi che l’Italia possa offrire ancora scrittori degni di tale nome?

Certamente sì.

Gli scaffali delle librerie continuano a essere saturati da proposte insulse e banali, analogamente a quanto accade in televisione coi programmi spazzatura. Tale orientamento rispecchia davvero i gusti del pubblico?

Da un lato sì. Dall’altro gli editori e l’industria culturale in genere non fanno abbastanza. Gli autori di livello vengono pubblicati, ma non adeguatamente supportati. Si tende a seguire le cose facili.

Che spazio avrebbero, oggi, scrittori come Pavese, Calvino, Moravia, Pasolini, Gadda, Buzzati, Sciascia, Silone, Carlo e Primo Levi?

Non lo so. Forse starebbero in retroguardia. È una domanda difficile. Sono figli del loro tempo.

Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale?

Sì, con il valore. E la fortuna.

La situazione stagnante dell’editoria italiana favorisce il proliferare degli editori a pagamento. Qual è il tuo parere in merito?

Se fossi favorevole alla pena di morte li metterei tutti al muro.

Tanti scrittori inesperti cascano nelle grinfie di personaggi senza scrupoli, pronti a dissanguarli con promesse di servizi e promozioni che non potranno mai garantire: spesso non hanno neanche una rete distributiva. Nei casi più fortunati, l’autore ottiene delle copie che potrà rivendere ad amici e conoscenti, ma si renderà subito conto di aver buttato via i propri soldi. A volte, il libro non verrà nemmeno stampato. Molti scrittori noti ne sono a conoscenza ma, eccetto rarissimi casi (Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), preferiscono tacere. Non credi che “parlarne” sarebbe un modo efficace per arginare il fenomeno?

Assolutamente sì. Bisogna parlare, fare i nomi, avere coraggio. Non stare sempre a lamentarsi e poi non fare nulla. Detesto il piagnucolume.

Il filosofo-matematico Bertrand Russell annovera l’invidia tra le principali cause di infelicità che affliggono l’uomo e la considera un male endemico tra colleghi. È forse questo che rende gli scrittori affermati così indifferenti?

Non saprei. Penso che l’invidia sia di tutti, bisogna vedere in che quantità. Spesso l’invidia ci fa migliorare.

Il problema, in verità, è più generale: una sorta di “nonnismo” diffuso nei confronti dei giovani – oggi dilagante attraverso nuove forme di sfruttamento (laureati assunti per tre mesi nei call center, contratti a progetto, etc.) – un fenomeno che riguarda non solo il mondo letterario, ma anche le professioni, il lavoro dipendente, la finanza, la ricerca (fuga dei cervelli), il giornalismo… Non pensi che i giovani potrebbero costituire una risorsa preziosa per il paese?

Naturalmente sì. Nei call center ci sono stato io, a quarant’anni. Non è una bella situazione. Andarci già a vent’anni immagino significhi essere sconfitti in partenza. Oggi se vuoi fare il giornalista l’unica strada è iscriversi a uno di quei corsi di giornalismo a pagamento che poi quasi sempre si rivelano inutili. Un modo per taglieggiare la gente promettendo ciò che non si può mantenere. L’unico modo per resistere è combattere.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Letterati effetto Polaroid 1970.]

9 pensieri su “I letterati – Inchiesta di Pasquale Giannino

  1. fiamma tortoli

    Caspita non me lo ricordavo questo brando del Pendolo di Umberto Eco…
    Credevo fosse un articolo scritto ora per l’occasione, visto che corrisponde esattamente alla cronaca e alla realtà dei fatti. Ma se è per questo, il discorso spesso vale anche per i libri non a pagamento ma pagati dall’editore con i diritti d’autore.
    Lanci la prima pietra chi non ha ricevuto dall’editore una lettera così… A casa mia ci sono ancora pile di libri che sarebbero stati destinati al macero prendere al 50% o lasciare!
    Del resto libri e periodici sono l’unica merce che ha le rese. Non esiste che chi vende vestiti, alla fine del mese rispedisca l’invenduto al fabbricante.

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  2. Giuseppe Panella

    anche nel caso dei vestiti ci sono i saldi… come i Remainders per i libri… è la società delle merciin cui viviamo e nella quale i rapporti tra i soggetti sono ridotti a rapporti tra cose (le merci, appunto)…

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  3. fiamma tortoli

    Scusa però non ho capito in che cosa consiste l’inchiesta.
    E’ un questionario che è stato mandato a una serie di scrittori?
    Dove è pubblicato?
    Perché in una inchiesta non si descrive e non si parla di cosa è il mercato editoriale e di come potrebbe e si vorrebbe che fosse.
    Quel discorso sulle rese non è da poco. I reimanders sono solo il limbo prima del macero, ma rimane una anomalia assoluta il discorso che il rivenditore non si assume il rischio d’impresa e che l’editore campa solo sulle commissioni già pre-pagate. E’ anche per questo che molti editori una volta stampato il libro se ne disinteressano. O mi sbaglio?
    C’è poi un’altra anomalia tutta italiana che è quello del finanziamento statale alla stampa periodica e foraggia dai grandi gruppi editoriali agli editori fantasma di giornalini di partito che vengono stampati e nemmeno mai distribuiti già carta da macero in partenza, che vizia il mercato in modo assurdo… Finanziamenti che potrebbero essere dati proprio per promuovere gli autori…
    Insomma volendo di carne al fuoco ce ne sarebbe!

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  4. Paolo

    Sì, però sull’editoria a pagamento già sappiamo.
    Mi piacerebbe leggere altri pareri sulle domande di Giannino su editoria e rapporti tra scrittori, non so se le rivolgerà ad altri scrittori…

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  5. cf05103025

    Mi balza in mente un discorso che mi fece un gallerista serio, ora defunto, parecchi anni fa:

    ” Vede, i galleristi si dividono in due categorie, i galleristi veri e propri e gli “affittacamere”.
    I galleristi veri scelgono loro chi vogliono esporre, non fanno pagare nulla al pittore che lavora con loro, prederanno magari anche una percentuale alta sul venduto, ma gli faranno vera pubblicità raccomandando l’acquisto di sue opere ai loro clienti.
    Invece gli affittacamere non rischiano nulla, il pittore si paga in anticipo la mostra per quei 15 giorni, e i dipinti li acquisteranno ( se va bene) la zia, la mamma, la sorella, gli amici, gli attittacamere non hanno praticamente clienti, i pittori si vedono le mostre uno coll’altro e non entra un estraneo interessato all’acquisto. Pubblicità ridicole su giornalucci, recensioni comprate ( dal pittore)….

    Io credo che questo parallelo sia significativo.
    Queste belle attività parassitarie sul lavoro degli artisti sono affare comunissimo in Italia, più che altro in Italia….

    MarioB.

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  6. Pasquale Giannino

    Ecco i numeri:

    Autori contattati 86
    Adesioni 27
    Rifiuti 14
    Silenzi 45

    Per il resto, il lavoro è stato proposto a editori piccoli, medi e grandi. Gli ultimi erano interessati ai nomi degli autori piuttosto che al contenuto. Per i medio-piccoli, evidentemente, pubblicarlo senza chiedermi soldi sarebbe stato una contraddizione in termini…

    Pasquale

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  7. Mario pandiani

    é l’unica cosa che ricordo di quel libro, c’è anche un’altra cosa che è l’unica che ricordo di tutto ciò che ha scritto Furio Colombo, era un articolo sulla vendita e lo sventramento a fini di edilizia commerciale del Chelsea Hotel di New York; ne ripercorreva storia e inquilini, e concludeva con un sillogisma che dovremmo tenere sempre a mente perchè rappresenta la nostra epoca: allora essere “down” non significava essere “out”, si poteva essere “Down and in” oggi essere “Down” significa automaticamente essere “out”.
    Io non credo che i soldi del governo possano risollevare la cultura italiana, nel senso che la gente cominci a comprare libri buoni anzichè pattume.
    Nel senso che ,primo, non è così, molti best sellers sono eccellenti libri, e poi il condizionamento della gente non si risolve con la pubblicità progresso o spazi in televisione alle tre di notte.
    Quei soldi sono i soldi di giuda e non possono entrare nel tesoro del tempio senza corromperlo, che vadano pure a comprare il campo del vasaio per seppellirci gli autori che sono stranieri alle leggi editoriali e non venduti, noi ci ricordiamo comunque di loro.

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  8. jolanda catalano

    Domanda ” Esiste un modo differente dal compromesso per approdare alla grande industria editoriale? ”
    Risposta ” Si, con il valore. E la fortuna ”

    Carissimo Pasquale, carissimo Franz, desidero fermarmi su questo punto.
    Si, il valore indubbiamente è la qualità principale ma io mi chiedo quanti editori si fermano a leggere con la dovuta attenzione i testi a loro pervenuti. Credo che la maggior parte dei manosscritti o simili non siano neanche presi in considerazione e se hanno fortuna saranno immagazzinati in scatoloni e buttati in qualche umido scantinato o addirittura dati al macero. E poi c’è la figura dell’editor. Quanti di loro hanno la competenza necessaria.

    Suppongo di orientarmi più sul colpo di fortuna, sull’essere nel posto giusto al momento giusto e conoscere persone, spesso in ambito politico, uno scambio di favori soprattutto in questo ultimo ventennio.
    Ma non è neanche detto che il libro,poi, avrà successo di pubblico e di critica. E qui torno al valore, al gusto del lettore che dovrà essere molto attento a scegliere tra i mille abbagli delle vetrine delle librerie.

    E poi ci sono i piccoli editori che non sono tutti aguzzini.
    Il fatto è che oggi con la moltitudine di scriventi è davvero difficile orientarsi. Bisogna che ciascuno di noi si chieda in piena coscienza il perchè di una pubblicazione. Credo che tra la letteratura sommersa e imbavagliata ci siano cose buone. Credo che qualcosa di buono ci sia anche tra i prodotti delle grandi case editrici alle quali mi pare sia davvero difficile arrivare.

    Ti dico solo che se siamo qui a parlare dell’argomento è perchè, almeno per quanto mi riguarda, nel lontano 1996 ho pubblicato a pagamento il mio primo volume di versi. Talmente disincantata che neanche per un attimo ho pensato alle major anche se in successiva data ho scritto alla Einaudi, ma più per avere conferma del mio pensiero che per altro. Ovviamente non mi hanno risposto ma io ho incalzato con una serie di telefonate perchè mi sembrava scorretto non avere una risposta. L’ultima persona che ha risposto al telefono mi ha detto che la poesia non vende e che i due volumi, che sapevo di aver sacrificato, chissà in quale scatolone erano stati “conservati”.

    Pace e amen, era la risposta che mi aspettavo.

    Posso dirti che in rete ho trovato e scoperto autori, poeti e scrittori, davvero degni di tale nome e nella mia mente ho mandato a quel paese tutti gli editori che ormai fanno soltanto i giochi del potere

    un carissimo saluto a te e Franz
    jolanda

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  9. Pasquale Giannino

    Brava Jolanda, hai centrato il cuore del problema. E interessante mi pare il punto di vista di Franz, che non solo ha dimostrato di non essere “indifferente” ma ha avuto le palle di ammettere che lo scrittore vive “di precarietà, in retroguardia”, che “gli autori di livello vengono pubblicati, ma non adeguatamente supportati” e che i finti editori li metterebbe tutti al muro. Se fosse favorevole alla pena di morte. E noi non lo siamo – per vostra fortuna – ma state tranquilli che al muro vi ci metteremo lo stesso.

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